il Corriere della Letteratura

NULLA DIES SINE LINEA

Ironia

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Ironia è la parola che compare con maggiore frequenza nelle recensioni passate e presenti di La scopa del sistema di David Foster Wallace.

ironia
  • 1 Atteggiamento di bonaria irrisione, di superiore distacco dalle cose: osservare le vicende umane con i.
  • 2 Messa in ridicolo, sarcastica deformazione di una cosa, di una persona, di un concetto ecc.: fare dell’i.; scherzo crudele, beffa: per i. della sorte
  • 3 Dissimulazione del proprio pensiero o della verità, affermando il loro contrario o parzialmente nascondendoli; costituisce anche una figura retorica

Il sospetto è che si riferissero sempre e comunque al primo significato. D’altronde non deve affatto sembrare strano, le vicende “umana” narrate da Wallace sono osservate con superiore distacco e bonaria irrisione. Ironia però, etimologicamente proviene dal latino ironiam e dal greco eironéia ovvero “finzione”. Cosa dire, fine del problema.

L’ironia presente in La scopa del sistema a mio parere è da intendersi nel terzo significato. Cosa afferma Wallace? Di cosa ci parla? Quale filosofia? O quale cosmovisione? Tutto e il contrario di tutto, tutto viene perfettamente dissimulato e tutto è finzione. In quarta di copertina si parla del potere delle storie. No, questo libro parla del potere della finzione e delle finzioni. L’abilità e la capacità di creare e in questo senso ricorda tanto Se una notte d’inverno un viaggiatore. Non è semplicemente un manifesto della creatività dell’autore o un esercizio di stile (o di scrittura creativa), ma uno stimolo a creare e a narrare una storia, anche la propria, perché tutti ne abbiamo una. In questo romanzo corale, quando sul più bello troviamo la chiave di volta e di lettura delle mille storie che ci vengono narrate, tutto salta e tutto precipita e quando pensavamo di aver individuato nell’opaca figura di Lenore il personaggio principale – la direttrice del coro suo malgrado – la saga è ormai finita. C’è molto di Thomas Pynchon e moltissimo de L’incanto del lotto 49. Lenore Beadsman è Oedipa Maas, la nonna misteriosamente scomparsa di Lenore è Pierce Inverarity, il compagno di Lenore Rick Vigorous è il marito di Oedipa Mucho Maas (Vigorous-Mucho Mas…) e si potrebbe andare avanti, sento odore di breccia…

Tanti personaggi, ognuno con la sua storia, il più esilarante di questi è senz’altro l’analista terapeutico Dr. Jay Curtis di cui ci vengono offerte le trascrizioni delle sedute. Il paziente è legato a una sedia posta su dei piccoli binari già nella sala d’aspetto. Allo scoccare dell’ora un paziente esce e uno entra automaticamente (i due si incrociano a metà cammino). Il competente dottor Jay non si limita ad ascoltare il paziente in cura, bensì lo provoca trovando ai vari sintomi risposta nell’ansia igienista – teorizzata in Conferenze sull’igiene dall’oscuro luminare Olaf Blentner. Quando il dottor Jay ha raccolto le informazioni “di cui ha bisogno” inizia a sentire odore di breccia (JAY Quasi boccheggio, tanto forte è il tanfo di breccia), riferendosi immagino alla possibilità di aver colto nel segno, ma non c’è nulla di figurato dato che il nostro dottore indossa nel bel mezzo della seduta una maschera antigas…

Norman Bombardini – Ms Beadsman, spero che lei non sia sardonica. Lei non è una di quelle ragazze sardoniche, vero? Mia moglie è sardonica. O meglio era sardonica. O piuttosto era mia moglie. La gente sardonica mi rende incontrollabilmente famelico, il che costituisce una non trascurabile minaccia per il sardonico di turno.

La scopa del sistema, p. 107

A mio parere questo è il miglior romanzo di David Foster Wallace, pensare che lo abbia scritto a soli ventiquattro anni mi mette i brividi.

Avatar: la minuziosa opzione di Cameron

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Non c’è modo di disconoscere la singolare preminenza che James Cameron si è coltivato nel moderno cinema nord americano. Ci sono per lo meno due ragioni per questo. La prima è che, attualmente, è l’unico regista di Hollywood capace di spendere cento milioni di dollari per un film con la sicurezza di chi li andrà a recuperare comunque vada, una leggiadria non alla portata di qualunque cineasta, nemmeno dei pesciolini rossi che si sentono meglio dotati di questo squalo dell’industria.

La seconda è che le sue opere fissano lo standar filmico del pensiero politicamente corretto targato USA. Fu così con Titanic, nell’apogeo dell’era Clinton, con la rivendicazione dell’uguaglianza sociale e la critica alla prepotenza dell’ingegneria capitalista.

Lo stesso vale per Avatar, girato nel tramonto dell’era Bush e l’alba obamiana. C’è molto di Titanic in Avatar: specialmente il centro della storia romantica, con il giovane che matura e scopre la propria nobiltà attraverso l’amore per una donna all’inizio superiore. Molti temi però sono quelli che agitano la cultura statunitense del decennio appena terminato: il rispetto per la differenza, l’anti-imperialismo, l’attenzione per l’ecosistema, lo sviluppo sostenibile.

La narrazione di Avatar è ardita. Concepisce una situazione limite per la Terra -2154, le risorse naturali sono esaurite-, immagina un corpo celeste dove vi sono forme di vita simili a quella umana -la luna saturniana Pandora-, e crea un popolo nativo con i suoi dei, cultura e perfino linguaggio, i Na’vi. Ebbene, non è questo ciò che fa la fantascienza? Si, però dal punto di vista cinematografico, implica decisioni tremende: o si stilizza la realtà fin quasi a scomparire, come in Alphaville di Godard, o si avvicina la scena all’astrazione metafisica, come nel Solaris di Tarkovski, o si crea un mondo completamente nuovo, con una propria brezza, alberi arbitrari, con i suoi gigli strani e animali fantastici, con occhi, denti, zoccoli, ali, artigli e pelami singolari.

Questa è la opzione di Cameron. Un’opzione che, per la sovrabbondanza e la nitidezza dei dettagli, si potrebbe chiamare gotica, adornata con 120 anni di cinema. Un’opzione che fa di Avatar qualcosa di simile alle pale medioevali con centinaia di figure premurosamente dettagliate, dove è difficile distinguere se più in la del manierismo artigiano ci sia una visione del mondo, o se questa visione si compie nell’atto stesso dell’artigianato. Come in Titanic, grazie la semplicità delle idee di Avatar, con la sua Gaia volgarizzata e i suoi personaggi basici (il colonnello fascista, il protagonista selvaggio, la scientifica sagace), c’è una costellazione di dettagli poetici, delicati o semplicemente sorprendenti che ci fa spostare lo sguardo dalla visione d’insieme alla minuzia.

E sono lì a confermare che Cameron è l’indiscutibile re dell’industria del cinema.

Avatar

Regia: James Cameron. Con: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Giovanni Ribisi. 162 min.

Written by EDN

sabato 9 gennaio, 2010. alle 22:57

Una casa en la arena

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L’Oceano Pacifico

straripava dalla mappa.

Non vi era posto ove metterlo.

Era così grande, disordinato

e blu che non ci stava in nessun posto.

Così lo lasciarono davanti alla mia finestra.

Valparaiso vista da La Sebastiana

Valparaiso vista da La Sebastiana

El Océano Pacífico

se salía del mapa.

No había donde ponerlo.

Era tan grande, desordenado

y azul que no cabía en ninguna parte.

Por eso lo dejaron frente a mi ventana.

Pablo Neruda

Written by EDN

sabato 2 gennaio, 2010. alle 21:05

Patagonica

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Le nubi sono basse e nere, e corrono veloci verso est in Patagonia. La steppa è costantemente battuta da un vento gelido e secco, venendo dal Pacifico supera agevolmente le Ande – che in in questa parte australe del continente digradano senza raggiungere i duemila metri –  scaricando, prima di queste, il loro umido carico di pioggia e neve.

Puerto Natales si affaccia sul Seno Ultima Esperanza e ci accoglie dopo esserci lasciti più a sud l’industriosa Punta Arenas.

Anselmo mi consigliò di andare a trovare il poeta.

- Il maestro- disse.

Il poeta viveva insieme a un tratto solitario del fiume, in un lussureggiante orto di albicocchi, solo, in una capanna di due stanze. Era stato professore di letteratura a Buenos Aires. Era sceso in Patagonia quaranta anni prima ed era rimasto lì.

Bussai alla porta e si svegliò. Scendeva una leggera pioggerella, e mentre lui si vestiva mi riparai dal freddo sotto il portico e contemplai la sua colonia di ranocchi domestici.

Le sue dita afferrarono il mio braccio. Mi inchiodò uno sguardo veemente e luminoso.

- La Patagonia! – esclamò -. E’ un’amante esigente. Ti ammalia. E’ una maliarda! Ti ghermisce con le sue braccia e non ti lascia più.

La pioggia tamburellava sopra il tetto di lamiera. Durante le seguenti due ore il poeta fu la mia Patagonia.

Patagonia Sur

Written by EDN

giovedì 24 dicembre, 2009. alle 14:47

En la Patagonia

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las Torres del Paine

Written by EDN

giovedì 10 dicembre, 2009. alle 14:20

Pubblicato in Editoriale

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, e fuori c’è un casino di verde.

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È TUTTO VERDE
di David Foster Wallace

Lei dice non m’importa se mi credi o no, è la verità, poi tu credi pure a quello che ti pare. Quindi è sicuro che mente. Quando è la verità si fa in quattro per cercare di farti credere a quello che dice. Perciò sento di non avere dubbi.
Si rasserena e guarda dall’altra parte, lontano, ha l’aria furba con la sigaretta sotto la luce che entra dalla finestra bagnata, e io non so cosa mi sento di dire.
Dico Mayfly, con te non so più cosa fare o cosa dire o cosa credere. Ma ci sono delle cose che so per certe. So che io sto diventando vecchio e tu no. E che ti do tutto quello che ho da darti, con le mani e con il cuore. Tutto quello che ho dentro di me l’ho dato a te. Tengo duro e lavoro sodo ogni giorno. Ho fatto di te l’unica ragione che ho per fare quello che faccio sempre. Ho cercato di costruire una casa per te, una casa di cui facessi parte, e che fosse una bella casa.
Mi rassereno anch’io e getto il fiammifero nel lavandino insieme ad altri fiammiferi, piatti, una spugna e cose del genere.
Dico Mayfly il mio cuore ha fatto il giro del mondo e ritorno per te ma ho quarantotto anni. È ora che la smetto di lasciarmi semplicemente trascinare dalle cose. Devo usare quel po’ di tempo che ancora mi resta per cercare di sistemare tutto e stare bene. Devo provare a stare come ho bisogno di stare. In me ci sono delle esigenze che tu non riesci neanche più a vedere, perché ci sono troppe esigenze tue di mezzo.
Lei non dice nulla e io guardo la sua finestra e sento che lei sa che io so, e seduta sul mio divano fa un movimento. Ripiega le gambe sotto di sé, ha un paio di pantaloncini.
Dico in fondo non mi importa di quello che ho visto o credo di aver visto. Non è più quello il punto. So che io sto diventando vecchio e tu no. Ma ora mi sento come se ci fosse tutto me stesso che va verso di te e in cambio non mi viene più niente.
Ha i capelli tirati su con un fermaglio e delle forcine e si tiene il mento con la mano, è mattina presto, sembra che stia sognando rivolta verso la luce pulita che entra dalla finestra bagnata sopra il mio divano.
È tutto verde, dice. Guarda come è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde.
La finestra sopra il lavello del mio cucinino è stata ripulita dal violento acquazzone di stanotte e ora è una mattina di sole, è ancora presto, e fuori c’è un casino di verde. Gli alberi sono verdi e quel po’ d’erba che c’è oltre i dossi artificiali è verde e liscia. Ma non è tutto quanto verde. Le altre roulotte non sono verdi e il mio tavolino lì fuori con le pozzanghere allineate e le lattine di birra e le cicche che galleggiano nel portacenere non è verde, né il mio furgone, o la ghiaia della piazzola, o il triciclo che sta rovesciato su un fianco sotto un filo per il bucato senza bucato accanto alla roulotte vicina, dove c’è uno che ha fatto dei bambini.
È tutto verde sta dicendo lei. Lo sta sussurrando e il sussurro non è più rivolto a me, lo so.
Getto la sigaretta e volto le spalle al mattino con il sapore di qualcosa di vero in bocca. Mi volto verso di lei che sta sul divano in piena luce.
Da dov’è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c’è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla. Mayfly ha un corpo. È lei la mia mattina. Dite il suo nome.

David Foster Wallace, La ragazza dai capelli strani
traduzione di Martina Testa, minimum fax

Written by EDN

giovedì 26 novembre, 2009. alle 17:18

Nobel: letteratura, Oz il piu’ favorito dai bookmaker

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Amos Oz

Amos Oz

E’ Amos Oz il favorito alla corsa al Nobel per la letteratura 2009 secondo i bookmaker inglesi. Lo scrittore israeliano, infatti, e’ dato a quota 5,00 in una rosa di nomi che comprende anche la regista-arittrice algerina Assia Djebar (quota 6,000), l’americana Joyce Carol Oates (6,00), l’americano Philip Roth (8,00), il poeta siriano Adonis (9,00) e l’italiano Claudio Magris (10,00). Il titolo dovrebbe venir comunicato giovedi’ prossimo in tarda mattinata dall’accademia di Svezia.

Written by EDN

lunedì 5 ottobre, 2009. alle 22:17

san pedro de atacama (chile)

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el valle de la luna en la apuesta del sol

el valle de la luna en la puesta del sol

Written by EDN

martedì 22 settembre, 2009. alle 0:31

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Il Bibliografo è solitamente il disseminatore di una opinione piuttosto che il suo originatore

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Come non vi sono leggi civili che impediscano a chiunque di farsi Autore, e di scrivere per il pubblico: così non pare ve ne siano che limitino o inficino la libertà di ciascuno di rendersi censore o giudice di quegli.

Adrien Baillet, De la liberté de juger, 1685-1686

Fosso del Diavolo, Torino di Sangro, 05-06-2009

Written by EDN

giovedì 2 luglio, 2009. alle 19:49

Primavera delle idee

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Non c’è alcun motivo per cui le scienze umane dovrebbero tutte adottare la medesima metodologia. Le controversie possono essere altamente produttive. La storia da sempre fiorisce allorché differenti tipi di scrittura storica siano disponibili sullo stesso scaffale, quando problemi attorno a “ciò che è accaduto” siano stimolati dalle domande “chi l’ha detto?” e “questo cosa significa?” 

Christopher A. Bayly, La nascita del mondo moderno 1780-1914, 2004

Claudio Permiggiani, Campo dei fiori, Biblioteca d'Arte e di Storia di San Giorgio in Poggiale, Bologna

Claudio Permiggiani, Campo dei fiori, Biblioteca d'Arte e di Storia di San Giorgio in Poggiale, Bologna