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	<title>il Corriere della Letteratura &#187; Racconto</title>
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	<description>Bollettino periodico di lettere, arti e aneddotica.</description>
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		<title>il Corriere della Letteratura &#187; Racconto</title>
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		<title>I sogni non mentono mai</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 02:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>EDN</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci siamo dati mille appuntamenti telefonici, tenevo sempre a mente la ora in cui mi avresti chiamato o ti avrei visto. Avevamo appuntamento in camera, ma quando giunsi ai piedi del letto tutto era in ordine, le lenzuola tirate e la coperta sistemata con cura. Alla ora convenuta io ero lì, ma nessuno era stato [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&amp;blog=2206812&amp;post=1345&amp;subd=eremoletterario&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci siamo dati mille appuntamenti telefonici, tenevo sempre a mente la ora in cui mi avresti chiamato o ti avrei visto.</p>
<p>Avevamo appuntamento in camera, ma quando giunsi ai piedi del letto tutto era in ordine, le lenzuola tirate e la coperta sistemata con cura. Alla ora convenuta io ero lì, ma nessuno era stato in quella stanza prima di me. La luce del mattino o del tardo pomeriggio si irradiava sul letto vuoto.</p>
<p>Poi ho mentito e ti ho detto che quell&#8217;appuntamento lo avevamo mancato entrambi.</p>
<br />Filed under: <a href='http://eremoletterario.com/category/racconto/'>Racconto</a>  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&amp;blog=2206812&amp;post=1345&amp;subd=eremoletterario&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Riparazioni navali</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 06:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>EDN</dc:creator>
				<category><![CDATA[Citazione]]></category>
		<category><![CDATA[Punti di Vista]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Arsenale Triestino]]></category>
		<category><![CDATA[Civiltà delle Macchine]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura industriale]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello D'Olivo]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Parrella]]></category>
		<category><![CDATA[Riparazioni navali]]></category>
		<category><![CDATA[Visite in fabbrica]]></category>

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		<description><![CDATA[Cento anni di vita dell&#8217;Arsenale Triestino di Michele Parrella I gabbiani si incrociavano sui pontoni dell&#8217;Arsenale e l&#8217;ispettore della Società Lauro aveva ragione di fare certi discorsi. - Noi meridionali portiamo il sole in tasca &#8211; diceva nell&#8217;ufficio dell&#8217;ing. Seholz, e contava i giorni che occorrono per riparare la «Giulia». - Quaranta giorni, non uno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&amp;blog=2206812&amp;post=1159&amp;subd=eremoletterario&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:center;"><em>Cento anni di vita dell&#8217;Arsenale Triestino</em></h3>
<h3 style="text-align:center;">di Michele Parrella</h3>
<p>I gabbiani si incrociavano sui pontoni dell&#8217;Arsenale e l&#8217;ispettore della Società Lauro aveva ragione di fare certi discorsi.</p>
<p>- Noi meridionali portiamo il sole in tasca &#8211; diceva nell&#8217;ufficio dell&#8217;ing. Seholz, e contava i giorni che occorrono per riparare la «Giulia».</p>
<p>- Quaranta giorni, non uno di più &#8211; insisteva.</p>
<div id="attachment_1161" class="wp-caption alignleft" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-1161" title="La nave prima di entrare in bacino" src="http://eremoletterario.files.wordpress.com/2011/02/la-nave-prima-di-entrare-in-bacino.png?w=600&#038;h=274" alt="La nave prima di entrare in bacino" width="600" height="274" /><p class="wp-caption-text">La nave prima di entrare in bacino</p></div>
<p>Ogni armatore, e per lui l&#8217;ispettore inviato a Trieste per sollecitare i lavori, si fa questo calcolo. Gli affari, il commercio, il libro delle partenze, gli scali e gli arrivi non possono andare oltre le dita della mano, su cui bisogna contare le ore e i giorni in modo che tutto sia racchiuso in un pugno.</p>
<p>La «Giulia» è una motonave con le lamiere a chiodatura, una delle prime, dopo la «Manly», uscite dai cantieri di Monfalcone, e dentro dalla nave nei lunghi viaggi palpita ancora il Burmeister e Waim, il primo motore costruito nelle officine della Fabbrica Macchine S. Andrea. Se l&#8217;avaria avesse toccato lo scafo della «Giulia», gli operai del cantiere avrebbero dovuto smontare le lamiere chiodo per chiodo e poi di nuovo sistemarle dopo averle battute e messe a punto. Avrebbero dovuto, cioè, ritornare nel tempo, dimenticare la fiamma ossidrica e rifare il lavoro dei padri, rumoroso e paziente. Proprio come avviene ad un ciabattino: deve ripigliare la scarpa punto per punto e restituirla nella forma originaria.</p>
<p>Ma quaranta giorni bastano per riparare la nave che ha la chiglia contorta e il fondo ammaccato. Gli uomini che ci lavorano attorno dicono che è stata una secca nel Sud America, aggiunge l&#8217;ingegnere.</p>
<div id="attachment_1162" class="wp-caption alignright" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-1162" title="Le vecchie eliche" src="http://eremoletterario.files.wordpress.com/2011/02/vecchie-eliche.png?w=600&#038;h=571" alt="Le vecchie eliche" width="600" height="571" /><p class="wp-caption-text">Le vecchie eliche</p></div>
<p>Ora la «Giulia» giace nel primo bacino dell&#8217;Arsenale, ferma sui puntelli. Gli operai hanno fatto i buchi nel fondo per l&#8217;acqua che vi si era accumulata, poi guardano con attenzione il oppio fondo per la riserva ed i residui di nafta e presto daranno mano alla fiamma, ai compressori, sdraiati per terra in quel vasto e lungo corridoio tra il fondo della nave e il fondo del bacino.</p>
<p>Questa bassa, oscura e rumorosa galleria somiglia ad un luogo della memoria o della coscienza, una surrealista figurazione della tensione fisica sopra uno sfondo grigio cupo. Le voci, gli improvvisi bagliori, i prolungati silenzi, il rumore delle acque che battono alla porta del bacino, i grossi e corti puntelli che reggono lo scafo, l&#8217;intera parte sotterranea di questo paesaggio può spingere ad astratti pensieri, metafisici raffronti che solo gli strumenti e oggetti meccanici possono rendere più vicini e concreti.</p>
<p>C&#8217;è la tentazione del mare a pochi metri dalla fucina, il suo vasto, profondo e continuo agitarsi.<span id="more-1159"></span></p>
<p>Il mare va e viene, ma questo giuoco non arriva più al fasciame, alle paratie, non tocca più lo scafo, il mare va e viene a pochi metri e la nave pare una collina, una grossa montagna con la prua, gli spigoli, il vuoto dentro, l&#8217;enorme ventre della montagna. Dentro vi è un motore fermo, i cilindri non sono più in subbuglio, paiono intatti e antichissimi avanzi di un mondo non più meccanico ma vegetale.</p>
<p>Pare che la natura sia sempre pronta a prendersi una rivincita. E continuamente si insinua sotto le forme della tregua, il silenzio e l&#8217;abbandono. È l&#8217;unica possibile rivincita sul moto, contro un tale meccanico e rigoroso personaggio che ha soppiantato ogni pausa troppo lunga e ingiustificata, che senza discutere ha strappato alla natura ogni sua prerogativa; soprattutto la feconda pigrizia, il lento e rigoglioso ripetersi delle forme, il suo pacifico vivere, porto sicuro per ogni evasione dell&#8217;uomo, cifra altrettanto certa e indispensabile per i meravigliosi e matematici castelli dei filosofi.</p>
<p>Vi è sicuramente una lotta tra questi elementi: il continuo attacco del mare, la resistenza della roccia, i segreti piani della natura e il moltiplicarsi inoltre delle macchine, i motori, non soltanto come organismi semoventi e perfetti ma punti obbligati di riferimento, nuovo centro della terra, lucido cuore dell&#8217;universo, agitato cuore dell&#8217;uomo.</p>
<p>Una nave appartiene ai più larghi orizzonti, ai diversi cieli, ad altissimi disegni. È un oggetto mosso da irripetibili impuldi, la sua vita è nella labile traccia dei gabbiani, bisognava trovare uno strumento per seguire più da vicino il moto perpetuo.</p>
<p>Ma ogni cosa è pronta sempre per cadere, per diventare altro, finire in altre mani. È la sottile e dolorosa traccia dei poeti, la loro sensibile morte.</p>
<p>Anche una nave può cadere nelle mani di un altro elemento. Basta una secca, i perni logorati del timone, l&#8217;albero corroso, un urto dell&#8217;elica. Intervengono allora altre leggi, le leggi dell&#8217;altro elemento e non solo questo, e la nave giace come morta, un corpo assente in preda ad altre regole e disposizioni, le regole e disposizioni che corrono sulla terra ferma. Interviene la fretta dell&#8217;armatore, il preciso conto per la riparazione, il meno possibile, la durata del lavoro, varie sollecitazioni in una, e alla fine l&#8217;Arsenale nei diversi settori diventa un grande personaggio in mezzo ad una infinità di funzioni. Diventa un intermediario, ad esempio, tra l&#8217;armatore e l&#8217;Istituto del Registro Italiano. Deve cioè conciliare le pressioni dell&#8217;armatore con il rigoroso esame che tocca ad un perito del Registro, perché tutto sia in regola con le norme di sicurezza, a cui soggiacciono le navi. È un vero e proprio esame di abilitazione che decide del destino della nave, la sua classe, la sua funzione.</p>
<p>A volte i lavori di riparazione che impegnano un numero sempre crescente di operai fino a mille proseguono ininterrottamente giorno e notte, con qualsiasi tempo. Parlare a Trieste di qualsiasi tempo significa che la bora spesso irrompe con la sua furia nel bacino, a spogliare la nave e gli uomini, a strappar via quei pensieri che possono riempire il lavoro di questi operai artigiani.</p>
<div id="attachment_1163" class="wp-caption alignleft" style="width: 438px"><img class="size-full wp-image-1163" title="La nave nella fossa dell'Arsenale Triestino" src="http://eremoletterario.files.wordpress.com/2011/02/nave-nella-fossa-dellarsenale-triestino.png?w=600" alt="La nave nella fossa dell'Arsenale Triestino"   /><p class="wp-caption-text">La nave nella fossa dell&#039;Arsenale Triestino</p></div>
<p>Vi è una connessione, infatti in questa industriosa fatica. Un filo unisce questi lavoratori che hanno gli occhi penetranti e chiari come quelli di Umberto Saba, il poeta di Trieste. Tre generazioni di operai, di capimastri, di tecnici, si sono avvicendate nelle officine e nei bacini dell&#8217;Arsenale.</p>
<p>Si può dire che la storia dell&#8217;Arsenale si confonde con la storia di Trieste ed è strettamente legata alla fortuna dei primi commerci europei e atlantici. Lo sviluppo della città, dell&#8217;Arsenale, e il fiorire dell&#8217;industria marittima costituiscono un unico coefficiente, il saldo tessuto di un periodo industrioso ed ottimistico, di continue innovazioni, di strettissime gare tra società, cantieri, maestranze. Sono quelli gli anni della «febbre», gli anni della meraviglia, di uno stupore rinnovato anno per anno. È ormai lontano il tempo degli «squeri», lo Squero San Marco e lo Squero Panfilli, cantieri già più organizzati e moderni, di quelle baracche officine lungo la costa, dove una folla di costruttori che lavoravano di sgubbia, passetto e filo a piombo, modellavano le agilissime sagome dei velieri con i calcoli dello scafo e il moto del mare nell&#8217;anima, guidati più dall&#8217;istinto che da una istruzione razionale; un impercettibile istinto che passava dall&#8217;occhio alla mano del figlio, facendone abilissimi realizzatori di sagome ed alberature. Era passato poco più di un secolo dalla proclamazione di Trieste a porto franco, e già la città si poteva considerare come il polso di quell&#8217;ottocentesco fervore. Nella concorrenza sempre più incalzante, tra le società inglesi e americane in particolar modo e senza tregua, i materiali da costruzione subiscono un sovvertimento: il legno cede al ferro, le ruote all&#8217;elica e la vela al vapore. In tal modo e per tali sollecitazioni dell&#8217;epoca, verso la metà del secolo sorge l&#8217;Arsenale su progetto dell&#8217;architetto svedese  Hansen, nella baia di Servola e per un&#8217;area di 45000 metri quadrati. La Società dei Lloyd offrontò una spesa complessiva di sei milioni e mezzo di fiorini, cifra enorme in una congiuntura di gravi crisi economiche e politiche, concentrando tutti gli sforzi e speranze in tale impresa. Su tale coraggio, su questa capacità di sentire un programma nelle più lontane scadenze, in questo largo e fiducioso respiro possono sorgere i primi moderni nuclei dell&#8217;industria meccanica, con il nobile passato di una paziente applicazione empirica, di un artigianato sorvegliatissimo.</p>
<p>La torretta Lloyd che sovrasta l&#8217;Arsenale stabilisce una asburgica misura, ma basta portare lo sguardo più in basso, a quei leoni che poggiano sugli angoli, alla base dell&#8217;edificio, per riconoscere i segni di un&#8217;architettura di levantina ispirazione. Trieste è cresciuta su questi incroci, l&#8217;incrocio dei traffici e l&#8217;incrocio delle razze e forse somiglia ad un allegro mosaico il carattere degli abitanti. La allegria dei triestini è stata una delle più precise caratterizzazioni. È passato un secolo dalla progettazione degli scali a rotaie, gli scali «Morton», dalla costruzione dei bacini di carenaggio e delle officine. Ora si parla di un terzo bacino e l&#8217;Arsenale pare ritornato all&#8217;operosità dei primi squeri.</p>
<p>Quando arrivò nel cantiere la motonave «Barletta» cinque anni a circa, dopo essere rimasta in fondo al mare per lo stesso numero di anni , era soltanto ferro contorto e ruggine, un millenario scoglio con grumi di sale e ostriche. Un anno dopo poteva lasciare da sola il bacino e ritornare al suo elemento.</p>
<p><em> «Civiltà delle Macchine», A. II, n. 2, marzo 1954, pp. 47-49.</em></p>
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		<title>Testa di Rame, Maria de los Ángeles e Juana</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Nov 2010 07:30:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[El Chiflón del diablo]]></category>
		<category><![CDATA[El Chiflón del Diablo in italiano]]></category>
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		<description><![CDATA[El Chiflón del Diablo « III Testa di Rame arrivo quella notte a casa sua più tardi del solito. Era greve, meditabondo, e rispondeva con monosillabi alle premurose domande che la madre gli poneva sul lavoro del giorno. In quel focolare umido vi era una certa decenza e pulizia comunemente desueta in quei ricoveri dove [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&amp;blog=2206812&amp;post=831&amp;subd=eremoletterario&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#000080;">El Chiflón del Diablo</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><a href="http://wp.me/p9g5K-da"><span style="color:#000080;">«</span></a><span style="color:#000080;"> III</span></h1>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Testa di Rame arrivo quella notte a casa sua più tardi del solito. Era greve, meditabondo, e rispondeva con monosillabi alle premurose domande che la madre gli poneva sul lavoro del giorno. In quel focolare umido vi era una certa decenza e pulizia comunemente desueta in quei ricoveri dove in promiscuità ripugnante si confondevano uomini, donne e bambini e una varietà di animali che ognuna di quelle stanze suggerivano nello spirito la biblica visione del’Arca di Noè.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">La madre del minatore era una donna alta, magra, dai capelli bianchi. Il suo viso molto pallido aveva un’espressione rassegnata e dolce che faceva ancor più soave il brillo dei suoi occhi umidi, dove le lacrime parevano sempre pronte a scivolare. Si chiamava Maria de los Ángeles.<span id="more-831"></span></p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Figlia e madre di minatori, terribili disgrazie l’avevano invecchiata prematuramente. Suo marito e due figli morti uno dopo l’altro per gli sprofondamenti e le esplosioni del grisou, furono il tributo che i suoi avevano pagato all’insaziabile avidità della miniera. Le rimaneva solo quel ragazzo per il quale il suo cuore, ancora giovane, era in continuo sussulto.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Sempre timorosa di una disgrazia, la sua immaginazione non si separava un istante dalle tenebre del manto carbonifero che assorbiva quell’esistenza che era il suo unico bene, l’unico legame che la teneva in vita.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Quante volte in quegli istanti di raccoglimento aveva pensato, senza riuscire a spiegarselo, il perché di quelle odiose disuguaglianze umane che condannavano i poveri, di maggior numero, a sudare sangue par vivere e sostenere lo splendore dell’inutile esistenza di pochi! E se soltanto si potesse vivere senza quella perpetua ansia per la sorte degli esseri amati, la cui vita era il prezzo, tante volte pagato, del pane di ogni giorno!</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Quelle fantasticherie erano però passeggere, e non potendo decifrare l’enigma, l’anziana inseguiva quei pensieri e tornava alle sue faccende con la malinconia abituale. Mentre la madre terminava di preparare la cena, il ragazzo seduto vicino a fuoco rimaneva silenzioso, astratto nei suoi pensieri. L’anziana, inquieta a causa del silenzio, si preparava a interrogarlo quando la porta girò sui suoi cardini e la faccia di una donna si sporse dall’apertura.</p>
<p>- Buona sera vicina, come sta il malato? – domandò gentilmente Maria de los Ángeles.</p>
<p>- Uguale – rispose l’interrogata, entrando nella stanza -. Il medico dice che l’osso della gamba non si è ancora saldato e deve rimanere immobile al letto.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">La nuova venuta era una giovane dal viso bruno, segnato da veglie e privazioni. Portava nella mano destra una scodella di latta e, mentre rispondeva, si sforzava per distogliere lo sguardo dalla zuppa che fumava sopra il tavolo.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">L’anziana allungò il braccio e prese la brocca e mentre vuotava in questo il liquido caldo, seguì chiedendo:</p>
<p>- Figlia mia hai parlato con i capi? Ti hanno aiutata?</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">La giovane mormorò con sconforto:</p>
<p>- Sono stata da loro. Mi hanno detto che non aveva diritto a niente, che già era abbastanza il darci la camera; pero, se lui muore posso andare a prendere l’ordine per recarmi allo spaccio dove mi darebbero quattro candele e un sudario.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">E con un sospiro aggiunse:</p>
<p>- Dio non voglia che il mio povero Juan li obblighi a fare questa spesa.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Maria de los Ángeles aggiunse alla zuppa un pezzo di pane e pose entrambi nelle mani della giovane, che si incamminò verso la porta, dicendo grata;</p>
<p>- La Vergine vi ripagherà, vicina.</p>
<p>- Povera Juana –disse la madre, rivolgendosi al figlio, che aveva avvicinato la sedia alla tavola-, a breve sarà un mese che tirarono fuori dalla miniera suo marito con la gamba rotta.</p>
<p>- Cosa faceva?</p>
<p>- Era carrettiere nel El Chiflón del Diablo.</p>
<p>- Ah si, dicono che quelli che lavorano lì hanno venduto la loro vita!</p>
<p>- Esagerato, madre –disse l’operaio-, e adesso è diverso, si sono fatti grandi lavori di puntellamento. Da più di una settimana non ci sono disgrazie.</p>
<p>- Sarà come dici, però non potrei vivere se tu lavorassi lì, preferirei andarmene a mendicare per i campi. Non voglio che ti portino un giorno come portarono tuo padre e i tuoi fratelli.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Grosse lacrime scivolarono dal pallido volto dall’anziana. Il ragazzo taceva e mangiava senza alzare lo sguardo dal piatto.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Testa di Rame andò la mattina seguente a lavoro senza comunicare a sua madre il cambio di mansione effettuato il giorno prima.</p>
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		<title>L’implacabile nemico</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 07:30:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>EDN</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Baldomero Lillo]]></category>
		<category><![CDATA[El Chiflón del diablo]]></category>
		<category><![CDATA[El Chiflón del Diablo in italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Lo Spiffero del Diavolo]]></category>
		<category><![CDATA[racconto cileno]]></category>
		<category><![CDATA[subterra]]></category>

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		<description><![CDATA[El Chiflón del Diablo « II Fra il morire di fame o schiacciati da una frana, era preferibile quest’ultima, aveva il vantaggio della rapidità. E poi, andare dove? L’inverno, l’implacabile nemico dei derelitti, come un creditore sta addosso agli averi dell’insolvente senza dargli tregua né tempo, aveva spogliato la natura di tutte la sua eleganza. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&amp;blog=2206812&amp;post=824&amp;subd=eremoletterario&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#000080;">El Chiflón del Diablo</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#000080;"><a href="http://wp.me/p9g5K-da">«</a> II</span></h1>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Fra il morire di fame o schiacciati da una frana, era preferibile quest’ultima, aveva il vantaggio della rapidità. E poi, andare dove? L’inverno, l’implacabile nemico dei derelitti, come un creditore sta addosso agli averi dell’insolvente senza dargli tregua né tempo, aveva spogliato la natura di tutte la sua eleganza. Il raggio tiepido del sole, il verde smaltato dei campi, le albe di rosa e oro, il manto azzurro dei cieli, tutto era stato rapito da quello Shylock inesorabile che, portando nella destra la sua immensa borsa, andava raccogliendo in essa i tesori di colore e luce che incontrava lungo il suo cammino sulla terra.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Le tormente di vento e pioggia che convertivano in torrenti i languidi fiumicelli, lasciavano i campi desolati e incolti. Le terre basse erano immensi pantani d’acqua paludosa, e nelle colline e nelle pendici dei monti, gli alberi senza foglie ostentavano sotto il cielo eternamente opaco la nudità dei suoi rami e dei suoi tronchi.<span id="more-824"></span></p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Nelle capanne dei contadini la fame affacciava il suo pallido volto attraverso quello dei suoi abitanti, che si vedevano obbligati a elemosinare alle porte delle officine e delle fabbriche alla ricerca di un pezzo di pane che gli negava il lugubre suolo delle campagne esauste.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">C’era quindi da sottomettersi a riempire i buchi che il fatidico cunicolo apriva costantemente in queste schiere d’inermi senzatetto, nella perpetua lotta contro le avversità della sorte, abbandonati da tutti, e contro i quali tutte le ingiustizie e le iniquità erano permesse.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">L’accordo fu fatto. Gli operai accettarono senza opporre obiezioni il nuovo lavoro, e un attimo dopo erano nella gabbia, precipitando a piombo nelle profondità della miniera. La galleria del El Chiflón del Diablo aveva una fama sinistra. Aperta per dare sbocco al minerale di un filone recentemente scoperto, inizialmente i lavori si erano svolti con la perizia dovuta. Però, man mano che si affondava nella roccia, questa si faceva più porosa e inconsistente. Le infiltrazioni tanto scarse all’inizio erano andate aumentando, rendendo molto precaria la stabilità delle coperture che si sostenevano solo mediante solidi rivestimenti.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Una volta terminata l’opera, poiché l’immensa quantità di legname necessaria per puntellare faceva aumentare il costo del minerale considerevolmente, poco a poco si iniziò a trascurare questa parte essenziale del lavoro. Si rivestiva sempre, sì, però fiaccamente, economizzando su tutto ciò che si poteva.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">I risultati di questo sistema non si lasciarono attendere. Continuamente bisognava estrarre da lì un contuso, un ferito e anche a volte qualche morto schiacciato dal repentino staccamento di quel tetto mancante di appoggio, e che, minato a tradimento dall’acqua, era una minaccia costante per la vita degli operai, che terrorizzati per la frequenza dei cedimenti iniziarono ad evitare i compiti nel mortifero corridoio.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">La Compagnia però vinse molto presto la loro ripugnanza con l’esca di alcuni centesimi in più nei salari e lo sfruttamento della nuova vena continuò. Molto presto, tuttavia, l’aumento delle paghe fu soppressa senza che per questo si paralizzassero i compiti, per ottenere questo risultato bastava il metodo messo in pratica dal caposquadra quella mattina.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Molte volte, nonostante i capitali investiti in quella sezione della miniera, si era pensato di abbandonarla, dato che l’acqua rovinava in poco tempo i rivestimenti che dovevano continuamente essere rinforzati, e benché questo si facesse solo nelle parti indispensabili, il consumo di legname risultava sempre eccessivo. Per disgrazia dei minatori, però, il carbone da lì estratto era superiore a quello di altri giacimenti, e la carne del docile e mansueto gregge posta nel piattino più leggero, equilibrava la bilancia, permettendo alla Compagnia di sfruttare senza interruzioni il ricchissimo veleno, questi neri cristalli che guardavano a traverso i secoli le irradiazioni di quei milioni di soli che tracciarono la rotta celeste, da oriente a occidente, colà nell’infanzia del pianeta.</p>
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		<title>«El Chiflón del Diablo», lo spiffero&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 06:20:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>EDN</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[33 minatori cileni]]></category>
		<category><![CDATA[Absent de l'histoire]]></category>
		<category><![CDATA[Baldomero Lillo]]></category>
		<category><![CDATA[El Chiflón del Diablo in italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Lo Spiffero del Diavolo]]></category>
		<category><![CDATA[subterra]]></category>

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		<description><![CDATA[El Chiflón del Diablo è un&#8217;opera ispirata alla poetica naturalista scritta da Baldomero Lillo e pubblicata nella raccolta di racconti Subterra nel 1904. Il Chiflón del Diablo (chiflón può essere tradotto come: spiffero) è una miniera di carbone cilena oggi convertita in attrazione turistica. Le telecamere sono ancora accese sui 33 minatori cileni che hanno vissuto una storia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&amp;blog=2206812&amp;post=816&amp;subd=eremoletterario&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>El Chiflón del Diablo</em> è un&#8217;opera ispirata alla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Naturalismo_(letteratura)">poetica naturalista</a> scritta da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Baldomero_Lillo">Baldomero Lillo</a> e pubblicata nella raccolta di racconti <em>Subterra </em>nel<em> </em>1904. Il <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Chiflón_del_Diablo">Chiflón del Diablo</a> (chiflón può essere tradotto come: spiffero) è una miniera di carbone cilena oggi convertita in attrazione turistica. Le telecamere sono ancora accese sui <strong>33 minatori cileni </strong>che hanno vissuto una storia da raccontare mille e mille volte, eppure l&#8217;<em>a</em><em>bsent</em><em> de l&#8217;</em><em>histoire </em>è in questo caso la vittima, il martire del lavoro da compiangere al più qualche giorno. Ai <strong>reality show</strong> è preferibile di gran lunga che i mezzi di <strong>informazione</strong> facciano luce sulla sicurezza nelle miniere e in tutti luoghi da dove poi il lavoratore non è più tornato.</p>
<p>La traduzione di questo breve racconto è tratta da <a href="http://inabima.org/BibliotecaINABIMA---/A-L/L/Lillo,%20Baldomero%20-%20Tienda%20y%20Trastienda/Lillo,%20Baldomero%20-%20EL%20CHIFLON%20DEL%20DIABLO.pdf">questa versione</a>.</p>
<h1 style="text-align:center;"><strong><span style="color:#000080;">El Chiflón del Diablo</span></strong></h1>
<h1 style="text-align:center;"><strong><span style="color:#000080;">I<a href="http://wp.me/p9g5K-di">»</a></span></strong></h1>
<p>In una sala bassa e stretta, il caposquadra di turno seduto al suo tavolo di lavoro e tenendo davanti a se un gran registro aperto vigilava la discesa degli operai in quella fredda mattinata invernale. Dal buco della porta si vedeva l’ascensore aspettare il suo carico umano che, una volta completato, spariva con esso, silenzioso e rapido, per l’umida apertura del pozzo.</p>
<p>I minatori arrivavano in piccoli gruppi e &#8211; mentre sganciavano le loro lampade attaccate alle pareti, già accese &#8211; l’impiegato gli stampava un’occhiata penetrante, tracciando con la matita un corto segno al margine di ogni nome. <span id="more-816"></span>Sbrigativamente, rivolgendosi a due lavoratori che andavano frettolosamente verso la porta di uscita li trattenne con cenno, dicendogli:</p>
<p>- Voi rimanete.</p>
<p>Gli operai si girarono sorpresi e una vaga inquietudine si fece strada sui loro pallidi visi. Il più giovane era un ragazzo di vent’anni scarsi, lentigginoso, con un abbondante capigliatura rossiccia, alla quale doveva il soprannome Testa di Rame &#8211; con il quale tutti lo conoscevano &#8211; era di bassa statura, forte e robusto. L’altro più alto, più magro e ossuto, già vecchio era di aspetto gracile e cagionevole.</p>
<p>Entrambi con la mano destra sostenevano la lampada e con la sinistra il proprio mazzo di piccoli pezzi di spago nelle cui estremità erano legati un bottone o una perla di vetro di forme e colori distinti; erano i punti o segnali che i minatori ponevano dentro i carrelli di carbone per indicare al di sopra la loro provenienza.</p>
<p>La campana dell’orologio appeso alla parete scandì lentamente le sei. Di quando in quando un minatore affannato si precipitava dalla porta, staccava la sua lampada e con la stessa velocità abbandonava la stanza, lanciando una timida occhiata al caposquadra, che, senza muovere le labbra, impassibile e severo, segnalava con una croce il nome del ritardatario.</p>
<p>Dopo alcuni minuti di silenziosa attesa, l’impiegato fece segno ai due operai di avvicinarsi, e disse loro:</p>
<p>- Voi siete carrettieri della Alta, non è così?</p>
<p>- Si, signore &#8211; risposero gli interpellati.</p>
<p>- Mi dispiace comunicarvi che siete senza lavoro. Ho l’ordine di tagliare il personale di questa vena.</p>
<p>I due operai non risposero e ci fu per un istante un profondo silenzio.</p>
<p>Alla fine il più anziano disse:</p>
<p>- Però ci occuperà da un’altra parte?</p>
<p>L’individuo chiuse il libro con forza e spingendosi indietro sulla sedia con tono serio rispose:</p>
<p>- Penso sia difficile, abbiamo gente che avanza in tutti i lavori.</p>
<p>L’operaio insisté:</p>
<p>- Accetteremo il lavoro che ci dà, saremo tornitori, sostegni, quello che vuole.</p>
<p>Il caposquadra scuoteva la testa negativamente.</p>
<p>- Già l’ho detto che ho gente in avanzo e se la richiesta di carbone non aumenta bisognerà diminuire anche l’estrazione in alcune altre vene.</p>
<p>Un amaro e ironico sorriso contrasse le labbra del minatore, ed esclamò:</p>
<p>- Sia franco, don Pedro, e dica che vuole obbligarci ad andare a lavorare al Chiflón  del Diablo.</p>
<p>L’impiegato si eresse sulla sedia e protestò indignato:</p>
<p>- Qui nessuno obbliga nessuno. Così come voi siete liberi di rifiutare il lavoro che non vi aggrada, la Compagnia, da parte sua, ha pieno diritto di prendere decisioni che favoriscano i suoi interessi.</p>
<p>Durante quella filippica, gli operai con gli occhi bassi ascoltavano in silenzio e, vedendo il loro umile contegno, la voce del caposquadra si fece più dolce.</p>
<p>- Però, benché gli ordini che ho siano tassativi –aggiunse-, voglio aiutarvi a uscire da questa situazione. Ci sono nel Chiflón Nuovo o del Diablo, come voi lo chiamate, due posti vacanti da minatori, qualcuno li occuperebbe adesso stesso e domani potrebbe essere tardi.</p>
<p>Uno sguardo d’intesa passò fra gli operai. Conoscevano le tattiche e sapevano fin dall’inizio il risultato di quella scaramuccia. Per il resto si erano già risolti a seguire il loro destino. Non c’era modo di scappare.</p>
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		<title>3-Il domani è in gran parte figlio dell’oggi (ed oggi è stata una buona giornata).</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2008 18:38:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[soggetto]]></category>
		<category><![CDATA[speaker's corner]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggi la prima parte&#62;&#62;&#62; Nico. Mancano 2 ore e 47 minuti. Prezzolati dall&#8217;azienda per far saltare il rinnovo del contratto. Nico rilesse quel volantino una decina di volte. Era diabolico, indicava lui e gli altri organizzatori dell&#8217;assemblea come spie dell&#8217;azienda che cercavano di ostacolare il lavoro dei sindacati, erano loro a voler far saltare il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&amp;blog=2206812&amp;post=189&amp;subd=eremoletterario&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><img class="alignnone size-full wp-image-192" style="float:left;margin-right:3px;" src="http://eremoletterario.files.wordpress.com/2008/05/dummy3.jpg?w=600" alt=""   /></h2>
<p><em>Leggi la <a href="http://eremoletterario.wordpress.com/2008/ 05/05/il-domani-e-in-gran-parte-figlio-dell-oggi1">prima parte&gt;&gt;&gt;</a></em></p>
<h2>Nico. Mancano 2 ore e 47 minuti.</h2>
<p><em>Prezzolati dall&#8217;azienda per far saltare il rinnovo del contratto</em>. Nico rilesse quel volantino una decina di volte. Era diabolico, indicava lui e gli altri organizzatori dell&#8217;assemblea come spie dell&#8217;azienda che cercavano di ostacolare il lavoro dei sindacati, erano loro a voler far saltare il vantaggioso rinnovo contrattuale alla quale la direzione stava lavorando. Vantaggioso per loro, certo! Chi mai avrebbe potuto credere ad una simile baggianata, chi mai avrebbe solo potuto architettarla. Passò un tizio che lavorava lì e che era venuto all&#8217;assemblea, se lo ricordava, Nico lo salutò e quello fece finta di non conoscerlo. Gli venne il sangue alla testa, come un pazzo si mise a strappare tutti i volantini da tutti gli uffici, sotto lo sguardo attonito degli operatori, che preferivano far finta di ignorarlo.</p>
<p>Quindi si recò nella sala adibita alla pausa, si mise davanti ad una telecamera a circuito chiuso e con un accendino mise fuoco ai volantini. Voleva far scattare la sirena antincendio, creare un disagio all&#8217;azienda, ma l&#8217;allarme non era scattato, evidentemente non funzionava, non era a norma. Aveva scoperto anche questo. Li avrebbe potuti denunciare. Se ne rimase a bruciare quei volantini uno ad uno, sentendosi pieno di rabbia da scoppiare, ma allo stesso tempo si sentiva anche un po&#8217; ridicolo. Finché, dal fumo provocato dai volantini bruciati, non spuntò un tizio in giacca e cravatta, neanche quarant&#8217;anni, baffetto curato alla Clark Gable e capelli tenuti all&#8217;indietro dal gel, si teneva un fazzoletto alla bocca per non respirare il fumo. Si era avvicinato a Nico e lo aveva invitato a recarsi in direzione non appena avesse finito con la sua, ehm, attività. Quindi era nuovamente scomparso nel fumo.<span id="more-189"></span></p>
<h2><strong>Marilena. Mancano 2 ore e 18 minuti.</strong></h2>
<p>Marilena aveva aperto e tagliato i panettoni, aveva posto le fette nei piatti di carta rossa, aveva versato lo spumante caldo nei bicchieri di plastica ed aveva cominciato a distribuire il tutto nelle celle degli operatori. Nella mail c&#8217;era scritto che per nessuna ragione gli operatori dovevano abbandonare le postazioni, tanto meno per mangiare il panettone. Era stata quella cosa che le aveva dato una sgradevole sensazione. Che senso aveva quello che stava facendo? Nessuno le sorrideva, né la ringraziavano, lei rimaneva lì, qualche istante ferma, in attesa, ma vedeva solo visi ansiosi di non incontrare il suo, facce che masticavano amaro. Aveva di colpo una gran voglia di andarsene da lì. Perché era andata a lavorare il giorno di Natale. Mario aveva salutato perfino la rumena che fa le pulizie, ma lei non l&#8217;aveva mai visto! Le cambiavano il turno quasi ogni giorno, mattina, pomeriggio, sera, pomeriggio, mattina, sera, pomeriggio, alla fine le sembrava di essere sempre lì dentro. Portò il panettone e lo spumante caldo a Walter, uno degli operatori più simpatici, la metteva sempre di buon umore. Ma Walter, non appena l&#8217;aveva vista aveva fatto una faccia schifata e guardando il panettone aveva detto &#8220;ma te rendi conto? Tojme sta robba dall&#8217;occhi. Sei ridicola Marilè, fattelo dì&#8221;</p>
<p>Marilena era tornata a sedersi dietro la sua scrivania. Si sentiva come un pugile che ha appena preso in faccia il gancio che lo mette definitivamente KO. Qualcosa le premeva sul petto impedendole di respirare bene. Bevve il bicchiere di spumante d&#8217;un fiato e tossì, accorgendosi di quanto fosse acido. Quello spumante faceva schifo. Guardò il suo vestito e, anziché trovarlo elegante come al solito, le sembrò solo inappropriato a quel luogo e si percepì come se fosse nuda. Qualche operatore dal fondo reclamò la sua fetta di panettone, si ricordò che non aveva ancora finito il giro. Si accorse con la coda dell&#8217;occhio che la donna delle pulizie si era cambiata e stava andando via, in mano aveva quattro scatole di panettone e un paio di bottiglie di spumante. I loro sguardi si incrociarono per un attimo, Marilena disse Buon Natale, o forse non lo disse, ma lo pensò. Si girò verso il computer ed iniziò a scrivere una lunga mail di fuoco a Mario, una lettera di congedo, quello sarebbe stato il suo ultimo giorno di lavoro lì dentro.</p>
<h2><strong>Bruno. Manca un&#8217;ora e 45 minuti.</strong></h2>
<p>Certo! Era proprio lui, Bruno finalmente aveva riconosciuto l&#8217;operatore appena arrivato che si era sistemato nella cella vicino alla sua, era il condomino di suo suocero, quello che era venuto a portargli lo spumante buono. Aveva detto che nel pomeriggio sarebbe andato al cinema con la moglie. Altrochè, eccolo là. Anche lui lo aveva visto e riconosciuto, ma fece finta di nulla.</p>
<p> <em>Fatto. E adesso? </em>Il cliente era ancora in linea, Bruno ricadde dalle nuvole e disse: <em>E adesso spenga tutto e lasci perdere, mi creda se lo installa  domani questo software non cambia è sempre la stessa stronzata che non le servirà mai. Auguri.</em> Bruno mise giù, si alzò, si avvicinò al tavolo dove era seduta Marilena intenta a scrivere alacremente una mail, prese un bicchiere di plastica di quelli destinati allo spumante e vi versò del whisky. Quindi andò dal condomino di suo suocero e gli offrì il bicchiere &#8220;Se lo beva alla nostra salute&#8221;  Bruno tornò alla sua postazione e si infilò la giacca, nell&#8217;uscire si accorse che c&#8217;era il megafono che Nico usava nelle assemblee posato accanto alla postazione vuota di Nico. Lo prese, ingollò il whisky sotto gli occhi di tutti ed uscì. Aveva una gran voglia di stare con sua moglie e sua figlia. Magari potevano andare al cinema. Niente e nessuno poteva impedirglielo.</p>
<h2><strong>Nico. Manca un&#8217;ora e 3 minuti.</strong></h2>
<p> - La sua lettera di dimissioni, firmi pure qui in basso.  &#8211; Posso leggere prima? Domandò Nico nel prenderla. C&#8217;era scritto: rescissione unilaterale del contratto, in quanto è venuta a mancare la fiducia reciproca nel rapporto di lavoro. Certo che ci sapevano proprio fare con le parole.  &#8211; E ci ringrazi se non la denunciamo.  &#8211; Ringraziatemi voi, visto che l&#8217;allarme antincendio non funziona.</p>
<p>Erano in tre davanti a lui, tra cui quello col baffetto alla Clark Gable, la reazione a quella frase era stata solo qualche risatina trattenuta.</p>
<p>Aveva strappato e gettato quella lettera nel water, ci aveva orinato sopra e aveva scaricato l&#8217;acqua. Si era guardato allo specchio, era stanchissimo e furioso allo stesso tempo. Aprì il rubinetto e si versò l&#8217;acqua gelida in faccia, sentiva dei rumori provenire da un&#8217; altra toilette. Scaricò la sua rabbia dando un pugno forte sulla porta del bagno da cui arrivava il rumore ed uscì.</p>
<p>Il sole stava tramontando, ma ci si vedeva ancora. Era salito in cima all&#8217;ultimo piano, c&#8217;era una porticina di ferro che dava sul tetto. Non gli fu difficile scardinarla ed aprirla per poi uscire. Uno degli ultimi lavori che aveva fatto, prima di entrare lì, era stato l&#8217;elettricista. Una mattina gli capitò di riparare proprio una centralina dell&#8217;edificio. Quello era stato il suo primo approccio col call center e non gli era sembrata una brutta idea provare ad entrarci. Adesso, mesi dopo, Nico stava riaprendo quella centralina, se la ricordava abbastanza bene, non sarebbe stato difficile mandarla in corto e provocare un incendio. La gente avrebbe fatto in tempo a mettersi in salvo e quel posto sarebbe bruciato, magari non tutto, perché i pompieri arrivano anche a Natale, però sarebbe stato un bel danno. Nico guardava fisso la centralina, meditava sulla possibilità di diventare un vandalo o meno.</p>
<h2><strong>Walter. Mancano 16 minuti.</strong></h2>
<p>Walter voleva mettere i vermi nelle toilette dei piani alti, dove c&#8217;erano gli uffici della dirigenza. La donna delle pulizie stava andando via, quindi avrebbero pulito di nuovo l&#8217;indomani. Si sentiva stupido ed eccitato al tempo stesso con quella roba nello zaino. Entrò nel bagno e chiuse a chiave la porta. Se li era fatti dare dal tizio con cui divideva l&#8217;appartamento all&#8217;Eur, il quale li usava la domenica per andare a pescare. Li avrebbe messi nel dispenser del sapone e in quello dei fazzoletti di carta per asciugare le mani. Si era infilato in un bagnetto e stava per estrarre la busta quando sentì che nell&#8217;antibagno c&#8217;era qualcuno che stava aprendo un lavandino.  Si chiuse dentro a chiave, il cuore gli schizzò a tutta velocità. Improvvisamente la sua voglia di ribellione si sgonfiò, iniziò a vergognarsi dell&#8217;idea assurda che gli era saltata in testa, ma come cazzo gli era venuta?  Si rendeva conto di cosa poteva accadergli se lo beccavano. Che ribellione era mai quella? Di colpo, la roba che aveva in mano gli si aprì, lasciando fuoriuscire quello schifo per terra. Walter cercò con i piedi di tenerla lontana dalla porta, perché nessuno vedesse, iniziò a raccoglierli uno a uno, ma gli tremavano le mani. Infine qualcuno tirò una botta forte sulla porta e lui si ritrasse terrorizzato. Subito dopo, sentì che quel qualcuno usciva dal bagno sbattendo con violenza la porta dietro di sé. Provò ad uscire, ma in quel preciso istante entrò un&#8217;altra persona dagli uffici della direzione, forse insospettita dai rumori. Walter si richiuse nuovamente dentro, vuotò l&#8217;intera busta di vermi nel water e scaricò svariate volte.</p>
<p>Quando uscì, si mise una mano sulla pancia, la vista dei vermi e la paura di essere scoperto gli aveva messo un po&#8217; sottosopra lo stomaco. Tornato sulla scalinata si accorse che arrivava aria fredda dall&#8217;alto, doveva esserci la porta del terrazzo aperta. Avrebbe preso una boccata d&#8217;aria prima di tornare al suo posto.</p>
<p>Salì e trovò Nico seduto di fronte alla centralina, si voltò appena verso di lui, senza dirgli nulla. Walter gli si sedette accanto.<em> </em></p>
<p><em>Ehi lassù, direttori, dirigenti, o chi cazzo siete, visto che nessuno vi vede mai! Andate a farle voi le telefonate ad 1 euro e 70! </em>Sentendo quelle grida si girarono verso il parcheggio in basso. Bruno aveva preso il suo megafono e lo stava usando dal parcheggio verso gli uffici. <em>Il domani è in gran parte figlio dell&#8217;oggi ed oggi è stata una buona giornata. </em>Gridò Bruno e poi si mise a ridere. Appoggiò il megafono per terra, mandò giù l&#8217;ultimo sorso dalla bottiglia che aveva in mano e, constatato che era vuota, la gettò in un cassonetto e se ne andò. Meno male che Bruno veniva a lavoro in metro, pensò Walter.</p>
<p>Nico e Walter rimasero a guardare in basso verso il parcheggio, in silenzio, sospesi nel vuoto, con la mente sgombra di pensieri, quando ormai ci si vedeva solo grazie alle luci artificiali ed il turno sarebbe finito da lì a qualche minuto. Potevano tornarsene a casa, per poi ritornare lì l&#8217;indomani. Tutto uguale. </p>
<p>Di sotto videro una donna uscire con quattro scatole di panettone in mano e un paio di bottiglie. Videro anche due carabinieri, tenevano sotto braccio una donna vestita di rosso che continuava a voltarsi verso gli uffici come se chiamasse qualcuno.</p>
<p>Un aereo passò basso sopra le loro teste, stava per iniziare l&#8217;atterraggio verso Ciampino. </p>
<p>Walter si girò verso il Centro Commerciale Cinecittà 2, notò che c&#8217;erano due ragazzini, avranno avuto circa sedici anni, si erano dati appuntamento lì per scambiarsi i regali di Natale e si baciavano appoggiati al muretto.</p>
<p>Che razza di idea, farsi gli auguri di Natale nel parcheggio di un centro commerciale!</p>
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		<item>
		<title>2-Il domani è in gran parte figlio dell’oggi (ed oggi è stata una buona giornata).</title>
		<link>http://eremoletterario.com/2008/05/07/il-domani-e-in-gran-parte-figlio-dell-oggi2/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 May 2008 17:45:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[3 livello CCNL Telecomunicazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Aristide  Ore 2 e 45 di notte di una settimana prima. 119 buonasera, in cosa posso esserle utile? Era cominciata così quella conversazione, una settimana prima. Il guadagno per telefonata avviene con almeno 2 minuti e 40 secondi, quindi di solito, superata questa durata, butti giù, tanto guadagnerai sempre lo stesso, ma quella notte, invece [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&amp;blog=2206812&amp;post=187&amp;subd=eremoletterario&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><strong><img class="alignright size-full wp-image-188" style="float:right;margin-left:3px;" src="http://eremoletterario.files.wordpress.com/2008/05/foto-di-ray-smithers.jpg?w=600" alt="foto di ray smithers"   />Aristide  Ore 2 e 45 di notte di una settimana prima.</strong></h2>
<p><em>119 buonasera, in cosa posso esserle utile?</em> Era cominciata così quella conversazione, una settimana prima. Il guadagno per telefonata avviene con almeno 2 minuti e 40 secondi, quindi di solito, superata questa durata, butti giù, tanto guadagnerai sempre lo stesso, ma quella notte, invece era rimasto a parlare a lungo. Del resto le telefonate non arrivavano mica, ormai s&#8217;era rassegnato. Un po&#8217; si vergognava del suo nome, Aristide, e allora aveva detto, a quella donna dalla voce così bella, che si chiamava Alan, gli sembrava un nome figo, Alan. A dire la verità, neanche quella aveva un nome troppo alla moda, si chiamava Concetta, ed era la persona più simile a lui con cui avesse mai parlato.</p>
<p>Concetta abitava a Canicattì e si era appena separata dal marito, un uomo che per gelosia nei suoi confronti spesso diventava violento. Ma non le andava di parlare di quelle cose quella notte. Si sentiva molto sola e non riusciva prendere sonno, così aveva telefonato, aveva sentito di gente che lo fa ed aveva provato anche lei. I due si erano trovati subito, avevano parlato di mille cose. Sembrava a tutti e due di conoscersi da una vita. Poi si era fatta quasi l&#8217;alba ed era ora di staccare, di lasciare libera la postazione ad un altro operatore che arrivava, ma i due ormai si erano messi a sognare, così, per gioco, un Natale insieme, a Roma. Un Natale con la neve. Come doveva essere bella Piazza Navona il 25 dicembre, con la neve poi! Ma lui come avrebbe fatto a riconoscerla, se fosse venuta? Beh, visto che era Natale lei si sarebbe presentata vestita completamente di rosso, e poi aveva questa ciocca di capelli bianchi che le era spuntata in testa dopo che il marito una volta l&#8217;aveva fatta cadere con la testa all&#8217;indietro e si era pure messa i punti, 5, per l&#8217;esattezza. Non poteva proprio sbagliarsi. Clic. La linea era caduta. Fuori non c&#8217;era ancora il sole e di colpo si era sentito le ossa molli di sonno. Il suo turno era finito. Aristide si era alzato dalla sedia e si era avviato verso casa. Avrebbe potuto ritrovare il numero di Concetta e telefonarle, magari potevano davvero incontrarsi. Ma no, dai! Una volta un suo vicino di casa aveva conosciuto per sbaglio una tizia sul cellulare e quella non lo mollava più, certi messaggi gli mandava!</p>
<p>Si era infilato sotto le coperte col rumore degli autobus che ricominciavano a circolare e aveva pensato che erano anni che non chiacchierava così a lungo con qualcuno, pensò anche che aveva risposto solo ad una telefonata in tutta la notte, quella di Concetta per l&#8217;appunto. Già guadagnava poco, se si metteva pure a fare queste scemenze&#8230;<span id="more-187"></span></p>
<h2>Bruno Cortona. Mancano 4 ore e 33 minuti.</h2>
<p>Nonostante un paio di abbondanti sorsate di Whisky, a Bruno la rabbia non era ancora passata. Anche se l&#8217;alcol gli aveva regalato una prospettiva diversa sulle cose: adesso gli sembrava un&#8217;ingiustizia che stesse lì dentro il giorno di Natale, invece di passarlo con la moglie e la figlia. Si sentiva derubato di qualcosa. Perché se n&#8217;era andato via. In fondo poteva darsi malato e sarebbero tornati tutti a casa. Invece no. Come doveva essere sembrato ridicolo quando si era alzato e aveva detto, <em>io devo andare a lavoro</em>. A fargli perdere definitivamente le staffe era stato l&#8217;arrivo di un condomino di suo suocero, accompagnato dalla moglie, la quale lavorava per il vecchio. Avevano fatto gli auguri al vecchio regalandogli una bottiglia di spumante certo migliore di quella che aveva preso lui. &#8220;Ah questa la beviamo subito&#8221; aveva detto soddisfatto il tiranno. Il condomino lo trattava con grande deferenza, gli aveva chiesto come erano andate le vendite di pasta all&#8217;uovo in mattinata. &#8220;Magnificamente. Sa cosa dico sempre io ai miei dipendenti e soci? Il domani è in buona parte figlio dell&#8217;oggi e oggi è stata una buona giornata&#8221;. Nel dirlo aveva spizzato con lo sguardo proprio Bruno. Sua moglie doveva aver capito tutto perché aveva sospirato facendogli cenno di non farci caso. &#8220;Parole sante&#8221; aveva commentato il condomino. Bruno non sarebbe riuscito a mangiare un raviolo di più, si era alzato e, salutati frettolosamente i commensali, era uscito di casa. Ora che era lì non gli importava nemmeno che chiamassero. Bruno stava ingollando l&#8217;ennesimo sorso di Whisky, mentre un cliente in linea aveva appena avviato il suo computer per l&#8217;istallazione, quando, con la vista ancora annebbiata dall&#8217;alcol, si accorse dell&#8217;ingresso di un nuovo operatore in ufficio, aveva un viso che gli era familiare.</p>
<h2>Marilena. Mancano 3 ore e 57 minuti.</h2>
<p>Marilena aveva fatto solo due rampe di scala, ma aveva il fiatone come se avesse salito a piedi tutto il palazzo. Era troppo emozionata e anche un po&#8217; spaventata. Si risistemò la giacca, lei che era tra le poche a vestirsi in modo elegante tutti i giorni. Del resto per un&#8217;ATS era veramente il minimo. Gli operatori si vestivano sempre male, tranne Bruno Cortona, ma a lei, uno che viene a rispondere al telefono in giacca e cravatta e con la valigetta 24 ore, gli era sempre sembrato un po&#8217; ridicolo. Ecco qua. L&#8217;ufficio era vuoto. C&#8217;erano solo una montagna di panettoni e una dozzina di bottiglie di spumante, e una donna delle pulizie, doveva essere rumena, avrà avuto una quarantina d&#8217;anni e toglieva controvoglia la polvere da una scrivania. &#8220;Scusi, ma dov&#8217;è il project leader?&#8221;  La donna aveva risposto scorbutica &#8220;Non c&#8217;è nessuno qui&#8221; &#8221; Ma come? Non ha visto Mario? Un bell&#8217;uomo, è il capo, dovrei fargli gli auguri di Natale&#8221; Doveva avere una faccia molto preoccupata Marilena, perché la donna rumena tolse l&#8217;espressione dura e la guardò comprensiva, quasi impietosita &#8220;Stamattina, salutato tutti e poi andato via mi dispiace&#8221; Marilena sempre più in ansia &#8221; Ma questa roba allora?&#8221; La donna rispose &#8220;portata io quando sono arrivata, da sola, a mano, dal piano terra a qui&#8221;</p>
<p>Beh del resto Mario aveva diritto ad un giorno di riposo, almeno a Natale, che diamine! Così pensava Marilena mentre con la rumena portava di sotto i panettoni. Uno alla volta Marilena, perché aveva i tacchi, quattro alla volta la rumena. Quando ebbero finito, la donna le aveva augurato buon Natale, ma Marilena non aveva risposto e chissà pure se quell&#8217;augurio l&#8217;aveva sentito, la sua testa era completamente nel pallone.</p>
<h2>Aristide. Mancano 3 ore e 41 minuti.</h2>
<p>Aristide aveva visto entrare due carabinieri, avevano la faccia di chi non sa che pesci pigliare. Con loro c&#8217;era Concetta. Le lacrime le avevano rovinato il trucco. &#8220;C&#8217;è qui un certo Alan? La signora cerca un certo Alan, dice di aver parlato con lui una settimana fa e di essersi data appuntamento qui il giorno di Natale!&#8221; Ovviamente nessuna risposta. Aristide era rimasto immobile ad osservare, avrebbe voluto nascondersi, andare al bagno, ma avrebbe dato troppo nell&#8217;occhio. Di cosa si preoccupava? Non poteva mica riconoscerlo, eppure il cuore gli batteva di paura. I carabinieri dissero alla donna di seguirli in questura, le avrebbero trovato il modo di riportarla a casa. Giunta sull&#8217;uscio la donna si voltò e disse, straziata &#8220;Alan, lo so che sei qui, ti prego!&#8221; Poi era scomparsa. Tra poco il turno di Aristide sarebbe finito, sarebbe tornato a casa, o magari si sarebbe rassegnato ad andare dai genitori. Walter si voltò verso di lui e gli disse qualcosa sulla cattiveria di certa gente che lavorava lì. Aristide voleva piangere, non gli uscivano le lacrime, ma ne aveva un gran voglia. Invece era squillato il telefono. Era un tizio che era sotto col credito di 400 euro, ma non lo sapeva e non doveva saperlo, ordine dell&#8217;azienda. &#8220;È la quarta ricarica che faccio, ma sto sempre a zero, che devo fare? &#8221; Aristide se lo sentiva sin da quando era entrato a lavoro quel giorno, lo stavano controllando, ce l&#8217;avevano tutti con lui. Eppure non se ne preoccupò, prese fiato e si decise a rivelare al cliente dall&#8217;altro capo della cornetta, la verità che non si poteva rivelare: <em>Getti via la sua scheda, mi creda, è inutile che continua a fare ricariche da 10 euro, lei è sotto di più di 400 euro, di solito anche se il suo credito è terminato la fanno telefonare. Faccia come le ho detto è l&#8217;unico modo, si fidi. Buon Natale.</em> Aristide riattaccò e fece un lungo respiro ad occhi chiusi. Walter si girò verso di lui e gli sorrise approvando il suo gesto. Aristide fece una smorfia che voleva essere un sorriso di risposta. Se avevano il suo telefono sotto controllo lo avrebbero sicuramente licenziato, ma in quel momento non gli importava. Quel giorno non sarebbe uscito da lì, alla fine del turno mancavano ancora 3 ore e 41 minuti, ma lui si sarebbe fatto anche quello successivo. Le regole lì fuori erano troppo complicate. Dentro il call center invece, le regole erano sbagliate, ma facili da capire. Lì dentro non poteva accadergli nulla.</p>
<h2><strong>Walter. Mancano 3 ore e 2 minuti.</strong></h2>
<p>Quando finalmente la pazza isterica che cercava Alan era uscita, Walter si era voltato verso Aristide e aveva commentato &#8220;Ce ne stanno di bastardi qua dentro, mamma mia&#8221; Ma quello non gli aveva risposto niente, aveva gli occhi lucidi, gli chiese se si sentiva bene, ma vide che gli arrivava una telefonata proprio in quel momento. Beato lui, a lui non arrivavano da 28 minuti.</p>
<p>Nello zaino Walter aveva tre pacchi di vermi. Quando vide Marilena che gli portava panettone e spumante, ma che doveva mangiare e bere da solo nella sua celletta, decise che era troppo, li trattavano veramente male! Marilena era definitivamente impazzita, da un po&#8217; non si faceva neanche vedere più alle riunioni del collettivo. Forse era in odore di promozione. Comunque uno scherzetto alla direzione ci stava tutto. Pazienza se era uno scherzetto adolescenziale, da studente delle scuole superiori, era cresciuto in una società che gli aveva impedito di crescere, peso a parte. Aristide, di fianco a lui, aveva rivelato ad un cliente che stava sotto credito, consigliandolo di gettare la scheda. Era diventato un sabotatore persino Aristide! Senza mettere in stand by  il programma, uscì dall&#8217;ufficio con lo zaino in spalla. Poi notò dei volantini appesi a decine per i corridoi. Quello che c&#8217;era scritto era tremendo. Erano dei bastardi. Erano chi? Non li aveva mai visti. Decise di avvisare Nico. Il quale, non appena lo vide, gli domandò <em>Perché vai al cesso con lo zaino?  <a href="http://eremoletterario.wordpress.com/2008/ 05/05/il-domani-e-in-gran-parte-figlio-dell-oggi1">1&lt;&lt;&lt;</a></em><em> &#8211; </em><em><a href="http://eremoletterario.wordpress.com/2008/05/09/il-domani-e-in-gran-parte-figlio-dell-oggi3/">&gt;&gt;&gt;3</a></em></p>
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		<title>1-Il domani è in gran parte figlio dell’oggi (ed oggi è stata una buona giornata).</title>
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		<pubDate>Mon, 05 May 2008 21:39:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[3 livello CCNL Telecomunicazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Aristide. Mancano 5 ore e 53 minuti Il turno del pomeriggio è cominciato da poco quando Aristide Toscano ritorna in ufficio dal bagno, sta per risedersi nella sua postazione, poi si infilerà nuovamente le cuffie e riprenderà il suo lavoro. È tra i pochi, lì, dentro il call center, a mettere il programma in stand [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&amp;blog=2206812&amp;post=179&amp;subd=eremoletterario&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><strong><a rel="attachment wp-att-182" href="http://eremoletterario.com/2008/05/05/il-domani-e-in-gran-parte-figlio-dell-oggi1/dummy/"><img class="alignleft size-full wp-image-182" style="float:left;margin-right:3px;" src="http://eremoletterario.files.wordpress.com/2008/05/dummy.jpg?w=600" alt=""   /></a>Aristide</strong>. <strong>Mancano 5 ore e 53 minuti</strong></h2>
<p>Il turno del pomeriggio è cominciato da poco quando Aristide Toscano ritorna in ufficio dal bagno, sta per risedersi nella sua postazione, poi si infilerà nuovamente le cuffie e riprenderà il suo lavoro. È tra i pochi, lì, dentro il call center, a mettere il programma in stand by quando si assenta, lo fa perché teme di essere controllato e pensa che quella inadempienza lo possa far licenziare. Perderebbe un lavoro del cavolo, lo sa, ma è troppo pigro per cercarne un altro. Anche lui, come gli altri, ha pensato bene di andare a lavorare il giorno di Natale, perché gli hanno detto che di solito arrivano tante telefonate, ma fino ad adesso ne sono arrivate poche. Come capita nei giorni normali, sempre più spesso, da qualche mese a questa parte. Ma non è solo per questo che è andato lì quel giorno. Aristide vive solo, non ha né moglie e né figli, inoltre con quel lavoro non potrebbe permetterselo. Non gli piace andare a pranzo dai genitori, perciò tanto valeva passare il pomeriggio lì. Non si siede Aristide Toscano, qualcosa lo distrae, c&#8217;è una strana confusione, ci sono alcuni colleghi in piedi affacciati alla finestra che guardano curiosi verso il basso. Fra meno di un&#8217;ora sarà buio. È un Natale grigio, come l&#8217;asfalto che separa gli stabilimenti di Cinecittà dal palazzo dove Aristide lavora, una strada cinerea di macchine vuote, ferme, fredde. Aristide si affaccia pure lui. Nel parcheggio c&#8217;è una donna che reclama qualcosa ad alta voce. Sembra una donna non più bella, ma che lo è stata, nemmeno troppo tempo fa. Ha con sé un trolley, tiene in mano il cappotto e continua a fare gesti verso i piani alti dell&#8217;edificio da cui si affacciano gli operatori. La donna è vestita completamente di rosso, anche il cappotto è rosso e anche il trolley. L&#8217;uomo nota anche un altro particolare, sotto il cappellino, rosso, indossato dalla donna, si intravede una ciocca di capelli bianchi, ben distinta dal resto della folta massa corvina. Mentre gli altri restano affacciati, Aristide Toscano invece si affretta a risedersi al suo tavolo, infila le cuffie giusto in tempo per ricevere una telefonata: <em>119 buonasera, in cosa posso esserle utile?<span id="more-179"></span><br />
</em></p>
<h2>Marilena. Mancano 5 ore e 49 minuti.</h2>
<p>Certi giorni apri la posta e sono successe almeno tre miliardi di cose! Oggi Mario, il capo di Marilena, le aveva scritto ricordandole di non dare troppa corda agli operatori, deve ragionare da ATS, non da operatore. Non era la prima volta che le veniva mossa quella critica. Aveva già risposto che, se lo faceva, era per immedesimarsi con loro e poterli così assistere meglio. Nessuna mail di commento. Che cavolo vuol dire ragionare come un operatore? Per cosa sta la sigla ATS? Perché lei, che è un&#8217; ATS da ben sei mesi, non ancora lo sapeva? Gli operatori, tranne Aristide, quello che non parla mai con nessuno, erano tutti affacciati fuori dalla finestra, avrebbe dovuto richiamarli, ma immaginava già i mugugni al suo indirizzo. Sperava si risedessero al più presto di loro spontanea volontà.</p>
<p>Marilena aveva promesso ad Enrico, l&#8217;uomo che aveva sposato da un anno, che durante il periodo natalizio non sarebbe andata al call center. Del resto ormai che senso aveva, a Marzo le scadeva il contratto e ad Aprile partivano per la California, dove suo marito aveva vinto un prestigioso assegno di ricerca. Eppure quel giorno era andata a lavorare. Perché? Perché a Mario, il suo capo, avrebbe fatto piacere, l&#8217;avrebbe apprezzata. Mario. Aveva 35 anni, come lei e come Enrico, ma era proprio un uomo carismatico, un bell&#8217;uomo, lo si capiva anche da come scriveva le mail. Un complimento e un rimprovero, una carezza ed uno schiaffo. Comunque la mail di oggi diceva che sopra, all&#8217;ultimo piano, c&#8217;erano spumanti e panettoni da offrire agli operatori. Marilena si alzò per andare a prendere quella roba. All&#8217;ultimo piano non c&#8217;era mai stata. Avrebbe fatto gli auguri di Natale a Mario di persona. Aveva fatto proprio bene ad andare a lavorare quel giorno, pensa se quella fortuna fosse toccata ad un&#8217;altra e non a lei. Suo marito si era arrabbiato molto perché lei lavorava il giorno di Natale, si era detto perfino geloso di Mario. Marilena però rideva di questa gelosia, anche perché lei, Mario, non lo aveva mai visto.</p>
<h2>Bruno.  Mancano 5 ore e 43 minuti.</h2>
<p>Bruno Cortona non aveva mai nemmeno pensato che a 56 anni si potesse passare il Natale così. Adesso però la cosa non gli sembrava più tanto strana. Quello che lo innervosiva, semmai, era il fatto che la cosa non gli sembrasse strana. Non era contento di stare lì, ma proprio non ce l&#8217;aveva fatta. A pranzo dai genitori della moglie, i nonni di sua figlia, i suoi suoceri insomma, Bruno dopo un po&#8217; non aveva retto più alle punzecchiature di Maurizio Impallomeni, da quarant&#8217;anni la migliore pasta all&#8217;uovo della Tuscolana, come amava ricordare almeno una dozzina di volte ogni volta che si mangiava al suo tavolo. Sua moglie, il fatto che praticamente vivessero solo con lo stipendio di lei, non glielo faceva pesare mai, men che meno sua figlia Sara, che però lui non guardava in faccia ormai da un paio di anni. Troppa la vergogna di essere un padre che guadagna quattrocento euro al mese. Ma suo suocero, che aveva regalato a Sara, la vacanza studio estiva a Brighton, non esitava a rimarcare, ogni volta che ne aveva occasione, che lui certe cose, certe vite che non erano andate da nessuna parte, certi uomini, proprio non li capiva. Se Bruno faceva buon viso, a cattivissimo gioco, era solo per non dare dispiaceri a sua moglie. Altrimenti&#8230; Così era venuto a lavorare, quasi una sorta di penitenza, la sua. Le telefonate ai clienti a cui doveva spiegare come installare un software gli fruttavano 1 euro e 70 per tre quarti d&#8217;ora di spiegazioni. 1 euro e 70.  <em>Adesso vada sulla barra degli strumenti e clicchi su impostazioni. Bene, ora&#8230;</em> Di solito beveva quando usciva da lavoro, non troppo, altrimenti sua moglie se ne sarebbe accorta e, appunto, non voleva darle dispiaceri. Ma quel giorno proprio non ce l&#8217;aveva fatta, si era portato la bottiglia lì dentro e quando tutti i colleghi si erano voltati a guardare dalla finestra una poveraccia venuta fin lì per cercare un operatore con cui aveva parlato tutta una notte, Bruno aveva ingollato quasi mezza bottiglia di Whisky, trafugata dalla credenza di suo suocero, che, ovviamente, si proclamava astemio. Impallomeni aveva 69 anni e due mesi prima si era corso pure la maratona di New York. Ma quando crepava quello!<em> </em></p>
<h2>Walter.  Mancano 5 ore ed un minuto.</h2>
<p>Il coraggio, sempre quello, il coraggio. A Walter era sempre mancato. Anche quando Laura lo aveva lasciato gli aveva detto queste parole &#8220;Ti lascio perché non hai il coraggio di farlo tu&#8221;. Beh, insomma. A lui non è che mancava il coraggio, più che altro mancava la voglia, comunque doveva riconoscere che la ragazza aveva trovato un bel modo per scaricarlo. E così era diventato oversize, insonne, aveva lasciato l&#8217;università e dopo il servizio civile (a Pian degli Archi, qualcuno sa dov&#8217;è?) aveva cominciato a lavorare nel call center. E qui, quando le cose non andavano più bene, quando i telefoni squillavano ogni venti minuti, 18 ad andar bene, il coraggio di fare qualcosa era venuto pure a lui. Ma non era servito a nulla. Aveva protestato per la riduzione del guadagno per telefonata di 10 centesimi, gli era stato risposto che era un errore di stampa. Un errore di stampa che non veniva corretto da 16 mesi ormai. L&#8217;estate scorsa aveva protestato per l&#8217;eccessivo calore negli uffici, non riusciva a smettere di sudare e si era presentato in direzione con in mano un termometro. La colonnina di mercurio indicava 34 gradi. Aveva detto solo &#8220;Che volemo fa?&#8221;  Ma la risposta era stata sempre la stessa, se non gli andava bene non era obbligato a star lì, poteva andarsene. Carta canta, sul contratto era scritto chiaramente e lui aveva firmato. A forza di tirarla sempre di più, la corda prima o poi si spezza. Così oggi gli era venuta in mente una cosa. Voleva fare un bel regalo di Natale ai dirigenti del call center, ce l&#8217;aveva nello zaino.</p>
<h2>Nico. Mancano 4 ore e 58 minuti.</h2>
<p>Nico ci aveva provato a cambiare lavoro, tutti rigorosamente in nero: pony express, scaricatore di merci in un supermercato (peraltro Coop), rappresentante di aspirapolvere, meccanico, camionista, spazzino, elettricista, ecc. un mese qua, una settimana là, due giorni così. Nessuna professionalità acquisita, l&#8217;unico requisito veramente necessario per diventare un lavoratore precario del call center. Però aveva diritto ad un lavoro fatto in condizioni decenti. Non aveva mai abbassato il capo in vita sua, proprio come gli aveva insegnato suo padre, una vita da sindacalista fino a che, i miasmi che aveva respirato nella fabbrica dove aveva lavorato per 20 anni, non glielo avevano portato via. Non avrebbe abbassato la testa lì dentro. L&#8217;assemblea che aveva organizzato con gli altri si era rivelata un successo, quasi il 90 per cento degli impiegati vi avevano aderito, perfino alcuni ATS. Si era tolto la soddisfazione di mandare a quel paese quei sindacalisti fantoccio che avevano saputo dire solo &#8221; chi semina vento, raccoglie tempesta&#8221;, in un tripudio di cori e applausi che sembravano non finire più. Che soddisfazione! Adesso veniva il difficile, sarebbero davvero cambiate le cose? Era venuto a lavorare il giorno di Natale perché, si sa, la gente si regala i telefonini e ci sono le nuove tariffe, promozioni, omaggi, ricariche regalo ecc. e arrivano parecchie telefonate, invece se agli altri ne erano arrivate poche, a lui non ne era arrivata neanche una. &#8220;Loro&#8221; potevano gestire lo smistamento delle chiamate e avevano deciso di metterlo a dura prova quel giorno. Nico l&#8217;aveva capito, altrochè, ma cercava di rimanere tranquillo, rilassato, gli costava tanta fatica darsi quel contegno, ma lui era forte, anche se da un po&#8217; aveva preso a tremargli il sopracciglio. Walter, compagno di lotta e amico, gli si era avvicinato, aveva uno zaino sulle spalle ed era pallido in viso <em>Hai visto i volantini appesi qui fuori? </em><a href="http://eremoletterario.wordpress.com/2008/ 05/07/il-domani-e-in-gran-parte-figlio-dell-oggi2/"> &gt;&gt;&gt;2</a></p>
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