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Un esordio autodemolito: Slow learner

Darshan Zenith, "Cadillac Hearse" or, perhaps, "Eternal Summer"
Ormai alcuni anni fa ho letto L’incanto del lotto 49 di Thomas Ruggles Pynchon Jr. rimanendone fortemente impressionato. Un romanzo breve dalle mille sfaccettature, un vero e proprio diamante, in cui una giovane casalinga Oedipa Maas - e con lei il lettore – si trova suo malgrado invischiata sempre più in un complotto inestricabile. Successivamente ho preso a informarmi su questo curioso autore e sulla letteratura così detta postmoderna. Alla fine ho deciso di iniziare una lettura “totale” della sua opera in attesa di Against the Day (Contro il giorno a breve in Italia, dire che in patria è stato «stroncato» è quasi un «understatement») e Inherent Vice.
I suoi racconti giovanili sono ora raccolti in Un lento apprendistato, celebre per l’introduzione dell’autore stesso.
Trenta pagine di puro Pynchon-su-Pynchon in testa alle 200 che inanellano cinque short stories scritte in formidabile crescendo dal ‘58 (Pioggerella) al ‘64 (L’ integrazione segreta certamente il migliore del lotto, non a caso il più tardo). Vergate nell’ 84, quasi vent’ anni dopo il folgorante debutto con V. e quasi dieci dopo la consacrazione (National Book Award) con L’ arcobaleno della gravità, misero in riga tanto i critici avversi che i pynchoniani troppo entusiasti. Lui prendeva entrambi in contropiede, auto accusandosi beffardo di mancanza d’ orecchio, ingenuità, approssimazione scientifica, e poi razzismo, confusione, scarso uso del dizionario, plagio di vecchie guide Baedecker. I rilievi di Pynchon risultano forse più interessanti dei racconti. Per alcuni, come Entropia, la sofisticazione dell’umorismo e dell’intreccio è senz’altro un pregio invidiabile, per altri sembrerebbe scadere in un vuoto formalismo. D’altronde nel mettere in mostra un apprendistato sono più le debolezze e gli errori quelli che vengono a galla. I Trilobiti di Breece D’ J Pancake (Breece Dexter John Pancake) sono distanti anni luce. O meglio ere geologiche.
Stephanie Meyer e il vampiro “adolescente” che resiste ai propri impulsi

Edvard Munch, "Love and pain" (meglio noto come “The vampire”), 1893-94
Si sa, i miti vengono continuamente riadattati nell’attualità e sulle nuove esigenze e stili di vita della modernità. Così Freud aveva ritrovato nella maggior parte dei miti greci i comportamenti umani, allo stesso modo oggi è possibile riutilizzare uno dei tanti miti moderni: Don Chisciotte, Robinson Crusoe, Faust, Don Giovanni e Dracula per produrre storie interessanti e di successo. Le narrazioni odierne si scostano dal mito solo nella misura in cui sono sopravvenute le contingenze dei nostri anni. Il Crusoe del XXI secolo non è più l’uomo razionale e pre-illuminista capace di portare le sue conoscenze su un isola deserta con il desiderio di civilizzare Venerdì. I Crusoe del XXI secolo sono i protagonisti della fortunata serie Lost (negli Stati Uniti giunti alla V stagione), precipitati su un isola dove non vi sono selvaggi, ma persone già civilizzate pronte a uccidere in difesa del loro territorio. Curioso non trovate? L’uomo moderno porta la guerra anche su un minuscolo scoglio nel Pacifico.
E anche Dracula si deve “adattare ai tempi”. Straordinario esempio Twilight il primo capitolo della saga creata da Stephanie Meyer. La giovane Isabella si trasferisce nella piovosa Forks nello stato di Washington. A scuola conosce l’etereo (dov’è finito il tenebroso?) e scontroso Edward. Fra i due adolescenti fiorirà l’amore, ma la natura vampiresca di Edward creerà a entrambi non pochi problemi (d’altronde, per essere stati pubblicati già 4 romanzi mi sembra il minimo). Insomma saper sfruttare un vecchio mito non garantisce il successo di per sé se ad esso non si aggiungono delle varianti in grado di aggallare i nostri tempi. Il vampiro non è più quindi come 30 o 40 anni fa il capitalista del film Hanno cambiato faccia. Perde gran parte della sua pericolosità, anzi sembra controllarsi perfettamente capace com’è di resistere al suo primario impulso: il sangue umano (si nutre infatti di sangue animale) e al molto più terreno impulso romantico: quello sessuale. Non a caso si tratta di adolescenti e il morso sul collo non sferrato è un pò come il rapporto sessuale non consumato. In un articolo apparso sul Corriere della Sera martedì 17 febbraio si faceva per l’appunto riferimento a questo boom dei vampiri teenager coi “denti da latte”, “che provano un richiamo sessuale molto debole, giusti per questa generazione di ragazzi senza una forte identità di genere”. Non mi sento di relegare queste letture ai soli adolescenti, non a caso io stesso per dovere di cronaca ho letto Twilight, ma siamo davvero sicuri che – abbandonati i castelli e la Transilvania, il sangue umano e i paletti di frassino a favore di cellulari, anonime cittadine statunitensi e surrogati ematici – siamo pronti ad rinunciare anche alla forte componente sessuale che mista all’orrore ci dava brividi da sublimazione.
L’esordio peggiore, quello baciato dal successo

L’avvertenza che si trova in coda a molti romanzi , secondo la quale ogni cosa è frutto di invenzione ed eventuali somiglianze con persone e fatti sono dovuti al caso, fa pensare che, al contrario, alla base del racconto ci sia una storia vera, sia pure piccola, piccolissima, magari una scheggia soltanto.
Verosimiglianza o verità non sono la questione in ballo ne La solitudine dei numeri primi, un romanzo in cui è fin troppo evidente il parallelismo fra autore e protagonista. Eppure, a parte questa sensazione effettivamente non sempre piacevole, questa storia è in grado di appassionarci già dopo le prime pagine, tanto da non rendere peregrina l’idea di leggerlo tutto d’un fiato. Gli alienati, gli altri, persone particolari tanto da essere paragonate a numeri primi e alla loro inevitabile solitudine. Si, inevitabile. L’intera vicenda tratta infatti della grande attrazione fra due persone che la loro storia personale – le vicende di cui sono stati protagonisti fin da piccoli – ha reso soli. Soli nella loro prima forma di socializzazione: la famiglia. I genitori di entrambi: presenti, ingombranti, ma non amati, anzi rimproverati a tal punto da creare nel lettore un moto di benevolenza (la colpa è poi davvero sempre tutta dei genitori?). Soli a scuola e nelle relazioni con gli amici dei quali rappresentano lo scompenso, le aspirazioni e infine le delusioni. Un’attrazione – che si consuma nel tempo e nello spazio – fra poli che, lungo la narrazione, si scopre dello stesso segno. Una compensazione e un finale consolatorio non vengono neanche posti in essere, eppure nonostante ciò non una storia di reietti. Numeri primi si, ma presenti come tutti fra i numeri naturali.
Leggendo le pagine di Giordano credo di aver ritrovato molto del primo De Carlo, abbastanza di Uccelli da gabbia e da voliera e di Due di due, anche se qui priva della fondamentale componente generazionale. Sostanzialmente il De Carlo non ancora troppo uguale a se stesso. Il milione di copie, il fenomeno editoriale e il consenso della critica non spaventino Giordano, fin troppo preciso come il suo alter ego, al punto da portarlo a una seconda prova in carta carbone. Altrimenti meglio continuare a lavorare con i numeri.
La prevedibile imprevedibilità di Chuck
Recentemente è uscito anche nelle librerie italiane Gang bang l’ultimo lavoro di Chuck Palahniuk. Il titolo originale Snuff è in grado di rendere imprevedibile il finale, cosa che non fa il titolo italiano. Credo di essere venuto a conoscenza della parola snuff per la prima volta vedendo il film di Alejandro Amenabar Tesis, poi in televisione hanno passato per un’infinità di volte 8 Mm – Delitto a Luci Rosse…

Alcuni dei contenuti di questa pagina potrebbero urtare la sensibilità di chi legge.
da wikipedia
Una gang bang è una situazione in cui un soggetto, di sesso maschile o femminile, svolge attività sessuali, di svariato tipo, con una moltitudine di partner, non necessariamente del sesso opposto. Si differenzia, in questo senso, dall’orgia ovvero dal sesso di gruppo, di cui costituisce una particolare specialità, perché in questo caso la relazione è uno-a-molti, ovvero il soggetto protagonista della gang bang è al centro dell’attenzione di tutti gli altri partecipanti.
Palahniuk, normalmente, non si limita a provocare, ha anzi il coraggio di scrivere il romanzo sulla pornografia che tutti ci vergognavamo di aspettare. D’altronde lo scrittore di Fight Club ci ha abituato a situazioni che definire pulp è quanto mai eufemistico, ma soprattutto ha reso credibili storie tanto estreme e indicibili, grazie a radicali cambi di prospettiva capaci di ribaltare le nostre più solide convinzioni e aspettative. Questa volta è stato ancora più sottile, suggerendo elementi ai limiti dello scontato per buona parte della narrazione. Siamo nella mente di tre e uomini e una donna che si trovano il giorno delle riprese per un film porno. L’obiettivo è quello di girare la più grande gang bang per numero di partecipanti. Fra i 600 maschi candidati è presente anche il figlio, mai conosciuto, dell’attrice protagonista del film che verrà lanciato con il titolo Terza guerra sessuale.
Chi se non Palahniuk poteva raccontare questa storia.
Il protagonista indiscusso della captatio benevolentiae: l’esiliato sociale
Caso editoriale, record di vendite, libro sotto l’ombrellone sono parole che gettano sempre un’ombra di aspettativa sui romanzi. Firmino di Sam Savage rientra fra questi, pagandone, ahimè, un prezzo decisamente alto. La storia del topo divoratore di libri che sta incantando l’Italia (anche grazie alle mille polemiche legate al presunto plagio del romanzo di Claudio Ciccarone La bibliotecaria) è in realtà legata alla trovata, scopertamente geniale, del rendere letteraria l’espressione topo da biblioteca. A differenza dei simpatici personaggi di fantasia però, qui ci troviamo di fronte a un personaggio sentimentale, fatuo, romantico, denigratore di se stesso e disperato.
Un topo è la metafora ideale per l’esilio sociale, qualsiasi ne sia il motivo. Questa metafora permette al romanzo di funzionare come allegoria, dandogli una dimensione simbolica, al di là della normale dimensione narrativa. I topi fanno parte della società umana, sono ovunque in mezzo a noi, eppure sono tra le creature più disprezzate. Gli attribuiamo tutti i tratti che non amiamo negli umani – sono avidi, cattivi, sporchi. Firmino è diverso dagli altri topi famosi perché vuole essere un umano. E questo è ciò che tutti noi vogliamo maggiormente nel più profondo del nostro cuore “topesco”.
intervista e-mail di Irene Bignardi a Sam Savage, Quel topo sono io, la Repubblica, mercoledì 9 luglio 2008
Senza discutere ulteriormente sul fatto che Savage dovrebbe spiegarci quali sono questi topi famosi che non desiderano essere umani (o suppostamente lo sono). Il buon Firmino si lascia cullare da visioni e deliri.
Una volta in un bar un uomo mi chiese di che sapessero i libri, “più o meno”. Avevo già la risposta pronta ma, per non farlo sentire sciocco, finsi un po’ di riflettere prima di rispondergli: “Amico, considerato l’abisso che separa le tue esperienze dalle mie, posso suggerirti un’idea di quel gusto così singolare solo dicendoti che i libri hanno un sapore simile, più o meno, all’odore del caffè”. Fu una risposta complessa. E mi resi conto, dal modo in cui tornò al suo bicchiere, di avergli dato un bel po’ da pensare. Adesso che sono di nuovo da solo, non sento più nemmeno l’odore del caffè: l’ennesima cosa bella della mia vita andata perduta.
Sam Savage, Firmino, p.58.
La storia di Firmino è la metafora stessa della letteratura vista come una sorta di finestra attraverso la quale poter scoprire mondi che non ci appartengono. Sembra anche a te di averla già sentita questa? Il nostro riflessivo ratto non si ferma qui, in toni spenti e dimessi si consuma il dramma di un personaggio intensamente moderno, un antieroe con l’urgenza dell’autoanalisi. Il distacco ironico, la malattia, il monologo interiore, l’asimmetria del suo corpo e il forte potere di suggestione che immagini e libri hanno su di lui lo rendono fin troppo simile a “nostro” Zeno Cosini.
Nel mondo reale esistono differenze che non si possono superare.
La vita è breve, ma c’è sempre qualcosa da imparare prima di tirare le cuoia. Una delle cose che ho notato è come gli estremi finiscano per fondersi. Immenso amore diventa immenso odio, la tranquillità della pace si trasforma in clamore di guerra, il tedio più sconfinato dà origine a smisurata eccitazione. [...] Grande intimità genera grande estraneità.
Sam Savage, Firmino, p.90.
La più grande fortuna al mondo? Quando si ha quello che serve invece di quello che si vuole, grossomodo.
Ho appena terminato Sunset Limited il “romanzo in forma drammatica” di Cormac McCarthy uscito il 3 giugno. Leggendolo, sin dalle prime pagine, non potevo fare a meno di ricordare il racconto presente ne La Gaia scienza di Friedrich Nietzsche, noto come L’uomo pazzo.
Era il 1882 quando il filosofo tedesco faceva pronunciare al suo folle uomo parole dal profondo significato religioso e morale, prendendo Dio come metafora del mondo in generale, senza riferimenti teologici diretti, per significare e sintetizzare la decadenza di un’intera società.
Non si tratta di un’invettiva ateistica contro le tradizioni religiose, ma di una constatazione: il mondo borghese-capitalistico moderno è un mondo senza Dio. Non resta che prenderne atto e agire di conseguenza. Da allora un nuovo secolo si è affacciato, ma il pensiero dell’uomo con la lanterna di Nietzsche non è tramontato, né è stato smentito, anzi, è tornato prepotentemente ad affacciarsi, nella sua natura di monito e di disperata speranza.
Non avete mai sentito parlare di quell’uomo pazzo che, in pieno mattino, accesa una lanterna, si recò al mercato e incominciò a gridare senza posa: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. Trovandosi sulla piazza molti uomini non credenti in Dio, egli suscitò in loro grande ilarità. Uno disse: “L’hai forse perduto?”, e altri: “S’è smarrito come un fanciullo? Si è nascosto in qualche luogo? Ha forse paura di noi? Si è imbarcato? Ha emigrato?”. Così gridavano, ridendo fra di loro… L’uomo pazzo corse in mezzo a loro e fulminandoli con lo sguardo gridò: “Che ne è di Dio? Io ve lo dirò. Noi l’abbiamo ucciso… io e voi! Noi siamo i suoi assassini! Ma come potemmo farlo? [...] Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso! Come troveremo pace, noi più assassini di ogni assassino? Ciò che vi era di più sacro e di più potente, il padrone del mondo, ha perso tutto il suo sangue sotto i nostri coltelli. Chi ci monderà di questo sangue? Con quale acqua potremo rendercene puri? Quale festa sacrificale, quale rito purificatore dovremo istituire? La grandezza di questa cosa non è forse troppo grande per noi? Non dovremmo divenire Dei noi stessi per esserne all’altezza? Mai ci fu fatto più grande, e chiunque nascerà dopo di noi apparterrà per ciò stesso a una storia più alta di ogni altra trascorsa”. A questo punto l’uomo pazzo tacque e fissò nuovamente i suoi ascoltatori; anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Quindi gettò a terra la sua lanterna che andò in pezzi spegnendosi. “Vengo troppo presto”, disse, “non è ancora il mio tempo. Questo evento mostruoso è tuttora in corso e non è ancor giunto alle orecchie degli uomini. Per esser visti e riconosciuti lampo e tuono hanno bisogno di tempo, la luce delle stelle ha bisogno di tempo, i fatti hanno bisogno di tempo anche dopo esser stati compiuti. Questo fatto è per loro ancor più lontano della più lontana delle stelle e tuttavia sono loro stessi ad averlo compiuto!”. Si racconta anche che l’uomo pazzo, in quel medesimo giorno, entrò in molte chiese per recitarvi il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.
(Aforisma 125)
Nel recensire Sunset Limited Franco Cordelli, sul Corriere della Sera di lunedì 2 Giugno, fa riferimento a una possibile allusione, da parte dello scrittore di El Paso, alla guerra in Iraq. Così come gli americani sono andati in Iraq per salvare il paese e i suoi abitanti, allo stesso modo il Nero ha salvato il Bianco dal suicidio, quindi da se stesso. Il giornalista del Corriere sostiene che McCarthy abbia, da grande scrittore qual è, rovesciato la domanda che senso ha andare in Iraq per salvare i suoi abitanti? Senza stare a qui a divagare sul casus belli o, al limite, sulle reali motivazioni che hanno portato alla guerra, la domanda di McCarthy potrebbe essere una delle tante (in realtà constatazioni) che pone l’uomo con la lanterna. Uomo che in questo romanzo viene scisso in due individui agli antipodi.
L’allegoria è dunque nietzschiana, poiché se l’uomo con la lanterna parlava di un tempo che doveva venire, McCarthy parla di un tempo che è già passato, portandosi dietro ben atre guerre. Dopo più di un secolo l’umanità può essere divisa senza sfumature in Bianco e Nero? L’uomo con il giornale e l’uomo con la Bibbia. L’uomo che ha tutto e l’uomo che ha solo la sua fede. Il suicida e l’altruista. Questi due universi possono trovare un punto di contatto? La solida applicazione di uno all’altro può ristabilire una sorta di equilibrio-armonia?
Il “Divo” di Les Ebergues.
Georges Simenon è stato uno degli scrittori più prolifici del XX secolo. Fra le centinai di romanzi e racconti da lui scritti, mi sono fatto recentemente conquistare da Il presidente (1957). Della figura tratteggiata, in patria, si è spesso sottolineata la somiglianza con Clemanceau. Affascinato dall’idea che l’ultimo film di Paolo Sorrentino Il Divo potesse essere ispirato a tale romanzo mi sono affrettato a leggerne le pagine. In realtà nulla di più errato. Fra il Presidente di Simenon e “l’onnipresente” ci sono delle differenze inconciliabili.
Viene narrata la storia di un declino, di un lento uscir di scena di Augustin uno dei cinque Grandi del Mondo. Un ultraottantenne afflitto dalla solitudine, dall’oblio, del nulla, laddove la vita, vissuta sempre al centro del palco, inesorabilmente diventa fatto solo ed esclusivamente privato. A tutti gli effetti un magnifico romanzo psicologico, un sublime trionfo della “non azione”. La vicenda narrata è come inerte, rinchiusa nell’angusto spazio della casa in Normandia dove il protagonista, l’anziano ex presidente del Consiglio, più volte ministro, vive le sue giornate, tutte ormai inesorabilmente eguali, scandite da abitudini sedimentate nel tempo come ere geologiche. Il prologo letterario a La morte di Ivan Il’ič di Lev Nikolaevič Tolstoj.
Nel Divo al contrario, c’è una sorta di carotaggio della fine della Prima Repubblica dominata dalla figura di Giulio Andreotti, capace di resistere a tutto e a tutti. Una pianta resistente, non a caso non c’è rosa senza spine, non c’è governo senza Andreotti. Contro di lui nessuno ha potuto: terrorismo, tangentopoli e accuse per reatucci vari come associazione mafiosa.
Il Presidente Augustin consapevole del suo potere, di quello che ha comportato e dell’inutilità (in punto di morte) di provare a se stessi di poterlo ancora esercitare, prende commiato proprio dai suoi ultimi compromettenti documenti capaci di squadernare la vita politica del Paese.
Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà
Pubblicato nel 1964 negli Stati Uniti, dove Herbert Marcuse, insieme a molti altri esponenti della Scuola di Francoforte, si era rifugiato trent’anni prima, agli albori dell’era nazista, L’uomo a una dimensione appare in Europa solamente tre anni dopo, riscuotendo un enorme successo, tanto che molti vi vedono il precursore se non l’istigatore dei movimenti di rivolta che conobbero la loro fase più acuta e mediaticamente memorabile con gli scontri tra studenti e polizia che ebbero luogo in Francia, nel maggio del 1968. A prestar fede alle parole di Luciano Gallino, primo traduttore italiano dell’opera, “in pochi mesi, a suon di centinaia di migliaia di copie, quest’opera fece dell’autore il maestro della nuova sinistra, che in quegli anni [...] andava mettendo vigorosamente radice nelle università europee. Per quanto riguarda l’Italia, si può dire che negli anni intorno al ’68 non vi sia stato studente universitario che non abbia letto il libro, o non ne abbia respirato in qualche modo gli argomenti attraverso il dialogo con i compagni”[1].
Ora, posto che l’università italiana negli anni intorno al ’68 doveva essere davvero un mondo meravigliosamente aperto e fertile, se anche gli studenti di ingegneria, di legge o di medicina avevano tempo da perdere (e sufficiente dimestichezza con la filosofia di Hegel e la teoria della critica sociale di Marx, senza tralasciare un’infarinatura di psicanalisi freudiana e qualche nozione di logica analitica) per dedicarsi ai non sempre agevoli ragionamenti di Marcuse, il problema è capire cosa rimane, oggi, di valido e comprensibile, della spietata critica al Sistema (termine che rappresenta probabilmente la principale eredità linguistica e ideologica sessantottina, benché Marcuse utilizzi prevalentemente il termine “Società”[2]) condotta dall’autore. Leggi il seguito di questo post »
Duma Key. Il ritorno del “Re del Brivido”.
Horror waiting to happen

Approda oggi nelle librerie italiane l’ultimo romanzo di Stephen King Duma Key, l’ultima gemma del suo oscuro universo letterario…. Che dire di questo pozzo di storie vivente? Incredibile davvero la quantità di libri, racconti e romanzi che è riuscito a scrivere in quasi quarant’anni di carriera.
Questo romanzo è stato pubblicato negli Stati Uniti il 22 gennaio di quest’anno. Il 6 marzo Wu Ming 1 ha recensito il libro per le pagine de L’Unità.
Ed ecco la quarta di copertina.
Duma Key è una minuscola isola della Florida in cui si rifugia il protagonista, Edgar Freemantle, in seguito a un grave incidente. Menomato nel fisico e abbandonato dalla moglie, decide di ricominciare una nuova vita in questa striscia di sabbia e mare.
Affitta una casa da Elizabeth, un’anziana che è proprietaria di tutti gli appartamenti del posto, e si dedica a una vecchia passione: la pittura. I quadri che comincia a dipingere, specie quando il braccio amputato gli procura delle sensazioni fantasma, rivelano un talento eccezionale e non solo dal punto di vista artistico. Diventano macabre profezie, capaci di togliere la vita a chi li acquista e di far comparire e sparire cose e persone. Edgar dovrà capire qual è il mistero che avvolge Duma Key e se l’enigmatica signora Elizabeth e il suo passato hanno qualcosa a che fare con la forza che si sprigiona dalle sue creazioni artistiche.
L’album dei ricordi di Chuck Palahniuk.

Quando la realtà è preda della fantasia.
Nell’ottobre del 2003 lessi, sulla pagina metropolitana della Repubblica, della presentazione presso una libreria del centro di Ninna nanna, l’ultimo romanzo di Chuck Palahniuk. Avevo già letto Invisible Monsters, Soffocare e ovviamente avevo visto il film Fight Club, tratto dall’omonimo romanzo. Oltre alla presenza dell’autore, presentato da Fernanda Pivano, la mia curiosità fu alimentata oltremodo dal trafiletto del quotidiano che preannunciava una lettura pubblica del racconto inedito Guts (Budella, nel 2005 poi pubblicato in Cavie). La lettura dello stesso racconto, nel corso del suo precedente tour promozionale negli USA, si diceva avesse causato malori e svenimenti a 27 persone. Nell’ora fissata c’erano molte persone in libreria, Chuck era seduto affianco alla Pivano e aveva un sorriso sornione. Ora non ricordo bene cosa disse, ma ricordo bene il racconto… Purtroppo sul più bello di una prolassi anale causata da una masturbazione effettuata su un bocchettone, posto sul fondo di una piscina, ho dovuto abbandonare il lettore al suo podio… e sono andato via. Avevo un appuntamento.
Negli anni seguenti ho letto anche Fight Club, caposaldo di una corrosiva letteratura antisistema consumistico-materialista, e recentemente La scimmia pensa, la scimmia fa (Stranger Than Fiction: True Stories) una raccolta di saggi e articoli. Quest’opera rappresenta un ottimo spunto per parlare di Chuck, offrire una chiave di lettura interessante per interpretare i suoi più famosi romanzi, da Fight Club a Invisible Monsters e scoprire dove nascono le sue storie così fantasiose da essere terribilmente reali. Palahniuk sostiene nell’introduzione che ciascuno di noi vive un rapporto di amore/odio con gli altri, lui in particolar modo tende ciclicamente a isolarsi dal mondo e dalle persone. Anche la scansione dell’opera, al riguardo, è particolarmente significativa:
- Insieme, vengono analizzate le grandi manifestazioni collettive della società. Ovviamente Chuck ci sguazza nei suoi “momenti socievoli”, qui raccoglie il campionario per le sue opere: quando sono in mezzo agli altri, la cosa a cui faccio più attenzione sono le storie che mi raccontano.
- Ritratti, in questa sezione Palahniuk tratta delle singole persone che ha incontrato ed intervistato come: Juliette Lewis, Rocket Guy, Amy Hempel “Quando studi minimalismo al corso di scrittura creativa di Tom Spanbauer, il primo racconto che leggi è Il raccolto, di Amy Hempel. Il sucessivo è Strays di Mark Richard. E a quel punto sei rovinato.” Interessante il ritratto di Marilyn Manson intento a leggersi le carte! “[...] dovrò iniziare dal fondo e rendermi la persona più disprezzata che esiste. Rappresenterò tutte le cose cui sei contrario, e non potrai dire nulla per ferirmi, per farmi sentire peggio. Potrò solo risalire“. Scopriamo inoltre che Manson si registra negli alberghi con il nome di Patrick Bateman (immagino non ci sia bisogno di fare le presentazioni!).
- Personale, è senz’altro la parte più interessante. Dai romanzi trasgressivi (Fight Club, Trainspotting, American Psycho, provate a immaginare cos’ha in comune con Bret Easton Ellis oltre all’età naturalmente!), al perché scrive, perché la vita non funziona mai, se non con il senno di poi. E scrivere ti permette di riguardare al passato. Perché se non riesci a dominare la vita, almeno puoi dominare la tua versione. Poi la lucida dimostrazione della capacità umana di creare la realtà, ed infine il suo nostalgico album dei ricordi, la tragica scomparsa del padre e i conti con il passato (proprio come li ha fatti Easton Ellis in Lunar Park).
Ma Palahniuk non è finito, come Ellis (che nel frattempo ha preannunciato il suo prossimo e ultimo lavoro Imperial Bedrooms), a leggere i libri che i produttori hollywoodiani vorrebbero adattare per il piccolo schermo. Continua a scrivere e a graffiare. Di prossima pubblicazione è infatti Snuff, la storia di una donna che fa sesso con 600 uomini di seguito e muore durante le riprese del film…
Chuck è ancora convinto che non sia possibile pensare alla scrittura come al proprio lavoro principale, d’altronde:
nessuno a Los Angeles si trova mai a più di un centinaio di metri da una sceneggiatura. Ce ne sono stipate nei bagagliai delle auto. Nei cassetti degli uffici. Negli hard disk dei PC portatili. Sempre pronte ad essere tirate fuori. Un biglietto vincente della lotteria a caccia del suo montepremi. Un assegno paga ancora da incassare.






