il Corriere della Letteratura

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Archive for the ‘Recensione’ Category

Lavoro e latebre

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Primo maggio. Cosa dire di nuovo? Cosa dire, che non sia stato dianzi detto?

La risposta la conosciamo tutti. A questo punto, mentre in tv scorrono le immagini del concertone di piazza San Giovanni, voglio raccomandare una lettura a tema: Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri.

Ottiero Ottieri lavorò negli anni Sessanta alle dipendenze di Adriano Olivetti: l’industriale illuminato della macchina da scrivere. Il suo lavoro lo portò a Pozzuoli come selezionatore del personale della grande e moderna fabbrica del nord che sbarcava in un sud “fuori dal tempo”, quasi hegelianamente a-storico. La disoccupazione insanabile vista dall’altro lato della barricata. Chi non è passato per un colloquio, un’agenzia di lavoro. Essere scelti? Si entra così nel grande meccanismo. Le grandi ruote dentate di Tempi moderni di Chaplin che scorrono e ci schiacciano fin quando ne diventiamo una parte. Avete per caso avuto la sensazione di entrare a far parte di un meccanismo? Essere un ingranaggio. Salutare l’alienazione il lunedì mattina per cercare noi stessi il sabato o la domenica (o oggi), magari con gli altri. Accantonare per alcune ore l’essere che siamo mentre lavoriamo.

Il selezionatore del personale di Pozzuoli vive il delirante desiderio degli altri di lavorare, di acquisire una dignità proprio in quanto lavoratori.

Forse negli ultimi tempi la fabbrica era troppo una casa. Moriva il significato politico di essa, come esperimento di industria moderna del mezzogiorno, come accensione di una nuova vita operaia: non la giudicavo più, non mi sdegnavo più, preso dal suo giro, affondato nel suo fascino quotidiano. […] È pericoloso ammalarsi di aziendalismo. L’aziendalismo è l’amore umano, inevitabile ma orgoglioso al proprio lavoro, al marchio di fabbrica; ma anche rinunciare a capire, a confrontarsi con altri marchi di fabbrica e a partecipare a una vita più larga. L’aziendalismo è il rifugio da una società cui non si crede, in cui non si spera più.

Ottiero Ottieri, Donnarumma all’assalto, Milano, Garzanti, 2004, pp. 224-225.

Scritto da EDN

sabato 1 maggio, 2010. alle 17:45

Ironia

con 2 commenti

Ironia è la parola che compare con maggiore frequenza nelle recensioni passate e presenti di La scopa del sistema di David Foster Wallace.

ironia
  • 1 Atteggiamento di bonaria irrisione, di superiore distacco dalle cose: osservare le vicende umane con i.
  • 2 Messa in ridicolo, sarcastica deformazione di una cosa, di una persona, di un concetto ecc.: fare dell’i.; scherzo crudele, beffa: per i. della sorte
  • 3 Dissimulazione del proprio pensiero o della verità, affermando il loro contrario o parzialmente nascondendoli; costituisce anche una figura retorica

Il sospetto è che si riferissero sempre e comunque al primo significato. D’altronde non deve affatto sembrare strano, le vicende “umana” narrate da Wallace sono osservate con superiore distacco e bonaria irrisione. Ironia però, etimologicamente proviene dal latino ironiam e dal greco eironéia ovvero “finzione”. Cosa dire, fine del problema.

L’ironia presente in La scopa del sistema a mio parere è da intendersi nel terzo significato. Cosa afferma Wallace? Di cosa ci parla? Quale filosofia? O quale cosmovisione? Tutto e il contrario di tutto, tutto viene perfettamente dissimulato e tutto è finzione. In quarta di copertina si parla del potere delle storie. No, questo libro parla del potere della finzione e delle finzioni. L’abilità e la capacità di creare e in questo senso ricorda tanto Se una notte d’inverno un viaggiatore. Non è semplicemente un manifesto della creatività dell’autore o un esercizio di stile (o di scrittura creativa), ma uno stimolo a creare e a narrare una storia, anche la propria, perché tutti ne abbiamo una. In questo romanzo corale, quando sul più bello troviamo la chiave di volta e di lettura delle mille storie che ci vengono narrate, tutto salta e tutto precipita e quando pensavamo di aver individuato nell’opaca figura di Lenore il personaggio principale – la direttrice del coro suo malgrado – la saga è ormai finita. C’è molto di Thomas Pynchon e moltissimo de L’incanto del lotto 49. Lenore Beadsman è Oedipa Maas, la nonna misteriosamente scomparsa di Lenore è Pierce Inverarity, il compagno di Lenore Rick Vigorous è il marito di Oedipa Mucho Maas (Vigorous-Mucho Mas…) e si potrebbe andare avanti, sento odore di breccia…

Tanti personaggi, ognuno con la sua storia, il più esilarante di questi è senz’altro l’analista terapeutico Dr. Jay Curtis di cui ci vengono offerte le trascrizioni delle sedute. Il paziente è legato a una sedia posta su dei piccoli binari già nella sala d’aspetto. Allo scoccare dell’ora un paziente esce e uno entra automaticamente (i due si incrociano a metà cammino). Il competente dottor Jay non si limita ad ascoltare il paziente in cura, bensì lo provoca trovando ai vari sintomi risposta nell’ansia igienista – teorizzata in Conferenze sull’igiene dall’oscuro luminare Olaf Blentner. Quando il dottor Jay ha raccolto le informazioni “di cui ha bisogno” inizia a sentire odore di breccia (JAY Quasi boccheggio, tanto forte è il tanfo di breccia), riferendosi immagino alla possibilità di aver colto nel segno, ma non c’è nulla di figurato dato che il nostro dottore indossa nel bel mezzo della seduta una maschera antigas…

Norman Bombardini – Ms Beadsman, spero che lei non sia sardonica. Lei non è una di quelle ragazze sardoniche, vero? Mia moglie è sardonica. O meglio era sardonica. O piuttosto era mia moglie. La gente sardonica mi rende incontrollabilmente famelico, il che costituisce una non trascurabile minaccia per il sardonico di turno.

La scopa del sistema, p. 107

A mio parere questo è il miglior romanzo di David Foster Wallace, pensare che lo abbia scritto a soli ventiquattro anni mi mette i brividi.

Avatar: la minuziosa opzione di Cameron

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Non c’è modo di disconoscere la singolare preminenza che James Cameron si è coltivato nel moderno cinema nord americano. Ci sono per lo meno due ragioni per questo. La prima è che, attualmente, è l’unico regista di Hollywood capace di spendere cento milioni di dollari per un film con la sicurezza di chi li andrà a recuperare comunque vada, una leggiadria non alla portata di qualunque cineasta, nemmeno dei pesciolini rossi che si sentono meglio dotati di questo squalo dell’industria.

La seconda è che le sue opere fissano lo standar filmico del pensiero politicamente corretto targato USA. Fu così con Titanic, nell’apogeo dell’era Clinton, con la rivendicazione dell’uguaglianza sociale e la critica alla prepotenza dell’ingegneria capitalista.

Lo stesso vale per Avatar, girato nel tramonto dell’era Bush e l’alba obamiana. C’è molto di Titanic in Avatar: specialmente il centro della storia romantica, con il giovane che matura e scopre la propria nobiltà attraverso l’amore per una donna all’inizio superiore. Molti temi però sono quelli che agitano la cultura statunitense del decennio appena terminato: il rispetto per la differenza, l’anti-imperialismo, l’attenzione per l’ecosistema, lo sviluppo sostenibile.

La narrazione di Avatar è ardita. Concepisce una situazione limite per la Terra -2154, le risorse naturali sono esaurite-, immagina un corpo celeste dove vi sono forme di vita simili a quella umana -la luna saturniana Pandora-, e crea un popolo nativo con i suoi dei, cultura e perfino linguaggio, i Na’vi. Ebbene, non è questo ciò che fa la fantascienza? Si, però dal punto di vista cinematografico, implica decisioni tremende: o si stilizza la realtà fin quasi a scomparire, come in Alphaville di Godard, o si avvicina la scena all’astrazione metafisica, come nel Solaris di Tarkovski, o si crea un mondo completamente nuovo, con una propria brezza, alberi arbitrari, con i suoi gigli strani e animali fantastici, con occhi, denti, zoccoli, ali, artigli e pelami singolari.

Questa è la opzione di Cameron. Un’opzione che, per la sovrabbondanza e la nitidezza dei dettagli, si potrebbe chiamare gotica, adornata con 120 anni di cinema. Un’opzione che fa di Avatar qualcosa di simile alle pale medioevali con centinaia di figure premurosamente dettagliate, dove è difficile distinguere se più in la del manierismo artigiano ci sia una visione del mondo, o se questa visione si compie nell’atto stesso dell’artigianato. Come in Titanic, grazie la semplicità delle idee di Avatar, con la sua Gaia volgarizzata e i suoi personaggi basici (il colonnello fascista, il protagonista selvaggio, la scientifica sagace), c’è una costellazione di dettagli poetici, delicati o semplicemente sorprendenti che ci fa spostare lo sguardo dalla visione d’insieme alla minuzia.

E sono lì a confermare che Cameron è l’indiscutibile re dell’industria del cinema.

Avatar

Regia: James Cameron. Con: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Giovanni Ribisi. 162 min.

Scritto da EDN

sabato 9 gennaio, 2010. alle 22:57

Un esordio autodemolito: Slow learner

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Darshan Zenith, "Cadillac Hearse" or, perhaps, "Eternal Summer"

Darshan Zenith, "Cadillac Hearse" or, perhaps, "Eternal Summer"

Ormai alcuni anni fa ho letto L’incanto del lotto 49 di Thomas Ruggles Pynchon Jr. rimanendone fortemente impressionato. Un romanzo breve dalle mille sfaccettature, un vero e proprio diamante, in cui una giovane casalinga Oedipa Maas - e con lei il lettore – si trova suo malgrado invischiata sempre più in un complotto inestricabile. Successivamente ho preso a informarmi su questo curioso autore e sulla letteratura così detta postmoderna. Alla fine ho deciso di iniziare una lettura “totale” della sua opera in attesa di Against the Day (Contro il giorno a breve in Italia, dire che in patria è stato «stroncato» è quasi un «understatement») e Inherent Vice

I suoi racconti giovanili sono ora raccolti in Un lento apprendistato, celebre per l’introduzione dell’autore stesso. 

Trenta pagine di puro Pynchon-su-Pynchon in testa alle 200 che inanellano cinque short stories scritte in formidabile crescendo dal ’58 (Pioggerella) al ’64 (L’ integrazione segreta certamente il migliore del lotto, non a caso il più tardo). Vergate nell’ 84, quasi vent’ anni dopo il folgorante debutto con V. e quasi dieci dopo la consacrazione (National Book Award) con L’ arcobaleno della gravità, misero in riga tanto i critici avversi che i pynchoniani troppo entusiasti. Lui prendeva entrambi in contropiede, auto accusandosi beffardo di mancanza d’ orecchio, ingenuità, approssimazione scientifica, e poi razzismo, confusione, scarso uso del dizionario, plagio di vecchie guide Baedecker. I rilievi di Pynchon risultano forse più interessanti dei racconti. Per alcuni, come Entropia, la sofisticazione dell’umorismo e dell’intreccio è senz’altro un pregio invidiabile, per altri sembrerebbe scadere in un vuoto formalismo. D’altronde nel mettere in mostra un apprendistato sono più le debolezze e gli errori quelli che vengono a galla. I Trilobiti di Breece D’ J Pancake (Breece Dexter John Pancake) sono distanti anni luce. O meglio ere geologiche.

Stephanie Meyer e il vampiro “adolescente” che resiste ai propri impulsi

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Edvard Munch, "Love and pain" (meglio noto come “The vampire”), 1893-94

Edvard Munch, "Love and pain" (meglio noto come “The vampire”), 1893-94

Si sa, i miti vengono continuamente riadattati nell’attualità e sulle nuove esigenze e stili di vita della modernità. Così Freud aveva ritrovato nella maggior parte dei miti greci i comportamenti umani, allo stesso modo oggi è possibile riutilizzare uno dei tanti miti moderni: Don Chisciotte, Robinson Crusoe, Faust, Don Giovanni e Dracula per produrre storie interessanti e di successo. Le narrazioni odierne si scostano dal mito solo nella misura in cui sono sopravvenute le contingenze dei nostri anni. Il Crusoe del XXI secolo non è più l’uomo razionale e pre-illuminista capace di portare le sue conoscenze su un isola deserta con il desiderio di civilizzare Venerdì. I Crusoe del XXI secolo sono i protagonisti della fortunata serie Lost (negli Stati Uniti giunti alla V stagione), precipitati su un isola dove non vi sono selvaggi, ma persone già civilizzate pronte a uccidere in difesa del loro territorio. Curioso non trovate? L’uomo moderno porta la guerra anche su un minuscolo scoglio nel Pacifico. 

E anche Dracula si deve “adattare ai tempi”. Straordinario esempio Twilight il primo capitolo della saga creata da Stephanie Meyer. La giovane Isabella si trasferisce nella piovosa Forks nello stato di Washington. A scuola conosce l’etereo (dov’è finito il tenebroso?) e scontroso Edward. Fra i due adolescenti fiorirà l’amore, ma la natura vampiresca di Edward creerà a entrambi non pochi problemi (d’altronde, per essere stati pubblicati già 4 romanzi mi sembra il minimo). Insomma saper sfruttare un vecchio mito non garantisce il successo di per sé se ad esso non si aggiungono delle varianti in grado di aggallare i nostri tempi. Il vampiro non è più quindi come 30 o 40 anni fa il capitalista del film Hanno cambiato faccia. Perde gran parte della sua pericolosità, anzi sembra controllarsi perfettamente capace com’è di resistere al suo primario impulso: il sangue umano (si nutre infatti di sangue animale) e al molto più terreno impulso romantico: quello sessuale. Non a caso si tratta di adolescenti e il morso sul collo non sferrato è un pò come il rapporto sessuale non consumato. In un articolo apparso sul Corriere della Sera martedì 17 febbraio si faceva per l’appunto riferimento a questo boom dei vampiri teenager coi “denti da latte”, “che provano un richiamo sessuale molto debole, giusti per questa generazione di ragazzi senza una forte identità di genere”. Non mi sento di relegare queste letture ai soli adolescenti, non a caso io stesso per dovere di cronaca ho letto Twilight, ma siamo davvero sicuri che – abbandonati i castelli e la Transilvania, il sangue umano e i paletti di frassino a favore di cellulari, anonime cittadine statunitensi e  surrogati ematici – siamo pronti ad rinunciare anche  alla forte componente sessuale che mista all’orrore ci dava brividi da sublimazione.

Scritto da EDN

giovedì 5 marzo, 2009. alle 12:15

L’esordio peggiore, quello baciato dal successo

con 8 commenti

numeri

L’avvertenza che si trova in coda a molti romanzi , secondo la quale ogni cosa è frutto di invenzione ed eventuali somiglianze con persone e fatti sono dovuti al caso, fa pensare che, al contrario, alla base del racconto ci sia una storia vera, sia pure piccola, piccolissima, magari una scheggia soltanto.

Verosimiglianza o verità non sono la questione in ballo ne La solitudine dei numeri primi, un romanzo in cui è fin troppo evidente il parallelismo fra autore e protagonista. Eppure, a parte questa sensazione effettivamente non sempre piacevole, questa storia è in grado di appassionarci già dopo le prime pagine, tanto da non rendere peregrina l’idea di leggerlo tutto d’un fiato. Gli alienati, gli altri, persone particolari tanto da essere paragonate a numeri primi e alla loro inevitabile solitudine. Si, inevitabile. L’intera vicenda tratta infatti della grande attrazione fra due persone che la loro storia personale – le vicende di cui sono stati protagonisti fin da piccoli – ha reso soli. Soli nella loro prima forma di socializzazione: la famiglia. I genitori di entrambi: presenti, ingombranti, ma non amati, anzi rimproverati a tal punto da creare nel lettore un moto di benevolenza (la colpa è poi davvero sempre tutta dei genitori?). Soli a scuola e nelle relazioni con gli amici dei quali rappresentano lo scompenso, le aspirazioni e infine le delusioni. Un’attrazione – che si consuma nel tempo e nello spazio – fra poli che, lungo la narrazione, si scopre dello stesso segno. Una compensazione e un finale consolatorio non vengono neanche posti in essere, eppure nonostante ciò non una storia di reietti. Numeri primi si, ma presenti come tutti fra i numeri naturali.

Leggendo le pagine di Giordano credo di aver ritrovato molto del primo De Carlo, abbastanza di Uccelli da gabbia e da voliera e di Due di due, anche se qui priva della fondamentale componente generazionale. Sostanzialmente il De Carlo non ancora troppo uguale a se stesso. Il milione di copie, il fenomeno editoriale e il consenso della critica non spaventino Giordano, fin troppo preciso come il suo alter ego, al punto da portarlo a una seconda prova in carta carbone. Altrimenti meglio continuare a lavorare con i numeri.

Scritto da EDN

giovedì 15 gennaio, 2009. alle 22:13

La prevedibile imprevedibilità di Chuck

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Recentemente è uscito anche nelle librerie italiane Gang bang l’ultimo lavoro di Chuck Palahniuk. Il titolo originale Snuff è in grado di rendere imprevedibile il finale, cosa che non fa il titolo italiano. Credo di essere venuto a conoscenza della parola snuff per la prima volta vedendo il film di Alejandro Amenabar Tesis, poi in televisione hanno passato per un’infinità di volte 8 Mm – Delitto a Luci Rosse… 

snuff

Alcuni dei contenuti di questa pagina potrebbero urtare la sensibilità di chi legge.

da wikipedia
Una gang bang è una situazione in cui un soggetto, di sesso maschile o femminile, svolge attività sessuali, di svariato tipo, con una moltitudine di partner, non necessariamente del sesso opposto. Si differenzia, in questo senso, dall’orgia ovvero dal sesso di gruppo, di cui costituisce una particolare specialità, perché in questo caso la relazione è uno-a-molti, ovvero il soggetto protagonista della gang bang è al centro dell’attenzione di tutti gli altri partecipanti.

Palahniuk, normalmente, non si limita a provocare, ha anzi il coraggio di scrivere il romanzo sulla pornografia che tutti ci vergognavamo di aspettare. D’altronde lo scrittore di Fight Club ci ha abituato a situazioni che definire pulp è quanto mai eufemistico, ma soprattutto ha reso credibili storie tanto estreme e indicibili, grazie a radicali cambi di prospettiva capaci di ribaltare le nostre più solide convinzioni e aspettative. Questa volta è stato ancora più sottile, suggerendo elementi ai limiti dello scontato per buona parte della narrazione. Siamo nella mente di tre e uomini e una donna che si trovano il giorno delle riprese per un film porno. L’obiettivo è quello di girare la più grande gang bang per numero di partecipanti. Fra i 600 maschi candidati è presente anche il figlio, mai conosciuto, dell’attrice protagonista del film che verrà lanciato con il titolo Terza guerra sessuale.

Chi se non Palahniuk poteva raccontare questa storia.

Scritto da EDN

mercoledì 19 novembre, 2008. alle 16:27

Pubblicato in Recensione

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Il protagonista indiscusso della captatio benevolentiae: l’esiliato sociale

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Caso editoriale, record di vendite, libro sotto l’ombrellone sono parole che gettano sempre un’ombra di aspettativa sui romanzi. Firmino di Sam Savage rientra fra questi, pagandone, ahimè, un prezzo decisamente alto. La storia del topo divoratore di libri che sta incantando l’Italia (anche grazie alle mille polemiche legate al presunto plagio del romanzo di Claudio Ciccarone La bibliotecaria) è in realtà legata alla trovata, scopertamente geniale, del rendere letteraria l’espressione topo da biblioteca. A differenza dei simpatici personaggi di fantasia però, qui ci troviamo di fronte a un personaggio sentimentale, fatuo, romantico, denigratore di se stesso e disperato.

Un topo è la metafora ideale per l’esilio sociale, qualsiasi ne sia il motivo. Questa metafora permette al romanzo di funzionare come allegoria, dandogli una dimensione simbolica, al di là della normale dimensione narrativa. I topi fanno parte della società umana, sono ovunque in mezzo a noi, eppure sono tra le creature più disprezzate. Gli attribuiamo tutti i tratti che non amiamo negli umani – sono avidi, cattivi, sporchi. Firmino è diverso dagli altri topi famosi perché vuole essere un umano. E questo è ciò che tutti noi vogliamo maggiormente nel più profondo del nostro cuore “topesco”.

intervista e-mail di Irene Bignardi a Sam Savage, Quel topo sono io, la Repubblica, mercoledì 9 luglio 2008

Senza discutere ulteriormente sul fatto che Savage dovrebbe spiegarci quali sono questi topi famosi che non desiderano essere umani (o suppostamente lo sono). Il buon Firmino si lascia cullare da visioni e deliri.

Una volta in un bar un uomo mi chiese di che sapessero i libri, “più o meno”. Avevo già la risposta pronta ma, per non farlo sentire sciocco, finsi un po’ di riflettere prima di rispondergli: “Amico, considerato l’abisso che separa le tue esperienze dalle mie, posso suggerirti un’idea di quel gusto così singolare solo dicendoti che i libri hanno un sapore simile, più o meno, all’odore del caffè”. Fu una risposta complessa. E mi resi conto, dal modo in cui tornò al suo bicchiere, di avergli dato un bel po’ da pensare. Adesso che sono di nuovo da solo, non sento più nemmeno l’odore del caffè: l’ennesima cosa bella della mia vita andata perduta.

Sam Savage, Firmino, p.58.

La storia di Firmino è la metafora stessa della letteratura vista come una sorta di finestra attraverso la quale poter scoprire mondi che non ci appartengono. Sembra anche a te di averla già sentita questa? Il nostro riflessivo ratto non si ferma qui, in toni spenti e dimessi si consuma il dramma di un personaggio intensamente moderno, un antieroe con l’urgenza dell’autoanalisi. Il distacco ironico, la malattia, il monologo interiore, l’asimmetria del suo corpo e il forte potere di suggestione che immagini e libri hanno su di lui lo rendono fin troppo simile a “nostro” Zeno Cosini.

Nel mondo reale esistono differenze che non si possono superare.

La vita è breve, ma c’è sempre qualcosa da imparare prima di tirare le cuoia. Una delle cose che ho notato è come gli estremi finiscano per fondersi. Immenso amore diventa immenso odio, la tranquillità della pace si trasforma in clamore di guerra, il tedio più sconfinato dà origine a smisurata eccitazione. [...] Grande intimità genera grande estraneità. 

Sam Savage, Firmino, p.90.

Scritto da EDN

venerdì 3 ottobre, 2008. alle 17:57

La più grande fortuna al mondo? Quando si ha quello che serve invece di quello che si vuole, grossomodo.

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Ho appena terminato Sunset Limited il “romanzo in forma drammatica” di Cormac McCarthy uscito il 3 giugno. Leggendolo, sin dalle prime pagine, non potevo fare a meno di ricordare il racconto presente ne La Gaia scienza di Friedrich Nietzsche, noto come L’uomo pazzo.

Era il 1882 quando il filosofo tedesco faceva pronunciare al suo folle uomo parole dal profondo significato religioso e morale, prendendo Dio come metafora del mondo in generale, senza riferimenti teologici diretti, per significare e sintetizzare la decadenza di un’intera società. 

Non si tratta di un’invettiva ateistica contro le tradizioni religiose, ma di una constatazione: il mondo borghese-capitalistico moderno è un mondo senza Dio. Non resta che prenderne atto e agire di conseguenza. Da allora un nuovo secolo si è affacciato, ma il pensiero dell’uomo con la lanterna di Nietzsche non è tramontato, né è stato smentito, anzi, è tornato prepotentemente ad affacciarsi, nella sua natura di monito e di disperata speranza.

Non avete mai sentito parlare di quell’uomo pazzo che, in pieno mattino, accesa una lanterna, si recò al mercato e incominciò a gridare senza posa: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. Trovandosi sulla piazza molti uomini non credenti in Dio, egli suscitò in loro grande ilarità. Uno disse: “L’hai forse perduto?”, e altri: “S’è smarrito come un fanciullo? Si è nascosto in qualche luogo? Ha forse paura di noi? Si è imbarcato? Ha emigrato?”. Così gridavano, ridendo fra di loro… L’uomo pazzo corse in mezzo a loro e fulminandoli con lo sguardo gridò: “Che ne è di Dio? Io ve lo dirò. Noi l’abbiamo ucciso… io e voi! Noi siamo i suoi assassini! Ma come potemmo farlo? [...] Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso! Come troveremo pace, noi più assassini di ogni assassino? Ciò che vi era di più sacro e di più potente, il padrone del mondo, ha perso tutto il suo sangue sotto i nostri coltelli. Chi ci monderà di questo sangue? Con quale acqua potremo rendercene puri? Quale festa sacrificale, quale rito purificatore dovremo istituire? La grandezza di questa cosa non è forse troppo grande per noi? Non dovremmo divenire Dei noi stessi per esserne all’altezza? Mai ci fu fatto più grande, e chiunque nascerà dopo di noi apparterrà per ciò stesso a una storia più alta di ogni altra trascorsa”. A questo punto l’uomo pazzo tacque e fissò nuovamente i suoi ascoltatori; anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Quindi gettò a terra la sua lanterna che andò in pezzi spegnendosi. “Vengo troppo presto”, disse, “non è ancora il mio tempo. Questo evento mostruoso è tuttora in corso e non è ancor giunto alle orecchie degli uomini. Per esser visti e riconosciuti lampo e tuono hanno bisogno di tempo, la luce delle stelle ha bisogno di tempo, i fatti hanno bisogno di tempo anche dopo esser stati compiuti. Questo fatto è per loro ancor più lontano della più lontana delle stelle e tuttavia sono loro stessi ad averlo compiuto!”. Si racconta anche che l’uomo pazzo, in quel medesimo giorno, entrò in molte chiese per recitarvi il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.
(Aforisma 125)

Nel recensire Sunset Limited Franco Cordelli, sul Corriere della Sera di lunedì 2 Giugno, fa riferimento a una possibile allusione, da parte dello scrittore di El Paso, alla guerra in Iraq. Così come gli americani sono andati in Iraq per salvare il paese e i suoi abitanti, allo stesso modo il Nero ha salvato il Bianco dal suicidio, quindi da se stesso. Il giornalista del Corriere sostiene che McCarthy abbia, da grande scrittore qual è, rovesciato la domanda che senso ha andare in Iraq per salvare i suoi abitanti? Senza stare a qui a divagare sul casus belli o, al limite, sulle reali motivazioni che hanno portato alla guerra, la domanda di McCarthy potrebbe essere una delle tante (in realtà constatazioni) che pone l’uomo con la lanterna. Uomo che in questo romanzo viene scisso in due individui agli antipodi.

L’allegoria è dunque nietzschiana, poiché se l’uomo con la lanterna parlava di un tempo che doveva venire, McCarthy parla di un tempo che è già passato, portandosi dietro ben atre guerre. Dopo più di un secolo l’umanità può essere divisa senza sfumature in Bianco e Nero? L’uomo con il giornale e l’uomo con la Bibbia. L’uomo che ha tutto e l’uomo che ha solo la sua fede. Il suicida e l’altruista. Questi due universi possono trovare un punto di contatto? La solida applicazione di uno all’altro può ristabilire una sorta di equilibrio-armonia?

Scritto da EDN

lunedì 16 giugno, 2008. alle 7:30

Il “Divo” di Les Ebergues.

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Georges Simenon è stato uno degli scrittori più prolifici del XX secolo. Fra le centinai di romanzi e racconti da lui scritti, mi sono fatto recentemente conquistare da Il presidente (1957). Della figura tratteggiata, in patria, si è spesso sottolineata la somiglianza con Clemanceau. Affascinato dall’idea che l’ultimo film di Paolo Sorrentino Il Divo potesse essere ispirato a tale romanzo mi sono affrettato a leggerne le pagine. In realtà nulla di più errato. Fra il Presidente di Simenon e “l’onnipresente” ci sono delle differenze inconciliabili.

Viene narrata la storia di un declino, di un lento uscir di scena di Augustin uno dei cinque Grandi del Mondo. Un ultraottantenne afflitto dalla solitudine, dall’oblio, del nulla, laddove la vita, vissuta sempre al centro del palco, inesorabilmente diventa fatto solo ed esclusivamente privato. A tutti gli effetti un magnifico romanzo psicologico, un sublime trionfo della “non azione”. La vicenda narrata è come inerte, rinchiusa nell’angusto spazio della casa in Normandia dove il protagonista, l’anziano ex presidente del Consiglio, più volte ministro, vive le sue giornate, tutte ormai inesorabilmente eguali, scandite da abitudini sedimentate nel tempo come ere geologiche. Il prologo letterario a La morte di Ivan Il’ič di Lev Nikolaevič Tolstoj. 
Nel Divo al contrario, c’è una sorta di carotaggio della fine della Prima Repubblica dominata dalla figura di Giulio Andreotti, capace di resistere a tutto e a tutti. Una pianta resistente, non a caso non c’è rosa senza spine, non c’è governo senza Andreotti. Contro di lui nessuno ha potuto: terrorismo, tangentopoli e accuse per reatucci vari come associazione mafiosa. 

Il Presidente Augustin consapevole del suo potere, di quello che ha comportato e dell’inutilità (in punto di morte) di provare a se stessi di poterlo ancora esercitare, prende commiato proprio dai suoi ultimi compromettenti documenti capaci di squadernare la vita politica del Paese. 

Scritto da EDN

domenica 8 giugno, 2008. alle 14:21