il Corriere della Letteratura

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Archive for the ‘Letteratura’ Category

L’arte di correre

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Haruki Murakami, 18 Luglio 1983, Grecia.

Proprio nello sforzo enorme e coraggioso di vincere la fatica riusciamo a provare, almeno per un istante, la sensazione autentica di vivere. Raggiungiamo la consapevolezza che la qualità del vivere non si trova in valori misurabili in voti, numeri e gradi, ma è insita nell’azione stessa, vi scorre dentro.

Haruki Murakami, L’arte di correre, p. 149.

Scritto da EDN

venerdì 23 luglio, 2010. alle 0:50

Antonio Pennacchi vince il Premio Strega 2010

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Antonio Pennacchi, Canale Mussolini

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini

La tradizionale cerimonia di premiazione del vincitore del Premio Strega 2010 tenutasi al Ninfeo di Villa Giulia ha decretato la vittoria di Antonio Pennacchi con Canale Mussolini (Mondadori). La sessantaquattresima edizione del prestigioso premio letterario è stata caratterizzata da un appassionante testa a testa fra il vincitore (133 voti) e l’esordiente Silvia Avallone Acciaio (Rizzoli), favoritissima alla vigilia e staccata di soli 4 voti. Sul terzo gradino del podio e staccato di molto Paolo Sorrentino con Hanno tutti ragione (Feltrinelli).

Sessant’anni, originario di Latina, operaio in fabbrica a turni di notte fino a dieci anni fà, Pennacchi si è imposto all’attenzione nel 2003 con Il fasciocomunista, da cui è stato poi tratto il film «Mio fratello è figlio unico», con Riccardo Scamarcio e Elio Giordano.

Scritto da EDN

venerdì 2 luglio, 2010. alle 1:16

Ecco i finalisti del Premio Strega 2010

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Silvia Avallone, 25 anni, autrice di Acciaio

È stata scelta la cinquina dei finalisti del Premio Strega 2010. Si tratta di Silvia Avallone con Acciaio (Rizzoli), Paolo Sorrentino con Hanno tutti ragione (Feltrinelli), Antonio Pennacchi con Canale Mussolini (Mondadori), Matteo Nucci con Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle grazie) e Lorenzo Pavolini con Accanto alla tigre (Fandango)

Scritto da EDN

giovedì 10 giugno, 2010. alle 14:22

La realtà industriale: la proposta letteraria di Vittorini

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Negli anni Cinquanta il Neorealismo concepì la tematica della fabbrica e della vita operaia come spazio della lotta e dell’impegno politico di una classe operaia in parte idealizzata. Siamo all’interno della rappresentazione dell’industria come fabbrica in quanto luogo del lavoro operaio, dalla prospettiva degli operai stessi, non da quella di chi nella fabbrica è entrato dall’ingresso dell’organizzazione, della razionalizzazione del lavoro, del rinnovamento assoluto della produzione e dei rapporti dettato dalla seconda rivoluzione industriale e legata all’automazione.

Se tardiva è la nascita di una letteratura “industriale” italiana, essa segna però significativamente il panorama letterario tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. È questa la stagione breve in cui il fatto tecnologico, il tema della fabbrica e della condizione operaia diviene oggetto di un vivace dibattito.

Il nuovo clima culturale condensa nelle narrazioni e soprattutto nelle poesie di quegli anni che trovano il loro punto di riferimento nella rivista «Il Menabò di letteratura», che vede la luce nel giugno del 1959, edito da Giulio Einaudi e diretto da Elio Vittorini e Italo Calvino. Una rivista che si proponeva di fare il punto sulla situazione della letteratura in Italia e di contribuire al suo rilancio.

Il «Menabò» nasce negli anni in cui, dopo la «ricostruzione», diventa possibile – o sembra possibile – una gestione riformista della crescita economica. È questo il periodo dello sviluppo spettacolare di alcuni settori industriali (chimica, elettrodomestici, automobile), delle trasformazioni dell’ambiente in una frenesia di autostrade, dell’urbanizzazione, del cemento armato e della speculazione edilizia. Leggi il seguito di questo post »

Intorno a cosa ronzano…

con 2 commenti

Tutti dovranno capire il primato sociale, culturale, scientifico

dell’industria: e lo stesso capitale

dovrà sottomettersi e seguirne le ragioni.

Il capitale verrà rinnovato e regolato dall’industria.

Paolo Volponi, Le mosche del capitale

Ignazio Sironi, Pesaggio urbano (1922)

Ignazio Sironi, Pesaggio urbano (1922)

Scritto da EDN

sabato 8 maggio, 2010. alle 20:41

Lavoro e latebre

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Primo maggio. Cosa dire di nuovo? Cosa dire, che non sia stato dianzi detto?

La risposta la conosciamo tutti. A questo punto, mentre in tv scorrono le immagini del concertone di piazza San Giovanni, voglio raccomandare una lettura a tema: Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri.

Ottiero Ottieri lavorò negli anni Sessanta alle dipendenze di Adriano Olivetti: l’industriale illuminato della macchina da scrivere. Il suo lavoro lo portò a Pozzuoli come selezionatore del personale della grande e moderna fabbrica del nord che sbarcava in un sud “fuori dal tempo”, quasi hegelianamente a-storico. La disoccupazione insanabile vista dall’altro lato della barricata. Chi non è passato per un colloquio, un’agenzia di lavoro. Essere scelti? Si entra così nel grande meccanismo. Le grandi ruote dentate di Tempi moderni di Chaplin che scorrono e ci schiacciano fin quando ne diventiamo una parte. Avete per caso avuto la sensazione di entrare a far parte di un meccanismo? Essere un ingranaggio. Salutare l’alienazione il lunedì mattina per cercare noi stessi il sabato o la domenica (o oggi), magari con gli altri. Accantonare per alcune ore l’essere che siamo mentre lavoriamo.

Il selezionatore del personale di Pozzuoli vive il delirante desiderio degli altri di lavorare, di acquisire una dignità proprio in quanto lavoratori.

Forse negli ultimi tempi la fabbrica era troppo una casa. Moriva il significato politico di essa, come esperimento di industria moderna del mezzogiorno, come accensione di una nuova vita operaia: non la giudicavo più, non mi sdegnavo più, preso dal suo giro, affondato nel suo fascino quotidiano. […] È pericoloso ammalarsi di aziendalismo. L’aziendalismo è l’amore umano, inevitabile ma orgoglioso al proprio lavoro, al marchio di fabbrica; ma anche rinunciare a capire, a confrontarsi con altri marchi di fabbrica e a partecipare a una vita più larga. L’aziendalismo è il rifugio da una società cui non si crede, in cui non si spera più.

Ottiero Ottieri, Donnarumma all’assalto, Milano, Garzanti, 2004, pp. 224-225.

Scritto da EDN

sabato 1 maggio, 2010. alle 17:45

Ironia

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Ironia è la parola che compare con maggiore frequenza nelle recensioni passate e presenti di La scopa del sistema di David Foster Wallace.

ironia
  • 1 Atteggiamento di bonaria irrisione, di superiore distacco dalle cose: osservare le vicende umane con i.
  • 2 Messa in ridicolo, sarcastica deformazione di una cosa, di una persona, di un concetto ecc.: fare dell’i.; scherzo crudele, beffa: per i. della sorte
  • 3 Dissimulazione del proprio pensiero o della verità, affermando il loro contrario o parzialmente nascondendoli; costituisce anche una figura retorica

Il sospetto è che si riferissero sempre e comunque al primo significato. D’altronde non deve affatto sembrare strano, le vicende “umana” narrate da Wallace sono osservate con superiore distacco e bonaria irrisione. Ironia però, etimologicamente proviene dal latino ironiam e dal greco eironéia ovvero “finzione”. Cosa dire, fine del problema.

L’ironia presente in La scopa del sistema a mio parere è da intendersi nel terzo significato. Cosa afferma Wallace? Di cosa ci parla? Quale filosofia? O quale cosmovisione? Tutto e il contrario di tutto, tutto viene perfettamente dissimulato e tutto è finzione. In quarta di copertina si parla del potere delle storie. No, questo libro parla del potere della finzione e delle finzioni. L’abilità e la capacità di creare e in questo senso ricorda tanto Se una notte d’inverno un viaggiatore. Non è semplicemente un manifesto della creatività dell’autore o un esercizio di stile (o di scrittura creativa), ma uno stimolo a creare e a narrare una storia, anche la propria, perché tutti ne abbiamo una. In questo romanzo corale, quando sul più bello troviamo la chiave di volta e di lettura delle mille storie che ci vengono narrate, tutto salta e tutto precipita e quando pensavamo di aver individuato nell’opaca figura di Lenore il personaggio principale – la direttrice del coro suo malgrado – la saga è ormai finita. C’è molto di Thomas Pynchon e moltissimo de L’incanto del lotto 49. Lenore Beadsman è Oedipa Maas, la nonna misteriosamente scomparsa di Lenore è Pierce Inverarity, il compagno di Lenore Rick Vigorous è il marito di Oedipa Mucho Maas (Vigorous-Mucho Mas…) e si potrebbe andare avanti, sento odore di breccia…

Tanti personaggi, ognuno con la sua storia, il più esilarante di questi è senz’altro l’analista terapeutico Dr. Jay Curtis di cui ci vengono offerte le trascrizioni delle sedute. Il paziente è legato a una sedia posta su dei piccoli binari già nella sala d’aspetto. Allo scoccare dell’ora un paziente esce e uno entra automaticamente (i due si incrociano a metà cammino). Il competente dottor Jay non si limita ad ascoltare il paziente in cura, bensì lo provoca trovando ai vari sintomi risposta nell’ansia igienista – teorizzata in Conferenze sull’igiene dall’oscuro luminare Olaf Blentner. Quando il dottor Jay ha raccolto le informazioni “di cui ha bisogno” inizia a sentire odore di breccia (JAY Quasi boccheggio, tanto forte è il tanfo di breccia), riferendosi immagino alla possibilità di aver colto nel segno, ma non c’è nulla di figurato dato che il nostro dottore indossa nel bel mezzo della seduta una maschera antigas…

Norman Bombardini – Ms Beadsman, spero che lei non sia sardonica. Lei non è una di quelle ragazze sardoniche, vero? Mia moglie è sardonica. O meglio era sardonica. O piuttosto era mia moglie. La gente sardonica mi rende incontrollabilmente famelico, il che costituisce una non trascurabile minaccia per il sardonico di turno.

La scopa del sistema, p. 107

A mio parere questo è il miglior romanzo di David Foster Wallace, pensare che lo abbia scritto a soli ventiquattro anni mi mette i brividi.

Avatar: la minuziosa opzione di Cameron

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Non c’è modo di disconoscere la singolare preminenza che James Cameron si è coltivato nel moderno cinema nord americano. Ci sono per lo meno due ragioni per questo. La prima è che, attualmente, è l’unico regista di Hollywood capace di spendere cento milioni di dollari per un film con la sicurezza di chi li andrà a recuperare comunque vada, una leggiadria non alla portata di qualunque cineasta, nemmeno dei pesciolini rossi che si sentono meglio dotati di questo squalo dell’industria.

La seconda è che le sue opere fissano lo standar filmico del pensiero politicamente corretto targato USA. Fu così con Titanic, nell’apogeo dell’era Clinton, con la rivendicazione dell’uguaglianza sociale e la critica alla prepotenza dell’ingegneria capitalista.

Lo stesso vale per Avatar, girato nel tramonto dell’era Bush e l’alba obamiana. C’è molto di Titanic in Avatar: specialmente il centro della storia romantica, con il giovane che matura e scopre la propria nobiltà attraverso l’amore per una donna all’inizio superiore. Molti temi però sono quelli che agitano la cultura statunitense del decennio appena terminato: il rispetto per la differenza, l’anti-imperialismo, l’attenzione per l’ecosistema, lo sviluppo sostenibile.

La narrazione di Avatar è ardita. Concepisce una situazione limite per la Terra -2154, le risorse naturali sono esaurite-, immagina un corpo celeste dove vi sono forme di vita simili a quella umana -la luna saturniana Pandora-, e crea un popolo nativo con i suoi dei, cultura e perfino linguaggio, i Na’vi. Ebbene, non è questo ciò che fa la fantascienza? Si, però dal punto di vista cinematografico, implica decisioni tremende: o si stilizza la realtà fin quasi a scomparire, come in Alphaville di Godard, o si avvicina la scena all’astrazione metafisica, come nel Solaris di Tarkovski, o si crea un mondo completamente nuovo, con una propria brezza, alberi arbitrari, con i suoi gigli strani e animali fantastici, con occhi, denti, zoccoli, ali, artigli e pelami singolari.

Questa è la opzione di Cameron. Un’opzione che, per la sovrabbondanza e la nitidezza dei dettagli, si potrebbe chiamare gotica, adornata con 120 anni di cinema. Un’opzione che fa di Avatar qualcosa di simile alle pale medioevali con centinaia di figure premurosamente dettagliate, dove è difficile distinguere se più in la del manierismo artigiano ci sia una visione del mondo, o se questa visione si compie nell’atto stesso dell’artigianato. Come in Titanic, grazie la semplicità delle idee di Avatar, con la sua Gaia volgarizzata e i suoi personaggi basici (il colonnello fascista, il protagonista selvaggio, la scientifica sagace), c’è una costellazione di dettagli poetici, delicati o semplicemente sorprendenti che ci fa spostare lo sguardo dalla visione d’insieme alla minuzia.

E sono lì a confermare che Cameron è l’indiscutibile re dell’industria del cinema.

Avatar

Regia: James Cameron. Con: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Giovanni Ribisi. 162 min.

Scritto da EDN

sabato 9 gennaio, 2010. alle 22:57

Una casa en la arena

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L’Oceano Pacifico

straripava dalla mappa.

Non vi era posto ove metterlo.

Era così grande, disordinato

e blu che non ci stava in nessun posto.

Così lo lasciarono davanti alla mia finestra.

Valparaiso vista da La Sebastiana

Valparaiso vista da La Sebastiana

El Océano Pacífico

se salía del mapa.

No había donde ponerlo.

Era tan grande, desordenado

y azul que no cabía en ninguna parte.

Por eso lo dejaron frente a mi ventana.

Pablo Neruda

Scritto da EDN

sabato 2 gennaio, 2010. alle 21:05

Patagonica

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Le nubi sono basse e nere, e corrono veloci verso est in Patagonia. La steppa è costantemente battuta da un vento gelido e secco, venendo dal Pacifico supera agevolmente le Ande – che in in questa parte australe del continente digradano senza raggiungere i duemila metri –  scaricando, prima di queste, il loro umido carico di pioggia e neve.

Puerto Natales si affaccia sul Seno Ultima Esperanza e ci accoglie dopo esserci lasciti più a sud l’industriosa Punta Arenas.

Anselmo mi consigliò di andare a trovare il poeta.

- Il maestro- disse.

Il poeta viveva insieme a un tratto solitario del fiume, in un lussureggiante orto di albicocchi, solo, in una capanna di due stanze. Era stato professore di letteratura a Buenos Aires. Era sceso in Patagonia quaranta anni prima ed era rimasto lì.

Bussai alla porta e si svegliò. Scendeva una leggera pioggerella, e mentre lui si vestiva mi riparai dal freddo sotto il portico e contemplai la sua colonia di ranocchi domestici.

Le sue dita afferrarono il mio braccio. Mi inchiodò uno sguardo veemente e luminoso.

- La Patagonia! – esclamò -. E’ un’amante esigente. Ti ammalia. E’ una maliarda! Ti ghermisce con le sue braccia e non ti lascia più.

La pioggia tamburellava sopra il tetto di lamiera. Durante le seguenti due ore il poeta fu la mia Patagonia.

Patagonia Sur

Scritto da EDN

giovedì 24 dicembre, 2009. alle 14:47