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	<title>il Corriere della Letteratura &#187; Racconto</title>
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	<description>Bollettino periodico di lettere, arti e aneddotica.</description>
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		<title>il Corriere della Letteratura &#187; Racconto</title>
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		<title>Un sabato pomeriggio nuvoloso</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Apr 2012 07:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Un sabato pomeriggio nuvoloso]]></category>

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		<description><![CDATA[Cominciava a piovere. Era un sabato pomeriggio come tanti altri. Con il mio amico C. ero andato a fare un giro in città, ma ormai visto il tempo, decidemmo di prendere il primo treno per tornare al paese. Affrettando il passo riuscimmo a salire sul solito malandato regionalino, un attimo prima che partisse. Appena saliti [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&#038;blog=2206812&#038;post=1509&#038;subd=eremoletterario&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cominciava a piovere. Era un sabato pomeriggio come tanti altri. Con il mio amico C. ero andato a fare un giro in città, ma ormai visto il tempo, decidemmo di prendere il primo treno per tornare al paese. Affrettando il passo riuscimmo a salire sul solito malandato regionalino, un attimo prima che partisse.</p>
<p>Appena saliti C. mi disse di cercare un posto dove sederci mentre lui andava alla toilette.</p>
<p>Fuori continuava a piovere sempre più forte. Lo scorrere un po’ sconnesso del treno che prendeva velocità mi rendeva instabile sulle gambe e bisognoso di un appiglio.</p>
<p>La luce bassa ed incerta che proveniva dai neon sembrava perfetta per illuminare la scenografia giallognola che mi circondava. Entrato nello scompartimento incrociai subito il mio sguardo con quello di una ragazza con i capelli lunghi e piuttosto carina. Era seduta nella poltroncina in fondo con altre due ragazze, avevano i capelli ed i vestiti bagnati e stavano ridendo.</p>
<p>A parte loro lo scompartimento era vuoto.</p>
<p>Lei l’avevo già vista da qualche parte, ne fui subito certo. Forse ricordavo persino il suo nome… Marta… Marzia… Non saprei con esattezza. Aveva i capelli biondi, ma precedentemente dovevano essere stati di un altro colore, credo castano. Pensai che anche lei mi aveva riconosciuto, ma non sapeva chi fossi.</p>
<p>Ci guardammo in una impercettibile frazione di secondo, dapprima rimanendone sorpresi e successivamente cercando di far sembrare l’occhiata casuale e neanche registrata dalla nostra mente. Mostrammo entrambi una goffa indifferenza, lei continuò a ridere con le sue amiche ed io, non senza impaccio, mi sedetti vicino al finestrino nella prima poltroncina che trovai sulla sinistra.</p>
<p>Il treno aderiva lento e pesante alle rotaie della ferrovia, mi misi a guardare fuori, avevo sonno.<span id="more-1509"></span></p>
<p>Mi accomodai scompostamente sul sedile, in cerca di una posizione in cui tentare di addormentarmi, ne provai senza successo due o tre. Mi venne in mente che la settimana prossima avevo un esame e che questo era il tempo ideale per stare a casa a studiare.</p>
<p>Le ragazze stavano ancora ridendo. Continuavo a non ricordare il nome di quella al centro, lo avrei chiesto a C. forse lui la conosceva. Erano già alcuni minuti che non si vedeva, forse mi stava cercando in un altro scompartimento,  ad ogni modo mi sentivo troppo appesantito dal sonno per andarlo a cercare.</p>
<p>Avevo il corpo e la mente intorpiditi. Chissà  forse l’incrociarsi dei nostri sguardi era stato solo frutto della mia immaginazione, pensai mentre guardavo fuori. La campagna aperta e disabitata, gli alberi, i prati, i colli e le vigne che fissavo si allontanavano fino a diventare invisibili, come qualcosa che termina inesorabilmente. Senza che me ne accorgessi, concentrai tutta la mia attenzione sulle forme create dalle gocce di pioggia sul vetro del finestrino. Mi abbandonai mollemente al sonno.</p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005890FUI/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&amp;tag=ilcorridellal-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=B005890FUI"><img class="aligncenter size-full wp-image-1522" title="Frankfurter Flughafens" src="http://eremoletterario.files.wordpress.com/2012/04/529d575c7ea011e18cf91231380fd29b_7.jpg?w=600&h=600" alt="" width="600" height="600" /></a></p>
<p>Mi ero assopito solo da pochi istanti &#8211; o almeno questa era la sensazione &#8211; quando si aprì con violenza la porta dello scompartimento.</p>
<p>Non era C. come avevo subito pensato, ma due controllori. I due uomini erano vestiti con una divisa decisamente vecchia e scolorita, mi parve che avessero un aspetto insolitamente trasandato.</p>
<p>Io e C. non avevamo fatto il biglietto, pensai sgomento risalendo dal mio torpore.</p>
<p>- Buonasera &#8211; fece quello più alto dei due, con un tono secco e perfettamente abituato a trattare con persone mezzo addormentate, come lo ero io in quel momento. Mi guardava come se avesse già visto molti altri occhi spalancarsi di scatto riprendendo coscienza del mondo circostante.</p>
<p>- Mi fa vedere il biglietto, per favore &#8211; mi disse. Doveva essere alto più di un metro e ottanta. Il controllore più basso sbuffò, si tolse il cappello. Era calvo. Fece battere il cappello sulla mano facendo uscire una nuvoletta di polvere, non faceva nulla per nascondere quanto fosse scocciato.</p>
<p>Trattenei il respiro e chiesi precario se era possibile fare il biglietto sul treno, fece di no con la testa guardandomi nervoso, mentre teneva serrata nella mano l’obliteratrice. Mi ricordai di una volta in cui non riuscivo a trovare il biglietto e il controllore assistendo alla mia scomposta e infruttuosa ricerca , si persuase che dovevo averlo perduto per davvero e fece finta di niente. Ma stavolta proprio non ce l’avevo. Come era stato possibile dimenticarsi di una cosa simile.</p>
<p>- Adesso scendi e lo fai in stazione – disse imperterrito. Capii il senso delle sue parole qualche secondo dopo che finirono di essere pronunciate. Sentii le ragazze ridere.</p>
<p>Il treno si fermò in quell’istante in una piccola stazione che sembrava in disuso da anni. Senza pensare alle mie azioni, mi alzai e mi diressi verso l’uscita, dove incrociai C. con il biglietto in mano, non so perché, ma ci guardammo in faccia rimanendo sorpresi. Non ci dicemmo nulla. Scesi.</p>
<p>Mi riparai sotto un tetto mentre il treno ripartiva. Pioveva a dirotto. Non sapevo assolutamente dove fossi, non avevo mai visto quella stazione prima e non c’era nessun cartello a darmi qualche indizio.</p>
<p>Mi sentivo ancora un po’ intontito dal sonno appena preso e subito bruscamente interrotto. Non riuscivo ancora a rendermi conto bene di quello che mi stava succedendo.</p>
<p>Un lampo.</p>
<p>Un tuono. Molto forte.</p>
<p>Il rintocco di una campana.</p>
<p>Stava squillando il telefono.</p>
<p>Mi svegliai con il corpo leggermente sudato, come mi capita a volte, quando mi addormento di pomeriggio e qualcosa mi sveglia di colpo.</p>
<p>Mi alzai rischiando di perdere l’equilibrio, nella mia testa c’era ancora il sogno appena fatto. Il telefono continuava a squillare. Avevo la  vista  un po’ annebbiata. Guardai l’orologio, erano le quattro meno un quarto, giunsi faticosamente all’apparecchio, presi la cornetta e risposi:</p>
<p>- Pronto – dissi schiarendomi la voce.</p>
<p>- Ciao, sono C. … Ma stavi dormendo? –</p>
<p>- … Si… No… Che c’è? – La mia voce era ancora impastata.</p>
<p>- Devo andare a fare delle cose in città mi accompagni? –</p>
<p>- … Adesso? –</p>
<p>- Si! Ce l&#8217;hai la macchina a disposizione? –</p>
<p>- No… Credo mmm&#8230; Che l’abbia presa mio fratello –</p>
<p>- Va bè allora andiamo in treno, ce n’è uno alle 5 e ci mette poco più di mezz’ora –</p>
<p>- Ok. Allora ci vediamo alla stazione alle 5 meno un quarto– Risposi meccanico e praticamente senza pensare se avessi veramente voglia di andare in città.</p>
<p>- A dopo. Ciao –</p>
<p>- Ciao –</p>
<p>Pensai subito di rimettermi un po’ sul letto, prima però mi affacciai alla finestra. Notai che era un sabato pomeriggio piuttosto nuvoloso.</p>
<br />Filed under: <a href='http://eremoletterario.com/category/racconto/'>Racconto</a> Tagged: <a href='http://eremoletterario.com/tag/racconto/'>Racconto</a>, <a href='http://eremoletterario.com/tag/un-sabato-pomeriggio-nuvoloso/'>Un sabato pomeriggio nuvoloso</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/eremoletterario.wordpress.com/1509/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/eremoletterario.wordpress.com/1509/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/eremoletterario.wordpress.com/1509/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/eremoletterario.wordpress.com/1509/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/eremoletterario.wordpress.com/1509/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/eremoletterario.wordpress.com/1509/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/eremoletterario.wordpress.com/1509/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/eremoletterario.wordpress.com/1509/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/eremoletterario.wordpress.com/1509/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/eremoletterario.wordpress.com/1509/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/eremoletterario.wordpress.com/1509/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/eremoletterario.wordpress.com/1509/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/eremoletterario.wordpress.com/1509/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/eremoletterario.wordpress.com/1509/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&#038;blog=2206812&#038;post=1509&#038;subd=eremoletterario&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>I sogni non mentono mai</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 02:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>EDN</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci siamo dati mille appuntamenti telefonici, tenevo sempre a mente la ora in cui mi avresti chiamato o ti avrei visto. Avevamo appuntamento in camera, ma quando giunsi ai piedi del letto tutto era in ordine, le lenzuola tirate e la coperta sistemata con cura. Alla ora convenuta io ero lì, ma nessuno era stato [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&#038;blog=2206812&#038;post=1345&#038;subd=eremoletterario&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci siamo dati mille appuntamenti telefonici, tenevo sempre a mente la ora in cui mi avresti chiamato o ti avrei visto.</p>
<p>Avevamo appuntamento in camera, ma quando giunsi ai piedi del letto tutto era in ordine, le lenzuola tirate e la coperta sistemata con cura. Alla ora convenuta io ero lì, ma nessuno era stato in quella stanza prima di me. La luce del mattino o del tardo pomeriggio si irradiava sul letto vuoto.</p>
<p>Poi ho mentito e ti ho detto che quell&#8217;appuntamento lo avevamo mancato entrambi.</p>
<br />Filed under: <a href='http://eremoletterario.com/category/racconto/'>Racconto</a>  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/eremoletterario.wordpress.com/1345/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/eremoletterario.wordpress.com/1345/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&#038;blog=2206812&#038;post=1345&#038;subd=eremoletterario&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Riparazioni navali</title>
		<link>http://eremoletterario.com/2011/02/14/riparazioni-navali-michele-parrella/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Feb 2011 06:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>EDN</dc:creator>
				<category><![CDATA[Citazione]]></category>
		<category><![CDATA[Punti di Vista]]></category>
		<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Arsenale Triestino]]></category>
		<category><![CDATA[Civiltà delle Macchine]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura industriale]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello D'Olivo]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Parrella]]></category>
		<category><![CDATA[Riparazioni navali]]></category>
		<category><![CDATA[Visite in fabbrica]]></category>

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		<description><![CDATA[Cento anni di vita dell&#8217;Arsenale Triestino di Michele Parrella I gabbiani si incrociavano sui pontoni dell&#8217;Arsenale e l&#8217;ispettore della Società Lauro aveva ragione di fare certi discorsi. - Noi meridionali portiamo il sole in tasca &#8211; diceva nell&#8217;ufficio dell&#8217;ing. Seholz, e contava i giorni che occorrono per riparare la «Giulia». - Quaranta giorni, non uno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&#038;blog=2206812&#038;post=1159&#038;subd=eremoletterario&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align:center;"><em>Cento anni di vita dell&#8217;Arsenale Triestino</em></h3>
<h3 style="text-align:center;">di Michele Parrella</h3>
<p>I gabbiani si incrociavano sui pontoni dell&#8217;Arsenale e l&#8217;ispettore della Società Lauro aveva ragione di fare certi discorsi.</p>
<p>- Noi meridionali portiamo il sole in tasca &#8211; diceva nell&#8217;ufficio dell&#8217;ing. Seholz, e contava i giorni che occorrono per riparare la «Giulia».</p>
<p>- Quaranta giorni, non uno di più &#8211; insisteva.</p>
<div id="attachment_1161" class="wp-caption alignleft" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-1161" title="La nave prima di entrare in bacino" src="http://eremoletterario.files.wordpress.com/2011/02/la-nave-prima-di-entrare-in-bacino.png?w=600&h=274" alt="La nave prima di entrare in bacino" width="600" height="274" /><p class="wp-caption-text">La nave prima di entrare in bacino</p></div>
<p>Ogni armatore, e per lui l&#8217;ispettore inviato a Trieste per sollecitare i lavori, si fa questo calcolo. Gli affari, il commercio, il libro delle partenze, gli scali e gli arrivi non possono andare oltre le dita della mano, su cui bisogna contare le ore e i giorni in modo che tutto sia racchiuso in un pugno.</p>
<p>La «Giulia» è una motonave con le lamiere a chiodatura, una delle prime, dopo la «Manly», uscite dai cantieri di Monfalcone, e dentro dalla nave nei lunghi viaggi palpita ancora il Burmeister e Waim, il primo motore costruito nelle officine della Fabbrica Macchine S. Andrea. Se l&#8217;avaria avesse toccato lo scafo della «Giulia», gli operai del cantiere avrebbero dovuto smontare le lamiere chiodo per chiodo e poi di nuovo sistemarle dopo averle battute e messe a punto. Avrebbero dovuto, cioè, ritornare nel tempo, dimenticare la fiamma ossidrica e rifare il lavoro dei padri, rumoroso e paziente. Proprio come avviene ad un ciabattino: deve ripigliare la scarpa punto per punto e restituirla nella forma originaria.</p>
<p>Ma quaranta giorni bastano per riparare la nave che ha la chiglia contorta e il fondo ammaccato. Gli uomini che ci lavorano attorno dicono che è stata una secca nel Sud America, aggiunge l&#8217;ingegnere.</p>
<div id="attachment_1162" class="wp-caption alignright" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-1162" title="Le vecchie eliche" src="http://eremoletterario.files.wordpress.com/2011/02/vecchie-eliche.png?w=600&h=571" alt="Le vecchie eliche" width="600" height="571" /><p class="wp-caption-text">Le vecchie eliche</p></div>
<p>Ora la «Giulia» giace nel primo bacino dell&#8217;Arsenale, ferma sui puntelli. Gli operai hanno fatto i buchi nel fondo per l&#8217;acqua che vi si era accumulata, poi guardano con attenzione il oppio fondo per la riserva ed i residui di nafta e presto daranno mano alla fiamma, ai compressori, sdraiati per terra in quel vasto e lungo corridoio tra il fondo della nave e il fondo del bacino.</p>
<p>Questa bassa, oscura e rumorosa galleria somiglia ad un luogo della memoria o della coscienza, una surrealista figurazione della tensione fisica sopra uno sfondo grigio cupo. Le voci, gli improvvisi bagliori, i prolungati silenzi, il rumore delle acque che battono alla porta del bacino, i grossi e corti puntelli che reggono lo scafo, l&#8217;intera parte sotterranea di questo paesaggio può spingere ad astratti pensieri, metafisici raffronti che solo gli strumenti e oggetti meccanici possono rendere più vicini e concreti.</p>
<p>C&#8217;è la tentazione del mare a pochi metri dalla fucina, il suo vasto, profondo e continuo agitarsi.<span id="more-1159"></span></p>
<p>Il mare va e viene, ma questo giuoco non arriva più al fasciame, alle paratie, non tocca più lo scafo, il mare va e viene a pochi metri e la nave pare una collina, una grossa montagna con la prua, gli spigoli, il vuoto dentro, l&#8217;enorme ventre della montagna. Dentro vi è un motore fermo, i cilindri non sono più in subbuglio, paiono intatti e antichissimi avanzi di un mondo non più meccanico ma vegetale.</p>
<p>Pare che la natura sia sempre pronta a prendersi una rivincita. E continuamente si insinua sotto le forme della tregua, il silenzio e l&#8217;abbandono. È l&#8217;unica possibile rivincita sul moto, contro un tale meccanico e rigoroso personaggio che ha soppiantato ogni pausa troppo lunga e ingiustificata, che senza discutere ha strappato alla natura ogni sua prerogativa; soprattutto la feconda pigrizia, il lento e rigoglioso ripetersi delle forme, il suo pacifico vivere, porto sicuro per ogni evasione dell&#8217;uomo, cifra altrettanto certa e indispensabile per i meravigliosi e matematici castelli dei filosofi.</p>
<p>Vi è sicuramente una lotta tra questi elementi: il continuo attacco del mare, la resistenza della roccia, i segreti piani della natura e il moltiplicarsi inoltre delle macchine, i motori, non soltanto come organismi semoventi e perfetti ma punti obbligati di riferimento, nuovo centro della terra, lucido cuore dell&#8217;universo, agitato cuore dell&#8217;uomo.</p>
<p>Una nave appartiene ai più larghi orizzonti, ai diversi cieli, ad altissimi disegni. È un oggetto mosso da irripetibili impuldi, la sua vita è nella labile traccia dei gabbiani, bisognava trovare uno strumento per seguire più da vicino il moto perpetuo.</p>
<p>Ma ogni cosa è pronta sempre per cadere, per diventare altro, finire in altre mani. È la sottile e dolorosa traccia dei poeti, la loro sensibile morte.</p>
<p>Anche una nave può cadere nelle mani di un altro elemento. Basta una secca, i perni logorati del timone, l&#8217;albero corroso, un urto dell&#8217;elica. Intervengono allora altre leggi, le leggi dell&#8217;altro elemento e non solo questo, e la nave giace come morta, un corpo assente in preda ad altre regole e disposizioni, le regole e disposizioni che corrono sulla terra ferma. Interviene la fretta dell&#8217;armatore, il preciso conto per la riparazione, il meno possibile, la durata del lavoro, varie sollecitazioni in una, e alla fine l&#8217;Arsenale nei diversi settori diventa un grande personaggio in mezzo ad una infinità di funzioni. Diventa un intermediario, ad esempio, tra l&#8217;armatore e l&#8217;Istituto del Registro Italiano. Deve cioè conciliare le pressioni dell&#8217;armatore con il rigoroso esame che tocca ad un perito del Registro, perché tutto sia in regola con le norme di sicurezza, a cui soggiacciono le navi. È un vero e proprio esame di abilitazione che decide del destino della nave, la sua classe, la sua funzione.</p>
<p>A volte i lavori di riparazione che impegnano un numero sempre crescente di operai fino a mille proseguono ininterrottamente giorno e notte, con qualsiasi tempo. Parlare a Trieste di qualsiasi tempo significa che la bora spesso irrompe con la sua furia nel bacino, a spogliare la nave e gli uomini, a strappar via quei pensieri che possono riempire il lavoro di questi operai artigiani.</p>
<div id="attachment_1163" class="wp-caption alignleft" style="width: 438px"><img class="size-full wp-image-1163" title="La nave nella fossa dell'Arsenale Triestino" src="http://eremoletterario.files.wordpress.com/2011/02/nave-nella-fossa-dellarsenale-triestino.png?w=600" alt="La nave nella fossa dell'Arsenale Triestino"   /><p class="wp-caption-text">La nave nella fossa dell&#039;Arsenale Triestino</p></div>
<p>Vi è una connessione, infatti in questa industriosa fatica. Un filo unisce questi lavoratori che hanno gli occhi penetranti e chiari come quelli di Umberto Saba, il poeta di Trieste. Tre generazioni di operai, di capimastri, di tecnici, si sono avvicendate nelle officine e nei bacini dell&#8217;Arsenale.</p>
<p>Si può dire che la storia dell&#8217;Arsenale si confonde con la storia di Trieste ed è strettamente legata alla fortuna dei primi commerci europei e atlantici. Lo sviluppo della città, dell&#8217;Arsenale, e il fiorire dell&#8217;industria marittima costituiscono un unico coefficiente, il saldo tessuto di un periodo industrioso ed ottimistico, di continue innovazioni, di strettissime gare tra società, cantieri, maestranze. Sono quelli gli anni della «febbre», gli anni della meraviglia, di uno stupore rinnovato anno per anno. È ormai lontano il tempo degli «squeri», lo Squero San Marco e lo Squero Panfilli, cantieri già più organizzati e moderni, di quelle baracche officine lungo la costa, dove una folla di costruttori che lavoravano di sgubbia, passetto e filo a piombo, modellavano le agilissime sagome dei velieri con i calcoli dello scafo e il moto del mare nell&#8217;anima, guidati più dall&#8217;istinto che da una istruzione razionale; un impercettibile istinto che passava dall&#8217;occhio alla mano del figlio, facendone abilissimi realizzatori di sagome ed alberature. Era passato poco più di un secolo dalla proclamazione di Trieste a porto franco, e già la città si poteva considerare come il polso di quell&#8217;ottocentesco fervore. Nella concorrenza sempre più incalzante, tra le società inglesi e americane in particolar modo e senza tregua, i materiali da costruzione subiscono un sovvertimento: il legno cede al ferro, le ruote all&#8217;elica e la vela al vapore. In tal modo e per tali sollecitazioni dell&#8217;epoca, verso la metà del secolo sorge l&#8217;Arsenale su progetto dell&#8217;architetto svedese  Hansen, nella baia di Servola e per un&#8217;area di 45000 metri quadrati. La Società dei Lloyd offrontò una spesa complessiva di sei milioni e mezzo di fiorini, cifra enorme in una congiuntura di gravi crisi economiche e politiche, concentrando tutti gli sforzi e speranze in tale impresa. Su tale coraggio, su questa capacità di sentire un programma nelle più lontane scadenze, in questo largo e fiducioso respiro possono sorgere i primi moderni nuclei dell&#8217;industria meccanica, con il nobile passato di una paziente applicazione empirica, di un artigianato sorvegliatissimo.</p>
<p>La torretta Lloyd che sovrasta l&#8217;Arsenale stabilisce una asburgica misura, ma basta portare lo sguardo più in basso, a quei leoni che poggiano sugli angoli, alla base dell&#8217;edificio, per riconoscere i segni di un&#8217;architettura di levantina ispirazione. Trieste è cresciuta su questi incroci, l&#8217;incrocio dei traffici e l&#8217;incrocio delle razze e forse somiglia ad un allegro mosaico il carattere degli abitanti. La allegria dei triestini è stata una delle più precise caratterizzazioni. È passato un secolo dalla progettazione degli scali a rotaie, gli scali «Morton», dalla costruzione dei bacini di carenaggio e delle officine. Ora si parla di un terzo bacino e l&#8217;Arsenale pare ritornato all&#8217;operosità dei primi squeri.</p>
<p>Quando arrivò nel cantiere la motonave «Barletta» cinque anni a circa, dopo essere rimasta in fondo al mare per lo stesso numero di anni , era soltanto ferro contorto e ruggine, un millenario scoglio con grumi di sale e ostriche. Un anno dopo poteva lasciare da sola il bacino e ritornare al suo elemento.</p>
<p><em> «Civiltà delle Macchine», A. II, n. 2, marzo 1954, pp. 47-49.</em></p>
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			<media:title type="html">La nave prima di entrare in bacino</media:title>
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			<media:title type="html">Le vecchie eliche</media:title>
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		<title>Testa di Rame, Maria de los Ángeles e Juana</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Nov 2010 07:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>EDN</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#000080;">El Chiflón del Diablo</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><a href="http://wp.me/p9g5K-da"><span style="color:#000080;">«</span></a><span style="color:#000080;"> III</span></h1>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Testa di Rame arrivo quella notte a casa sua più tardi del solito. Era greve, meditabondo, e rispondeva con monosillabi alle premurose domande che la madre gli poneva sul lavoro del giorno. In quel focolare umido vi era una certa decenza e pulizia comunemente desueta in quei ricoveri dove in promiscuità ripugnante si confondevano uomini, donne e bambini e una varietà di animali che ognuna di quelle stanze suggerivano nello spirito la biblica visione del’Arca di Noè.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">La madre del minatore era una donna alta, magra, dai capelli bianchi. Il suo viso molto pallido aveva un’espressione rassegnata e dolce che faceva ancor più soave il brillo dei suoi occhi umidi, dove le lacrime parevano sempre pronte a scivolare. Si chiamava Maria de los Ángeles.<span id="more-831"></span></p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Figlia e madre di minatori, terribili disgrazie l’avevano invecchiata prematuramente. Suo marito e due figli morti uno dopo l’altro per gli sprofondamenti e le esplosioni del grisou, furono il tributo che i suoi avevano pagato all’insaziabile avidità della miniera. Le rimaneva solo quel ragazzo per il quale il suo cuore, ancora giovane, era in continuo sussulto.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Sempre timorosa di una disgrazia, la sua immaginazione non si separava un istante dalle tenebre del manto carbonifero che assorbiva quell’esistenza che era il suo unico bene, l’unico legame che la teneva in vita.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Quante volte in quegli istanti di raccoglimento aveva pensato, senza riuscire a spiegarselo, il perché di quelle odiose disuguaglianze umane che condannavano i poveri, di maggior numero, a sudare sangue par vivere e sostenere lo splendore dell’inutile esistenza di pochi! E se soltanto si potesse vivere senza quella perpetua ansia per la sorte degli esseri amati, la cui vita era il prezzo, tante volte pagato, del pane di ogni giorno!</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Quelle fantasticherie erano però passeggere, e non potendo decifrare l’enigma, l’anziana inseguiva quei pensieri e tornava alle sue faccende con la malinconia abituale. Mentre la madre terminava di preparare la cena, il ragazzo seduto vicino a fuoco rimaneva silenzioso, astratto nei suoi pensieri. L’anziana, inquieta a causa del silenzio, si preparava a interrogarlo quando la porta girò sui suoi cardini e la faccia di una donna si sporse dall’apertura.</p>
<p>- Buona sera vicina, come sta il malato? – domandò gentilmente Maria de los Ángeles.</p>
<p>- Uguale – rispose l’interrogata, entrando nella stanza -. Il medico dice che l’osso della gamba non si è ancora saldato e deve rimanere immobile al letto.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">La nuova venuta era una giovane dal viso bruno, segnato da veglie e privazioni. Portava nella mano destra una scodella di latta e, mentre rispondeva, si sforzava per distogliere lo sguardo dalla zuppa che fumava sopra il tavolo.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">L’anziana allungò il braccio e prese la brocca e mentre vuotava in questo il liquido caldo, seguì chiedendo:</p>
<p>- Figlia mia hai parlato con i capi? Ti hanno aiutata?</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">La giovane mormorò con sconforto:</p>
<p>- Sono stata da loro. Mi hanno detto che non aveva diritto a niente, che già era abbastanza il darci la camera; pero, se lui muore posso andare a prendere l’ordine per recarmi allo spaccio dove mi darebbero quattro candele e un sudario.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">E con un sospiro aggiunse:</p>
<p>- Dio non voglia che il mio povero Juan li obblighi a fare questa spesa.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Maria de los Ángeles aggiunse alla zuppa un pezzo di pane e pose entrambi nelle mani della giovane, che si incamminò verso la porta, dicendo grata;</p>
<p>- La Vergine vi ripagherà, vicina.</p>
<p>- Povera Juana –disse la madre, rivolgendosi al figlio, che aveva avvicinato la sedia alla tavola-, a breve sarà un mese che tirarono fuori dalla miniera suo marito con la gamba rotta.</p>
<p>- Cosa faceva?</p>
<p>- Era carrettiere nel El Chiflón del Diablo.</p>
<p>- Ah si, dicono che quelli che lavorano lì hanno venduto la loro vita!</p>
<p>- Esagerato, madre –disse l’operaio-, e adesso è diverso, si sono fatti grandi lavori di puntellamento. Da più di una settimana non ci sono disgrazie.</p>
<p>- Sarà come dici, però non potrei vivere se tu lavorassi lì, preferirei andarmene a mendicare per i campi. Non voglio che ti portino un giorno come portarono tuo padre e i tuoi fratelli.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Grosse lacrime scivolarono dal pallido volto dall’anziana. Il ragazzo taceva e mangiava senza alzare lo sguardo dal piatto.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Testa di Rame andò la mattina seguente a lavoro senza comunicare a sua madre il cambio di mansione effettuato il giorno prima.</p>
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		<title>L’implacabile nemico</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 07:30:47 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#000080;">El Chiflón del Diablo</span></h1>
<h1 style="text-align:center;"><span style="color:#000080;"><a href="http://wp.me/p9g5K-da">«</a> II</span></h1>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Fra il morire di fame o schiacciati da una frana, era preferibile quest’ultima, aveva il vantaggio della rapidità. E poi, andare dove? L’inverno, l’implacabile nemico dei derelitti, come un creditore sta addosso agli averi dell’insolvente senza dargli tregua né tempo, aveva spogliato la natura di tutte la sua eleganza. Il raggio tiepido del sole, il verde smaltato dei campi, le albe di rosa e oro, il manto azzurro dei cieli, tutto era stato rapito da quello Shylock inesorabile che, portando nella destra la sua immensa borsa, andava raccogliendo in essa i tesori di colore e luce che incontrava lungo il suo cammino sulla terra.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Le tormente di vento e pioggia che convertivano in torrenti i languidi fiumicelli, lasciavano i campi desolati e incolti. Le terre basse erano immensi pantani d’acqua paludosa, e nelle colline e nelle pendici dei monti, gli alberi senza foglie ostentavano sotto il cielo eternamente opaco la nudità dei suoi rami e dei suoi tronchi.<span id="more-824"></span></p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Nelle capanne dei contadini la fame affacciava il suo pallido volto attraverso quello dei suoi abitanti, che si vedevano obbligati a elemosinare alle porte delle officine e delle fabbriche alla ricerca di un pezzo di pane che gli negava il lugubre suolo delle campagne esauste.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">C’era quindi da sottomettersi a riempire i buchi che il fatidico cunicolo apriva costantemente in queste schiere d’inermi senzatetto, nella perpetua lotta contro le avversità della sorte, abbandonati da tutti, e contro i quali tutte le ingiustizie e le iniquità erano permesse.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">L’accordo fu fatto. Gli operai accettarono senza opporre obiezioni il nuovo lavoro, e un attimo dopo erano nella gabbia, precipitando a piombo nelle profondità della miniera. La galleria del El Chiflón del Diablo aveva una fama sinistra. Aperta per dare sbocco al minerale di un filone recentemente scoperto, inizialmente i lavori si erano svolti con la perizia dovuta. Però, man mano che si affondava nella roccia, questa si faceva più porosa e inconsistente. Le infiltrazioni tanto scarse all’inizio erano andate aumentando, rendendo molto precaria la stabilità delle coperture che si sostenevano solo mediante solidi rivestimenti.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Una volta terminata l’opera, poiché l’immensa quantità di legname necessaria per puntellare faceva aumentare il costo del minerale considerevolmente, poco a poco si iniziò a trascurare questa parte essenziale del lavoro. Si rivestiva sempre, sì, però fiaccamente, economizzando su tutto ciò che si poteva.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">I risultati di questo sistema non si lasciarono attendere. Continuamente bisognava estrarre da lì un contuso, un ferito e anche a volte qualche morto schiacciato dal repentino staccamento di quel tetto mancante di appoggio, e che, minato a tradimento dall’acqua, era una minaccia costante per la vita degli operai, che terrorizzati per la frequenza dei cedimenti iniziarono ad evitare i compiti nel mortifero corridoio.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">La Compagnia però vinse molto presto la loro ripugnanza con l’esca di alcuni centesimi in più nei salari e lo sfruttamento della nuova vena continuò. Molto presto, tuttavia, l’aumento delle paghe fu soppressa senza che per questo si paralizzassero i compiti, per ottenere questo risultato bastava il metodo messo in pratica dal caposquadra quella mattina.</p>
<p style="text-align:left;text-indent:20px;">Molte volte, nonostante i capitali investiti in quella sezione della miniera, si era pensato di abbandonarla, dato che l’acqua rovinava in poco tempo i rivestimenti che dovevano continuamente essere rinforzati, e benché questo si facesse solo nelle parti indispensabili, il consumo di legname risultava sempre eccessivo. Per disgrazia dei minatori, però, il carbone da lì estratto era superiore a quello di altri giacimenti, e la carne del docile e mansueto gregge posta nel piattino più leggero, equilibrava la bilancia, permettendo alla Compagnia di sfruttare senza interruzioni il ricchissimo veleno, questi neri cristalli che guardavano a traverso i secoli le irradiazioni di quei milioni di soli che tracciarono la rotta celeste, da oriente a occidente, colà nell’infanzia del pianeta.</p>
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		<title>«El Chiflón del Diablo», lo spiffero&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 06:20:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>EDN</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconto]]></category>
		<category><![CDATA[33 minatori cileni]]></category>
		<category><![CDATA[Absent de l'histoire]]></category>
		<category><![CDATA[Baldomero Lillo]]></category>
		<category><![CDATA[El Chiflón del Diablo in italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Lo Spiffero del Diavolo]]></category>
		<category><![CDATA[subterra]]></category>

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		<description><![CDATA[El Chiflón del Diablo è un&#8217;opera ispirata alla poetica naturalista scritta da Baldomero Lillo e pubblicata nella raccolta di racconti Subterra nel 1904. Il Chiflón del Diablo (chiflón può essere tradotto come: spiffero) è una miniera di carbone cilena oggi convertita in attrazione turistica. Le telecamere sono ancora accese sui 33 minatori cileni che hanno vissuto una storia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=eremoletterario.com&#038;blog=2206812&#038;post=816&#038;subd=eremoletterario&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>El Chiflón del Diablo</em> è un&#8217;opera ispirata alla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Naturalismo_(letteratura)">poetica naturalista</a> scritta da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Baldomero_Lillo">Baldomero Lillo</a> e pubblicata nella raccolta di racconti <em>Subterra </em>nel<em> </em>1904. Il <a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Chiflón_del_Diablo">Chiflón del Diablo</a> (chiflón può essere tradotto come: spiffero) è una miniera di carbone cilena oggi convertita in attrazione turistica. Le telecamere sono ancora accese sui <strong>33 minatori cileni </strong>che hanno vissuto una storia da raccontare mille e mille volte, eppure l&#8217;<em>a</em><em>bsent</em><em> de l&#8217;</em><em>histoire </em>è in questo caso la vittima, il martire del lavoro da compiangere al più qualche giorno. Ai <strong>reality show</strong> è preferibile di gran lunga che i mezzi di <strong>informazione</strong> facciano luce sulla sicurezza nelle miniere e in tutti luoghi da dove poi il lavoratore non è più tornato.</p>
<p>La traduzione di questo breve racconto è tratta da <a href="http://inabima.org/BibliotecaINABIMA---/A-L/L/Lillo,%20Baldomero%20-%20Tienda%20y%20Trastienda/Lillo,%20Baldomero%20-%20EL%20CHIFLON%20DEL%20DIABLO.pdf">questa versione</a>.</p>
<h1 style="text-align:center;"><strong><span style="color:#000080;">El Chiflón del Diablo</span></strong></h1>
<h1 style="text-align:center;"><strong><span style="color:#000080;">I<a href="http://wp.me/p9g5K-di">»</a></span></strong></h1>
<p>In una sala bassa e stretta, il caposquadra di turno seduto al suo tavolo di lavoro e tenendo davanti a se un gran registro aperto vigilava la discesa degli operai in quella fredda mattinata invernale. Dal buco della porta si vedeva l’ascensore aspettare il suo carico umano che, una volta completato, spariva con esso, silenzioso e rapido, per l’umida apertura del pozzo.</p>
<p>I minatori arrivavano in piccoli gruppi e &#8211; mentre sganciavano le loro lampade attaccate alle pareti, già accese &#8211; l’impiegato gli stampava un’occhiata penetrante, tracciando con la matita un corto segno al margine di ogni nome. <span id="more-816"></span>Sbrigativamente, rivolgendosi a due lavoratori che andavano frettolosamente verso la porta di uscita li trattenne con cenno, dicendogli:</p>
<p>- Voi rimanete.</p>
<p>Gli operai si girarono sorpresi e una vaga inquietudine si fece strada sui loro pallidi visi. Il più giovane era un ragazzo di vent’anni scarsi, lentigginoso, con un abbondante capigliatura rossiccia, alla quale doveva il soprannome Testa di Rame &#8211; con il quale tutti lo conoscevano &#8211; era di bassa statura, forte e robusto. L’altro più alto, più magro e ossuto, già vecchio era di aspetto gracile e cagionevole.</p>
<p>Entrambi con la mano destra sostenevano la lampada e con la sinistra il proprio mazzo di piccoli pezzi di spago nelle cui estremità erano legati un bottone o una perla di vetro di forme e colori distinti; erano i punti o segnali che i minatori ponevano dentro i carrelli di carbone per indicare al di sopra la loro provenienza.</p>
<p>La campana dell’orologio appeso alla parete scandì lentamente le sei. Di quando in quando un minatore affannato si precipitava dalla porta, staccava la sua lampada e con la stessa velocità abbandonava la stanza, lanciando una timida occhiata al caposquadra, che, senza muovere le labbra, impassibile e severo, segnalava con una croce il nome del ritardatario.</p>
<p>Dopo alcuni minuti di silenziosa attesa, l’impiegato fece segno ai due operai di avvicinarsi, e disse loro:</p>
<p>- Voi siete carrettieri della Alta, non è così?</p>
<p>- Si, signore &#8211; risposero gli interpellati.</p>
<p>- Mi dispiace comunicarvi che siete senza lavoro. Ho l’ordine di tagliare il personale di questa vena.</p>
<p>I due operai non risposero e ci fu per un istante un profondo silenzio.</p>
<p>Alla fine il più anziano disse:</p>
<p>- Però ci occuperà da un’altra parte?</p>
<p>L’individuo chiuse il libro con forza e spingendosi indietro sulla sedia con tono serio rispose:</p>
<p>- Penso sia difficile, abbiamo gente che avanza in tutti i lavori.</p>
<p>L’operaio insisté:</p>
<p>- Accetteremo il lavoro che ci dà, saremo tornitori, sostegni, quello che vuole.</p>
<p>Il caposquadra scuoteva la testa negativamente.</p>
<p>- Già l’ho detto che ho gente in avanzo e se la richiesta di carbone non aumenta bisognerà diminuire anche l’estrazione in alcune altre vene.</p>
<p>Un amaro e ironico sorriso contrasse le labbra del minatore, ed esclamò:</p>
<p>- Sia franco, don Pedro, e dica che vuole obbligarci ad andare a lavorare al Chiflón  del Diablo.</p>
<p>L’impiegato si eresse sulla sedia e protestò indignato:</p>
<p>- Qui nessuno obbliga nessuno. Così come voi siete liberi di rifiutare il lavoro che non vi aggrada, la Compagnia, da parte sua, ha pieno diritto di prendere decisioni che favoriscano i suoi interessi.</p>
<p>Durante quella filippica, gli operai con gli occhi bassi ascoltavano in silenzio e, vedendo il loro umile contegno, la voce del caposquadra si fece più dolce.</p>
<p>- Però, benché gli ordini che ho siano tassativi –aggiunse-, voglio aiutarvi a uscire da questa situazione. Ci sono nel Chiflón Nuovo o del Diablo, come voi lo chiamate, due posti vacanti da minatori, qualcuno li occuperebbe adesso stesso e domani potrebbe essere tardi.</p>
<p>Uno sguardo d’intesa passò fra gli operai. Conoscevano le tattiche e sapevano fin dall’inizio il risultato di quella scaramuccia. Per il resto si erano già risolti a seguire il loro destino. Non c’era modo di scappare.</p>
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