Archive for the ‘Cinema&Letteratura’ Category
“La miserabile miseria del misero”
E’ vero, Rovine di Scott Smith è un viaggio di sola andata per l’inferno come evoca il risvolto della copertina.
Una storia semplice con un meccanismo dagli ingranaggi scintillanti. Una ruota dentata che scandisce ad ogni giro il degenerare della condizione di cinque giovani in vacanza nell’artefatta Cancùn. Ogni piccolo loro passo è un allontanarsi dalla speranza. Non può finire diversamente, non si salva nessuno dalla propria miserabile condizione: quella umana. Quello che ci distingue dagli animali è la prima cosa ad abbandonarci: l’intelletto. La luce della ragione, di cui pure fa sfoggio il giovane studente americano Jeff (che fideisticamente nel film dice: non può sparire nessun americano in Messico), è destinata ad abbandonarci - messi di fronte alla cruda realtà di una morte orrenda - nel giro di un paio di giorni.
Un romanzo da divorare nelle più torride notti estive, un delirio da trascinarci fino all’alba. Il film, al contrario, come anche il recente E venne il giorno, non prova minimamente a grattare la patina di thriller-e-horror-già-visto che purtroppo ricopre un tema abusato come quello delle piante contro l’uomo.
Il ritorno di Scott Smith, garantisce il “Re del brivido”
I critici sono autoreferenziali e incapaci di capire la letteratura popolare
Lettera aperta di Stephen King
Quando ho saputo che sarebbe uscito un nuovo romanzo di Scott Smith, ho provato quel che sentivo quando la sera i miei figli rientravano più tardi del previsto: un misto di piacevole sollievo (grazie a Dio siete tornati) e di esasperazione e rabbia (dove diavolo siete stati?).
In fondo è solo un libro, direte voi, e forse è vero, ma Scott Smith è uno scrittore di straordinario talento e i tredici anni di silenzio tra il suo debutto — il romanzo di culto Un piano semplice, dallo strepitoso successo — e il ritorno con Rovine, mi sembra giustifichino l’esasperazione, se non una vera e propria rabbia. Di sicuro Smith, che è rimasto invisibile — se si eccettua la candidatura all’Oscar per la sceneggiatura della versione cinematografica di Un piano semplice (Soldi sporchi) — dovrà dare qualche spiegazione su come ha passato dodici anni di vacanze estive. E che siano le ultime del genere!
Ma lasciamo stare.
Il nuovo libro è arrivato, e quel che i patiti di Un piano semplice vorranno sapere è se sia ugualmente ricco di suspense. La risposta è sì. Quest’estate Rovine scioccherà il mondo, avrà sulle vacanze in Messico lo stesso effetto che Lo Squalo ha avuto sui weekend al mare a Long Island. È altrettanto riuscito e soddisfacente come romanzo? La risposta è: non del tutto, ma si può accettarlo, perché qui l’operazione è più rischiosa. Leggi il seguito di questo post »
Il “Divo” di Les Ebergues.
Georges Simenon è stato uno degli scrittori più prolifici del XX secolo. Fra le centinai di romanzi e racconti da lui scritti, mi sono fatto recentemente conquistare da Il presidente (1957). Della figura tratteggiata, in patria, si è spesso sottolineata la somiglianza con Clemanceau. Affascinato dall’idea che l’ultimo film di Paolo Sorrentino Il Divo potesse essere ispirato a tale romanzo mi sono affrettato a leggerne le pagine. In realtà nulla di più errato. Fra il Presidente di Simenon e “l’onnipresente” ci sono delle differenze inconciliabili.
Viene narrata la storia di un declino, di un lento uscir di scena di Augustin uno dei cinque Grandi del Mondo. Un ultraottantenne afflitto dalla solitudine, dall’oblio, del nulla, laddove la vita, vissuta sempre al centro del palco, inesorabilmente diventa fatto solo ed esclusivamente privato. A tutti gli effetti un magnifico romanzo psicologico, un sublime trionfo della “non azione”. La vicenda narrata è come inerte, rinchiusa nell’angusto spazio della casa in Normandia dove il protagonista, l’anziano ex presidente del Consiglio, più volte ministro, vive le sue giornate, tutte ormai inesorabilmente eguali, scandite da abitudini sedimentate nel tempo come ere geologiche. Il prologo letterario a La morte di Ivan Il’ič di Lev Nikolaevič Tolstoj.
Nel Divo al contrario, c’è una sorta di carotaggio della fine della Prima Repubblica dominata dalla figura di Giulio Andreotti, capace di resistere a tutto e a tutti. Una pianta resistente, non a caso non c’è rosa senza spine, non c’è governo senza Andreotti. Contro di lui nessuno ha potuto: terrorismo, tangentopoli e accuse per reatucci vari come associazione mafiosa.
Il Presidente Augustin consapevole del suo potere, di quello che ha comportato e dell’inutilità (in punto di morte) di provare a se stessi di poterlo ancora esercitare, prende commiato proprio dai suoi ultimi compromettenti documenti capaci di squadernare la vita politica del Paese.
Sulla mafia senza paura, Cannes è Cosa Nostra.
Pur avendo messo mano al soggetto e alla sceneggiatura del film Gomorra, Roberto Saviano si è calato in un silenzio difficile da interpretare. In realtà non ha preso le distanze dal film tratto dal suo romanzo. La sua popolarità e le recenti polemiche su alcuni quotidiani potevano offuscare il prodotto cinematografico che, giustamente, deve avere una sua autonomia.
Rispetto al romanzo il film racconta l’aspetto antropologico, le stanze, gli odori, i massacri. È una apocalisse. Nella Gomorra di Garrone non c’è l’ossessione del business come nel libro. C’è il vivere in guerra, una guerra a qualche kilometro da Roma. Non dimentichiamo che la camorra ha ucciso 4mila persone da quando sono nato. Il terrorismo in tutti gli anni di piombo ne ha ammazzate 600… Le mafie in Italia hanno ucciso, negli ultimi trent’anni, circa 10mila persone. Più morti che nella striscia di Gaza. Ma è una guerra ormai considerata fisiologica che non genera scandalo. Credo che Gomorra sia un film che riscrive completamente l’immaginario criminale. A sparare sono attori che spesso hanno sparato nella vita reale. Si spara di fretta e senza alcuna belluria estetica. Le armi sono brutte, hanno rumori secchi senza eco, si conservano addosso senza fondine tra le mutande, tirate su con l’elastico degli slip.
[Roberto Saviano, Corriere della Sera Magazine, 13 maggio 2008]
Dopo aver fortemente impressionato la giuria, Gomorra si aggiudica il Gran Premio della Giuria al 61° Festival di Cannes. Lo sguardo sul presente, auspicato dal presidente della giuria Sean Penn, la rinuncia ad ogni compiacimento stilistico e un grande rigore formale contribuiscono alla realizzazione di questa bestia ruggente, poderosa, disperata, ipnotica e infantile che appunto, può essere definita in un modo soltanto: un capolavoro (Sandro Veronesi). Garrone ci aveva già impressionato e inquietato con L’imbalsamatore (2002) e Primo amore (2003), con Gomorra però affonda impietosamente le mani nella materia viva e pulsante del cinema e della storia, passata e presente, del nostro Paese.

Nel film non si vede il potere, non si vedono i boss, al limite si vede qualche ras di quartiere che non ha nulla di carismatico o messianico, nemmeno l’ottimo Toni Servillo (presente al Festival con due film), onesto operatore nel campo dei rifiuti speciali. Uomini chiattoni e armati si muovono lenti, inesorabili e senza volto, sembrano quasi degli enormi scarafaggi instancabili eliminatori. Fantastica la scena girata nella villa del boss Schiavone (costruita sul modello di quella di Tony Montana in Scarface), in cui i due protagonisti rifanno il verso del film di Brian De Palma. Perché, dice Garrone, il cinema ha un grande fascino e la criminalità spesso prende spunto dalla finzione e non viceversa.
“Sono io la Terza Rivelazione!”
Upton Sinclair, chi era costui? Pochi leggono ormai i mastodontici romanzi dell’autore di Oil! 1927, da cui Paul Anderson ha tratto Il petroliere vincitore di 2 Oscar. Nato a Baltimora nel 1878 Sinclair fu circondato dalla fama di sommo scrittore sovversivo. Il che non gli impedì di pubblicare un volume dopo l’altro, inclusi due tomi intitolati Boston sul caso di Sacco e Vanzetti, e di vincere nel ‘42 il Pulitzer. Il libro di Sinclair narra le origini dell’epopea petrolifera nordamericana, la parabola di Daniel Plainview petroliere avido e affamato e l’estremismo religioso di un giovane pastore assetato di finanziamenti. Temi trattati con una maestria sorprendente. La cupidigia di entrambi i personaggi sfocerà in un finale parossistico da stropicciarsi gli occhi.
Tullio Kezich dalle pagine del Magazine del Corriere della Sera racconta un curioso aneddoto sulla vicenda di Sinclair. La moglie dell’autore doveva realizzare con S.M. Ejzenstejn il film Que viva Mexico! Il progetto s’interruppe per motivi economici e di produzione e tramontò definitivamente quando Ejzenstejn fu richiamato in Urss. Kezich conclude laconicamente il suo articolo: Non c’è da stupirsi che Sinclair, responsabile della distruzione del capolavoro, sia ricordato con obbrobrio dai devoti della Decima musa.
La Fabbrica dei sogni hollywoodiana continua a trarre ossigeno dalla letteratura. Non è un paese per vecchi ha vinto ben 4 Oscar (attore non protagonista, sceneggiatura non originale, regia e miglior film) e la maggior parte delle persone pretende di incontrare a ben ragione un capolavoro. Le aspettative si sciolgono rapidamente di fronte a un film non semplice eppure ricco e sorprendente. Un film di cui si continua a parlare… e direi a ben ragione, di spunti ne ha fin troppi. Parliamo dell’autore, anche lui vincitore del premio Pulitzer nel 2007 con il romanzo La strada.
“Se cresci nel Sud conoscerai la violenza” dice Cormac McCarthy. “E la violenza è ripugnante”. La maggior parte dei romanzi di questo autore raccontano l’anima oscura degli USA. Violenza Odio e Male sono i reali protagonisti delle sue storie. In questo senso, a mio parere, i fratelli Coen hanno dimostrato di poter trarre un film da un libro senza travisarne lo spirito (Kubrick e pochi altri ne sono stati capaci). Nel film sembra mancare un protagonista principale proprio per questo motivo, e perciò si rimane abbastanza smarriti nel non vedere la fine di Llewelyn Moss. Non ci sono personaggi, ma solo vettori e attanti che si muovono nelle “tre dimensioni” del Male, violento e irrazionale, spinti dal denaro e dall’avidità. D’altronde per citare ancora McCarthy “Se scrivevo di violenza in modo esagerato, lo facevo guardando al futuro che immaginavo ancora più violento” infatti è una sintesi perfetta dei nostri tempi. “Ed è andata così. Qualcuno ricorda di aver visto una decapitazione in televisione vent’anni fa? Io no”… Questo strano romanziere grazie ai Coen ha dato vita alla Violenza nell’epoca della sua riproducibilità tecnica!
I now walk into the wild.
Ho visto Into the wild di Sean Penn. Un film bello, al quale non si può rimanere indifferenti. La colonna sonora di Eddie Vedder è capace di evocare, forse più delle immagini, la natura selvaggia e incontaminata.
Il film, dicevo, è basato sulla storia vera di Christopher McCandless raccontata nel libro Nelle terre estreme di Jon Krakauer. Un film ricco di spunti di riflessione, nonché di citazioni dalle letture del protagonista: Byron, Thoreau, Tolstoj e London.
Subito dopo essersi laureato Christopher McCandless decide di sparire dai suoi conoscenti (in realtà ci vengono mostrati solo i genitori) e intraprendere una vita di vagabondaggio, preferendo la strada e la natura alle carte di credito e alla città. Nel suo vagabondare Chris, sempre più alla ricerca di una vita autentica, matura la scelta di andare in Alaska e di abbandonarsi in quelle fredde lande, dove la natura potente e maestosa permette una comunione quasi primordiale. Questo ragazzo, poco più che ventenne, si trova in un momento della sua vita segnato da importanti decisioni, spesso già prese, e di strade da intraprendere quasi sempre segnate. Ad ogni modo, sono cambiamenti che tutti durante la nostra vita, prima o poi, ci troviamo ad affrontare. A volte però, dei cambiamenti si ha paura, non sempre si prendono nuove strade serenamente. E’ nella natura umana e la paura può renderci spietatamente lucidi. Il protagonista stesso lo sottolinea: non conta essere forti, ma sentirsi tali. Si perché la paura è una affezione della mente che colpisce anche i forti, non chi si sente forte. Le scelte del protagonista sono dettate da un rigido codice morale, dal suo anticonformismo, dal suo radicale rifiuto per la società (quella dei consumi, degli oggetti, dell’accesso). Centrale è il suo rapporto con i genitori. Questi vengono condannati senza appello. Forse, senza neanche saperne il motivo. Chris colpisce il più forte, freudianamente la figura paterna. Chi immaginerebbe che il genitore violento, dal passato torbido e dalla ostinata fede nel successo personale, sia anche quello più distrutto da quest’abbandono?
La perdita delle nostre certezze e delle nostre sicurezze (non aveva mappe e nessuno sapeva dov’era), prima ancora che delle nostre convenzioni sociali, può riportarci ad uno stadio originario? Possiamo ritrovare il nostro antico legame con la natura? Ci sono posti incontaminati? A questo proposito il film sembrerebbe rispondere no. Anche nella natura più selvaggia, a Chris bastava alzare lo sguardo al cielo per vedere gli aerei che lo solcano. Nello stato di natura l’uomo ha lo stesso valore di un alce, di un fiume e di una radice velenosa. L’unica cosa che può farci sopravvivere è l’esperienza. Anche se raccolta in un libro, a volte però, potrebbe non bastare neanche questa.
Il nostro personaggio nella più totale solitudine, e sembra non curarsene, cerca la Verità. Chris arriva a condannare l’uomo moderno perché trova la sua realizzazione solo nei rapporti personali. Ma questa affermazione viene messa in aperta contraddizione alla fine della sua storia, quando sembra raggiungere una verità irriducibile. Quando con la mente torna a tutte le persone che ha conosciuto (e migliorato?).
La felicità è reale solo quando condivisa.






