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Cime tempestose, Emily Brontë
I cinque finalisti del Premio Strega 2011
Il presidente di seggio Antonio Pennacchi, vincitore del Premio Strega 2010, affiancato dal direttore della Fondazione Bellonci Tullio De Mauro, ha annunciato ufficialmente la cinquina di libri e autori finalisti del Premio Strega 2011, che sono:
- L’energia del vuoto
(Guanda) di Bruno Arpaia - La scoperta del mondo
(nottetempo) di Luciana Castellina - Ternitti
(Mondadori) di Mario Desiati - Storia della mia gente
(Bompiani) di Edoardo Nesi - La vita accanto
(Einaudi) di Mariapia Veladiano
La cinquina è stata eletta da circa 400 soggetti votanti scegliendo fra 12 romanzi selezionati in precedenza. Sorprende l’esclusione del romanzo rivelazione Settanta acrilico trenta lana
(e/o) di Viola Di Grado.
La seconda votazione e la proclamazione del vincitore avverranno nel consueto scenario del Ninfeo di Villa Giulia giovedì 7 luglio.
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Per quella data conto di aver letto almeno i due favoritissimi: La scoperta del mondo di Luciana Castellina e Storia della mia gente di Edoardo Nesi! Qualcuno ha già il suo vincitore?
Un’insospettata rivista letteraria
Ci si domanda spesso quale sia la migliore rivista letteraria, quale quella del Novecento (il secolo delle riviste) e se al giorno d’oggi ha ancora senso parlare di riviste letterarie. Quelle che nessuno legge sono nelle biblioteche delle facoltà umanistiche, riviste scientifiche curate per lo più da accademici, quelle più comuni sono quasi dei foglietti pubblicitari, gratuite e poste all’uscita delle grandi librerie.
La più interessante e fuori dagli schemi rivista letteraria del secolo scorso è a mio avviso una rivista aziendale «Civiltà delle Macchine» edita dal 1953 dalla Finanziaria di Stato Finmeccanica e diretta dal poeta-ingegnere Leonardo Sinisgalli. Se per letteratura si intendono solo gli scritti di poesia, narrativa, saggistica, storia e relativa critica, «Civiltà delle Macchine» non è propriamente una rivista di carattere letterario benché non mancano intermezzi e variazioni decisamente letterari sotto tutti i punti di vista, e perfino poesie. Ma se si intende letteratura in senso più lato, cioè espressione scritta di una data cultura nelle sue forme più tipiche e avanzate «Civiltà delle Macchine» costituisce un fatto eminentemente letterario. Inoltre il mondo del lavoro che occupa la maggior parte della nostra vita quotidiana non può restare escluso dalla materia letteraria.
Negli articoli e lettere presenti nella rivista vi è un manifesto tentativo di riscoprire la poesia insita nelle macchine e nei meccanismi. Temi trattati con sfumature che spesso travalicano un semplice ottimismo, richiamando subito alla mente l’enfasi futurista. La prorompente avanguardia d’inizio secolo aveva avviato nei confronti della macchina un’adesione cieca ed entusiastica che però non può essere accostata all’utopia estetica della rivista di Finmeccanica. Carlo Emilio Gadda aveva in parte già preso le distanze in un articolo pubblicato in apertura ad uno dei primissimi numeri della rivista:
L’ingegnere progettista non è, beninteso, un eroe d’annunziesco intento a rimirar sé nel continuo dentro lo specchio della propria esasperata vanità. No, non vede sé, vede l’opera, vede «la cosa che dovrà essere», il filo dell’atto, degli atti […]Vede il compito davanti a sé, il «problema da risolvere» […]Non ha tempo né modo di inorgoglire del proprio gesto.[1]
Diverse pagine della rivista furono dedicate alla letteratura dell’avanguardia primo novecentesca: nel quinto numero del 1953 Romeo Lucchese nell’articolo Whitman, Sandburg, Crane presentava tre poesie e i rispettivi autori con una breve nota. Continua a leggere…
Sono stati commessi degli errori (a cui si può ovviare)
E allora smise di guardare i suoi occhi e cominciò a guardarvi dentro, ricambiandone lo sguardo prima che fosse troppo tardi, prima che quel legame tra la vita e l’aldilà andasse perduto, e le mostrò tutta l’abiezione che aveva dentro, tutto l’odio moltiplicato di duemila notti solitarie, mentre entrambi erano ancora in contatto con il vuoto in cui la somma di tutto ciò che avevano detto e fatto, di tutto il dolore che avevano inflitto, di tutte le gioie che avevano condiviso, pesava meno di una minuscola piuma nel vento.
- Sono io, – disse lei. – Solo io.
- Lo so, disse lui, e la baciò.
Jonathan Franzen, Libertà, Giulio Einaudi editore, Torino, 2011, p. 619.
Realismo sovietico di Aleksandr Deineka
La politica
La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. Così la bontà di un uomo politico non si misura sul bene che egli riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul tempo che vi si mantiene. E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e la conservazione del potere, non è ormai più – apparenze a parte – fra stato e stato, tra fazione e fazione, ma interna allo stato, interna alla fazione.
Luciano Bianciardi, La vita agra, 1962

Dostoevskij sul Risorgimento
«L’unico grande diplomatico del secolo XIX è stato Cavour e anche lui non ha pensato a tutto. Sì, egli è geniale, ha raggiunto il suo scopo, ha fatto l’unità d’Italia. Ma guardate più addentro, e cosa vedete? Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, ma non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? E’ sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, […] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!»
Fëdor Michajlovic’ Dostoevskij, Diario di uno scrittore, ed. it. a cura di Ettore Lo Gatto, Sansoni, Firenze 1981, 1877, Maggio-Giugno, capitolo secondo, pp. 925-926.
La ruota di Marly

Orfeo Tamburi, Marly, luglio 1953
di Orfeo Tamburi
Chi va da Parigi a Versailles, passando per Boungival, si arresta un momento per ammirare la «Macchina». È una fermata obbligatoria: come San Pietro a Roma o una visita alla Tour Eiffel. Già a suo tempo la «machine» faceva l’ammirazione dei suoi contemporanei e il Re che l’aveva voluta se ne gloriava a giusto titolo e quando volle stupire gli ambasciatori del Siam, subito dopo la visita a Versailles, Luigi XIV li spedì con gran corteo di carrozze e accompagnamento di tutta la Corte a Marly, per mostrar loro la famosa «machine». È noto anche come il Re avesse promesso una forte ricompensa a chi fra tutti i suoi sudditi riuscisse a portare l’acqua a Versailles, per animare le grandi fontane e dare al Palazzo l’elemento necessario; e come invece l’ideatore e costruttore, dopo tanti ciarlatani, sia stato un avventuriero belga che di idraulica non ne sapeva più del Re medesimo. La storia della Macchina di Marly è una delle più avventurose che siano mai esistite nella storia delle invenzioni. Ma oggi, dopo più di tre secoli, di tutte quelle mirabilia restano soltanto una ruota e una casamatta in un paesaggio quanto mai idillico, tutto verde di alberi e di acqua.
Napoleone III, nel 1858, servendosi dei nuovi progressi e sulle rovine del suo grande predecessore, ricostruì la «machine» che oggi tutti si fermano ad ammirare.
Cinque grandi ruote, con enormi pale di legno e di ferro, fra un fracasso incredibile di pistoni che mugolano e di stantuffi che soffiano, tra una pioggia continua di acqua e di vapore che sprizzano da tutte le parti, continuamente girano per alimentare di acqua potabile tutta la regione verdeggiante di Marly e fanno ancora la meraviglia del viaggiatore che estasiato di fronte a questo spettacolo tenebroso e romantico che mette addosso tanti brividi di terrore, gli fa esclamare tanti oh! oh! di stupore.
La Macchina di Marly si visita come un museo: è aperto giorno e notte e in ogni stagione molte sono le automobili che si fermano lungo la strada. Poi, passata la paura e lo stupore, tutti se ne vanno contenti pensando che Luigi XIV era stato davvero un grande monarca.
Orfeo Tamburi, La ruota di Marly, in «Civiltà delle Macchine», a. II, n. 5, settembre 1954, p. 36.
unicuique suum
Uscito nel 1966, a cinque anni di distanza dal Giorno della civetta, A ciascuno il suo ne è l’ideale continuazione, sia per la forma narrativa (il giallo inconsueto), sia per il messaggio di denuncia civile. Protagonista è ancora una volta la mafia, che ormai ha inquinato l’intero sistema di potere. Ad esserne intrisa non è soltanto la politica e l’economia siciliana, ma la stessa amministrazione centrale, i partiti politici e la burocrazia romana. Questa mafia non è quella di oggi: del traffico internazionale di droga, delle stragi, del “pool” anti-mafia, dei pentiti; ma se negli anni Sessanta il fenomeno mafioso era più circoscritto, assai minore era nell’opinione pubblica l’informazione e la consapevolezza della sua pericolosità.
Nell’estate del 1964, in un imprecisato paese dell’entroterra siciliano, il farmacista Manno, che “non aveva mai avuto questioni, non faceva politica, di politica nemmeno discuteva”[1], riceve una lettera anonima in cui lo si minaccia di morte per una non precisata colpa. L’uomo pensa ad uno scherzo, probabilmente l’invidia di qualche cacciatore, dato che l’arte venatoria è uno dei suoi pochi passatempi. Una sera, invece, la minaccia si avvera: al termine di una battuta di caccia, viene ucciso insieme al suo cane e all’amico, il dottor Roscio. Per gli inquirenti, dunque, un delitto senza movente di due persone “perbene” e una lettera anonima che induce a cercare nel privato del farmacista. La pista più probabile è, ancora una volta, quella del delitto passionale, “nelle statistiche criminali relative alla Sicilia e nelle combinazioni del giuco del lotto, tra corna e morti ammazzati si è istituito un più frequente rapporto. L’omicidio passionale si scopre subito: ed entra dunque nell’indice attivo della polizia; l’omicidio passionale si paga poco: ed entra perciò nell’indice attivo della mafia”[2]. Salta fuori, infatti, una ragazza che all’apparenza si recava molto frequentemente in farmacia.
Non è dello stesso avviso il professore Paolo Laurana, insegnante di italiano e latino nel liceo classico del capoluogo e critico letterario per diletto. Quarantenne, scapolo, succube dell’amore della madre, addirittura “non molto intelligente e anzi con momenti di positiva ottusità”[3], è in sostanza un antieroe “alla siciliana”. Un uomo cosciente dei suoi problemi e dei suoi limiti, non avvezzo alle chiacchiere di paese e sentimentalmente ancora ingenuo e sprovveduto. Laurana il giorno in cui il farmacista aveva ricevuto la lettera, nel vederla, era stato attirato dalla parola unicuique (unicuique suum, a ciascuno il suo), che era affiorato sul rovescio del foglio. Mosso da una astratta passione e curiosità intellettuale, è l’unico a capire che quello si tratta di un ritaglio ricavato dall’Osservatore romano. Continua a leggere…
Luce protagonista

Alex Katz, Ada, oil on canvas, 2008.
Olive Kitteridge di Elizabeth Strout è senz’altro uno dei migliori libri dell’ultimo decennio. Pubblicato negli States nel 2008 e vincitore l’anno seguente del Premio Pulitzer per la narrativa, il romanzo scritto in forma di racconti narra a più voci la vita di una maestra di matematica in pensione. Olive vive a Crosby nel Maine (lo stesso Stato di Castle Rock per intenderci) con il marito Henry farmacista: credente, paziente e gentile con le persone della comunità. La protagonista viene sbozzata capitolo dopo capitolo nei racconti, a volte solo tangenti, della vita di alcuni personaggi della cittadina. Ricorrono alcuni temi quali: il suicidio, il matrimonio e le relazioni familiari tanto da poter essere accostato a Le correzioni di Johnatan Franzen. La protagonista appare come una donna comune, che sa tutto di tutti, ha paura di essere abbandonata dal suo unico figlio Cristopher e ha mille pregiudizi che in realtà tutti hanno ma in realtà nascondono. Olive al contrario non fa nulla per mascherare gli eccessi della sua personalità e scontrandosi quindi sempre con le persone a lei più care. Le persone che l’hanno conosciuta per poco come i suoi ex-alunni, invece, sembrano aver colto in lei una forza e una passione per la vita che gli altri non sono stati in grado di percepire. Le difficoltà, gli amori e le incertezze rendono vera e pienamente vissuta anche l’esistenza di una settantenne. Elizabeth Strout narra le vicende dei suoi personaggi con una scrittura lieve e poetica, la luce riempie ogni pagina e ogni scena. L’illuminazione solare viene descritta in tutti i momenti della giornata, rendendo l’ambientazione del New England sospesa e malinconica. In ogni casa e in ogni emozione filtrano questi raggi, un po’ come le influenze e le scelte di Olive. In uno dei racconti più belli Nave in bottiglia, la giovane Winnie abbandonata sull’altare non si da pace mentre la madre cerca di tenere a distanza il fidanzato colpevole di indecisione. La giovane ricorda le parole finalmente illuminanti della sua ex-insegnante (Olive): «Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi.» Si decide quindi a scappare di casa con la complicità dalla sorella minore Julie, che resta paziente spettatrice della monotonia familiare. Il patrigno costruisce da tempo in garage una barca che però si rivelerà più grande dell’imboccatura del locale, rimanendo chiusa come una grande nave in bottiglia, metafora dell’esistenza di Julie e di molti rapporti familiari viziati dall’accidia.
Quello che i giovani non sanno, pensò Olive mentre si sdraiava accanto a quell’uomo, con la mano di lui sulla spalla, sul braccio; oh, quello che i giovani non sanno. Non sanno che i corpi anziani, rugosi e bitorzoluti sono altrettanto bisognosi dei loro corpi giovani e sodi, che l’amore non va respinto con noncuranza, come un pasticcino posato assieme ad altri su un piatto passato in giro per l’ennesima volta. No, se l’amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva. E se il piatto di Olive era stato pieno della bontà di Henry e lei lo aveva trovato gravoso, limitandosi a mangiucchiare qualche briciola alla volta, era perchè non sapeva quello che tutti dovrebbero sapere: che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l’altro.
Riparazioni navali
Cento anni di vita dell’Arsenale Triestino
di Michele Parrella
I gabbiani si incrociavano sui pontoni dell’Arsenale e l’ispettore della Società Lauro aveva ragione di fare certi discorsi.
- Noi meridionali portiamo il sole in tasca – diceva nell’ufficio dell’ing. Seholz, e contava i giorni che occorrono per riparare la «Giulia».
- Quaranta giorni, non uno di più – insisteva.

La nave prima di entrare in bacino
Ogni armatore, e per lui l’ispettore inviato a Trieste per sollecitare i lavori, si fa questo calcolo. Gli affari, il commercio, il libro delle partenze, gli scali e gli arrivi non possono andare oltre le dita della mano, su cui bisogna contare le ore e i giorni in modo che tutto sia racchiuso in un pugno.
La «Giulia» è una motonave con le lamiere a chiodatura, una delle prime, dopo la «Manly», uscite dai cantieri di Monfalcone, e dentro dalla nave nei lunghi viaggi palpita ancora il Burmeister e Waim, il primo motore costruito nelle officine della Fabbrica Macchine S. Andrea. Se l’avaria avesse toccato lo scafo della «Giulia», gli operai del cantiere avrebbero dovuto smontare le lamiere chiodo per chiodo e poi di nuovo sistemarle dopo averle battute e messe a punto. Avrebbero dovuto, cioè, ritornare nel tempo, dimenticare la fiamma ossidrica e rifare il lavoro dei padri, rumoroso e paziente. Proprio come avviene ad un ciabattino: deve ripigliare la scarpa punto per punto e restituirla nella forma originaria.
Ma quaranta giorni bastano per riparare la nave che ha la chiglia contorta e il fondo ammaccato. Gli uomini che ci lavorano attorno dicono che è stata una secca nel Sud America, aggiunge l’ingegnere.

Le vecchie eliche
Ora la «Giulia» giace nel primo bacino dell’Arsenale, ferma sui puntelli. Gli operai hanno fatto i buchi nel fondo per l’acqua che vi si era accumulata, poi guardano con attenzione il oppio fondo per la riserva ed i residui di nafta e presto daranno mano alla fiamma, ai compressori, sdraiati per terra in quel vasto e lungo corridoio tra il fondo della nave e il fondo del bacino.
Questa bassa, oscura e rumorosa galleria somiglia ad un luogo della memoria o della coscienza, una surrealista figurazione della tensione fisica sopra uno sfondo grigio cupo. Le voci, gli improvvisi bagliori, i prolungati silenzi, il rumore delle acque che battono alla porta del bacino, i grossi e corti puntelli che reggono lo scafo, l’intera parte sotterranea di questo paesaggio può spingere ad astratti pensieri, metafisici raffronti che solo gli strumenti e oggetti meccanici possono rendere più vicini e concreti.
C’è la tentazione del mare a pochi metri dalla fucina, il suo vasto, profondo e continuo agitarsi. Continua a leggere…












