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Genitori e figli, Emil Hakl
La politica
La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. Così la bontà di un uomo politico non si misura sul bene che egli riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul tempo che vi si mantiene. E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e la conservazione del potere, non è ormai più – apparenze a parte – fra stato e stato, tra fazione e fazione, ma interna allo stato, interna alla fazione.
Luciano Bianciardi, La vita agra, 1962

Dostoevskij sul Risorgimento
«L’unico grande diplomatico del secolo XIX è stato Cavour e anche lui non ha pensato a tutto. Sì, egli è geniale, ha raggiunto il suo scopo, ha fatto l’unità d’Italia. Ma guardate più addentro, e cosa vedete? Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, ma non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? E’ sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, […] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!»
Fëdor Michajlovic’ Dostoevskij, Diario di uno scrittore, ed. it. a cura di Ettore Lo Gatto, Sansoni, Firenze 1981, 1877, Maggio-Giugno, capitolo secondo, pp. 925-926.
La ruota di Marly

Orfeo Tamburi, Marly, luglio 1953
di Orfeo Tamburi
Chi va da Parigi a Versailles, passando per Boungival, si arresta un momento per ammirare la «Macchina». È una fermata obbligatoria: come San Pietro a Roma o una visita alla Tour Eiffel. Già a suo tempo la «machine» faceva l’ammirazione dei suoi contemporanei e il Re che l’aveva voluta se ne gloriava a giusto titolo e quando volle stupire gli ambasciatori del Siam, subito dopo la visita a Versailles, Luigi XIV li spedì con gran corteo di carrozze e accompagnamento di tutta la Corte a Marly, per mostrar loro la famosa «machine». È noto anche come il Re avesse promesso una forte ricompensa a chi fra tutti i suoi sudditi riuscisse a portare l’acqua a Versailles, per animare le grandi fontane e dare al Palazzo l’elemento necessario; e come invece l’ideatore e costruttore, dopo tanti ciarlatani, sia stato un avventuriero belga che di idraulica non ne sapeva più del Re medesimo. La storia della Macchina di Marly è una delle più avventurose che siano mai esistite nella storia delle invenzioni. Ma oggi, dopo più di tre secoli, di tutte quelle mirabilia restano soltanto una ruota e una casamatta in un paesaggio quanto mai idillico, tutto verde di alberi e di acqua.
Napoleone III, nel 1858, servendosi dei nuovi progressi e sulle rovine del suo grande predecessore, ricostruì la «machine» che oggi tutti si fermano ad ammirare.
Cinque grandi ruote, con enormi pale di legno e di ferro, fra un fracasso incredibile di pistoni che mugolano e di stantuffi che soffiano, tra una pioggia continua di acqua e di vapore che sprizzano da tutte le parti, continuamente girano per alimentare di acqua potabile tutta la regione verdeggiante di Marly e fanno ancora la meraviglia del viaggiatore che estasiato di fronte a questo spettacolo tenebroso e romantico che mette addosso tanti brividi di terrore, gli fa esclamare tanti oh! oh! di stupore.
La Macchina di Marly si visita come un museo: è aperto giorno e notte e in ogni stagione molte sono le automobili che si fermano lungo la strada. Poi, passata la paura e lo stupore, tutti se ne vanno contenti pensando che Luigi XIV era stato davvero un grande monarca.
Orfeo Tamburi, La ruota di Marly, in «Civiltà delle Macchine», a. II, n. 5, settembre 1954, p. 36.
unicuique suum
Uscito nel 1966, a cinque anni di distanza dal Giorno della civetta, A ciascuno il suo ne è l’ideale continuazione, sia per la forma narrativa (il giallo inconsueto), sia per il messaggio di denuncia civile. Protagonista è ancora una volta la mafia, che ormai ha inquinato l’intero sistema di potere. Ad esserne intrisa non è soltanto la politica e l’economia siciliana, ma la stessa amministrazione centrale, i partiti politici e la burocrazia romana. Questa mafia non è quella di oggi: del traffico internazionale di droga, delle stragi, del “pool” anti-mafia, dei pentiti; ma se negli anni Sessanta il fenomeno mafioso era più circoscritto, assai minore era nell’opinione pubblica l’informazione e la consapevolezza della sua pericolosità.
Nell’estate del 1964, in un imprecisato paese dell’entroterra siciliano, il farmacista Manno, che “non aveva mai avuto questioni, non faceva politica, di politica nemmeno discuteva”[1], riceve una lettera anonima in cui lo si minaccia di morte per una non precisata colpa. L’uomo pensa ad uno scherzo, probabilmente l’invidia di qualche cacciatore, dato che l’arte venatoria è uno dei suoi pochi passatempi. Una sera, invece, la minaccia si avvera: al termine di una battuta di caccia, viene ucciso insieme al suo cane e all’amico, il dottor Roscio. Per gli inquirenti, dunque, un delitto senza movente di due persone “perbene” e una lettera anonima che induce a cercare nel privato del farmacista. La pista più probabile è, ancora una volta, quella del delitto passionale, “nelle statistiche criminali relative alla Sicilia e nelle combinazioni del giuco del lotto, tra corna e morti ammazzati si è istituito un più frequente rapporto. L’omicidio passionale si scopre subito: ed entra dunque nell’indice attivo della polizia; l’omicidio passionale si paga poco: ed entra perciò nell’indice attivo della mafia”[2]. Salta fuori, infatti, una ragazza che all’apparenza si recava molto frequentemente in farmacia.
Non è dello stesso avviso il professore Paolo Laurana, insegnante di italiano e latino nel liceo classico del capoluogo e critico letterario per diletto. Quarantenne, scapolo, succube dell’amore della madre, addirittura “non molto intelligente e anzi con momenti di positiva ottusità”[3], è in sostanza un antieroe “alla siciliana”. Un uomo cosciente dei suoi problemi e dei suoi limiti, non avvezzo alle chiacchiere di paese e sentimentalmente ancora ingenuo e sprovveduto. Laurana il giorno in cui il farmacista aveva ricevuto la lettera, nel vederla, era stato attirato dalla parola unicuique (unicuique suum, a ciascuno il suo), che era affiorato sul rovescio del foglio. Mosso da una astratta passione e curiosità intellettuale, è l’unico a capire che quello si tratta di un ritaglio ricavato dall’Osservatore romano. Continua a leggere…
Luce protagonista

Alex Katz, Ada, oil on canvas, 2008.
Olive Kitteridge di Elizabeth Strout è senz’altro uno dei migliori libri dell’ultimo decennio. Pubblicato negli States nel 2008 e vincitore l’anno seguente del Premio Pulitzer per la narrativa, il romanzo scritto in forma di racconti narra a più voci la vita di una maestra di matematica in pensione. Olive vive a Crosby nel Maine (lo stesso Stato di Castle Rock per intenderci) con il marito Henry farmacista: credente, paziente e gentile con le persone della comunità. La protagonista viene sbozzata capitolo dopo capitolo nei racconti, a volte solo tangenti, della vita di alcuni personaggi della cittadina. Ricorrono alcuni temi quali: il suicidio, il matrimonio e le relazioni familiari tanto da poter essere accostato a Le correzioni di Johnatan Franzen. La protagonista appare come una donna comune, che sa tutto di tutti, ha paura di essere abbandonata dal suo unico figlio Cristopher e ha mille pregiudizi che in realtà tutti hanno ma in realtà nascondono. Olive al contrario non fa nulla per mascherare gli eccessi della sua personalità e scontrandosi quindi sempre con le persone a lei più care. Le persone che l’hanno conosciuta per poco come i suoi ex-alunni, invece, sembrano aver colto in lei una forza e una passione per la vita che gli altri non sono stati in grado di percepire. Le difficoltà, gli amori e le incertezze rendono vera e pienamente vissuta anche l’esistenza di una settantenne. Elizabeth Strout narra le vicende dei suoi personaggi con una scrittura lieve e poetica, la luce riempie ogni pagina e ogni scena. L’illuminazione solare viene descritta in tutti i momenti della giornata, rendendo l’ambientazione del New England sospesa e malinconica. In ogni casa e in ogni emozione filtrano questi raggi, un po’ come le influenze e le scelte di Olive. In uno dei racconti più belli Nave in bottiglia, la giovane Winnie abbandonata sull’altare non si da pace mentre la madre cerca di tenere a distanza il fidanzato colpevole di indecisione. La giovane ricorda le parole finalmente illuminanti della sua ex-insegnante (Olive): «Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi.» Si decide quindi a scappare di casa con la complicità dalla sorella minore Julie, che resta paziente spettatrice della monotonia familiare. Il patrigno costruisce da tempo in garage una barca che però si rivelerà più grande dell’imboccatura del locale, rimanendo chiusa come una grande nave in bottiglia, metafora dell’esistenza di Julie e di molti rapporti familiari viziati dall’accidia.
Quello che i giovani non sanno, pensò Olive mentre si sdraiava accanto a quell’uomo, con la mano di lui sulla spalla, sul braccio; oh, quello che i giovani non sanno. Non sanno che i corpi anziani, rugosi e bitorzoluti sono altrettanto bisognosi dei loro corpi giovani e sodi, che l’amore non va respinto con noncuranza, come un pasticcino posato assieme ad altri su un piatto passato in giro per l’ennesima volta. No, se l’amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva. E se il piatto di Olive era stato pieno della bontà di Henry e lei lo aveva trovato gravoso, limitandosi a mangiucchiare qualche briciola alla volta, era perchè non sapeva quello che tutti dovrebbero sapere: che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l’altro.
Riparazioni navali
Cento anni di vita dell’Arsenale Triestino
di Michele Parrella
I gabbiani si incrociavano sui pontoni dell’Arsenale e l’ispettore della Società Lauro aveva ragione di fare certi discorsi.
- Noi meridionali portiamo il sole in tasca – diceva nell’ufficio dell’ing. Seholz, e contava i giorni che occorrono per riparare la «Giulia».
- Quaranta giorni, non uno di più – insisteva.

La nave prima di entrare in bacino
Ogni armatore, e per lui l’ispettore inviato a Trieste per sollecitare i lavori, si fa questo calcolo. Gli affari, il commercio, il libro delle partenze, gli scali e gli arrivi non possono andare oltre le dita della mano, su cui bisogna contare le ore e i giorni in modo che tutto sia racchiuso in un pugno.
La «Giulia» è una motonave con le lamiere a chiodatura, una delle prime, dopo la «Manly», uscite dai cantieri di Monfalcone, e dentro dalla nave nei lunghi viaggi palpita ancora il Burmeister e Waim, il primo motore costruito nelle officine della Fabbrica Macchine S. Andrea. Se l’avaria avesse toccato lo scafo della «Giulia», gli operai del cantiere avrebbero dovuto smontare le lamiere chiodo per chiodo e poi di nuovo sistemarle dopo averle battute e messe a punto. Avrebbero dovuto, cioè, ritornare nel tempo, dimenticare la fiamma ossidrica e rifare il lavoro dei padri, rumoroso e paziente. Proprio come avviene ad un ciabattino: deve ripigliare la scarpa punto per punto e restituirla nella forma originaria.
Ma quaranta giorni bastano per riparare la nave che ha la chiglia contorta e il fondo ammaccato. Gli uomini che ci lavorano attorno dicono che è stata una secca nel Sud America, aggiunge l’ingegnere.

Le vecchie eliche
Ora la «Giulia» giace nel primo bacino dell’Arsenale, ferma sui puntelli. Gli operai hanno fatto i buchi nel fondo per l’acqua che vi si era accumulata, poi guardano con attenzione il oppio fondo per la riserva ed i residui di nafta e presto daranno mano alla fiamma, ai compressori, sdraiati per terra in quel vasto e lungo corridoio tra il fondo della nave e il fondo del bacino.
Questa bassa, oscura e rumorosa galleria somiglia ad un luogo della memoria o della coscienza, una surrealista figurazione della tensione fisica sopra uno sfondo grigio cupo. Le voci, gli improvvisi bagliori, i prolungati silenzi, il rumore delle acque che battono alla porta del bacino, i grossi e corti puntelli che reggono lo scafo, l’intera parte sotterranea di questo paesaggio può spingere ad astratti pensieri, metafisici raffronti che solo gli strumenti e oggetti meccanici possono rendere più vicini e concreti.
C’è la tentazione del mare a pochi metri dalla fucina, il suo vasto, profondo e continuo agitarsi. Continua a leggere…
Tante verità per il dramma di un “uomo solo”
Leonardo Sciascia nel 1975 pubblica La scomparsa di Majorana, un’inchiesta storica dedicata alla fine misteriosa del celebre fisico catanese del gruppo Fermi Ettore Majorana.
Si tratta di un racconto-inchiesta, un genere che l’autore mostra di prediligere e che adotta anche per altri libri come: Morte dell’inquisitore 1964, fondata su documenti d’archivio relativi al monaco racalmutese Diego La Matina, condannato come eretico dall’Inquisizione spagnola, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel 1971, un piccolo libro dove si cerca di risolvere il mistero della morte a Palermo dello scrittore francese, I pugnalatori 1976, ambientato a Palermo nel 1862 ma, che è un chiaro riferimento alla “strategia della tensione” degli anni Sessanta e Settanta e L’affaire Moro 1978. I contorni di questo genere letterario risalgono a La storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, dal quale Sciascia riprende l’uso del documento letterario, giornalistico o d’archivio inserito e analizzato nel tessuto narrativo. Questo confronto con il documento e la testimonianza da interrogare senza preconcetti è ciò che affascina lo scrittore. Lo stile, anche in questa opera, è lapidario e raziocinante, chiaro e puntuale, pronto a farsi sottilmente ironico e a inalzarsi nella misura in cui il ragionamento si fa più sofisticato. Lo scrittore non disdegna un amaro sarcasmo nel momento in cui la verità si vede ostacolata e la ragione non viene ascoltata.
Partendo proprio dai carteggi dell’epoca, Sciascia ci mostra la nuda realtà dei fatti e dall’analisi di questi documenti ci propone la sua verità, per sua stessa ammissione multiforme e non univoca. Il libro si apre con una lettera di Giovanni Gentile indirizzata ad Arturo Bocchini, all’epoca capo della polizia, in cui il senatore esprime una calorosa raccomandazione affinché non si lasci nulla di intentato per la ricerca del fisico da poco scomparso. Sono i parenti, ovviamente, e le persone che hanno riconosciuto in Majorana il genio; come Fermi, a premere perché non si archivi il caso. La tesi che sostengono è quella che il professore si sia ritirato a vivere in un convento per un suo desiderio di solitudine. L’interessamento di personaggi pubblici di peso come il senatore Gentile non produce sostanziali cambiamenti nell’atteggiamento della polizia che, indotta dalle lettere che il professore ha lasciato prima di sparire, continua a vedere nel caso un semplice suicidio. Nel documento indirizzato alle questure di Palermo e di Napoli che richiede un supplemento di indagine, vi è insita una chiusura del caso, perché, tramite un linguaggio che “allude” e “prescrive”, è indicato anticipatamente il risultato scontato dell’indagine. A nulla servirà neanche l’interessamento dello stesso Mussolini, spinto più dalle suppliche della madre di Majorana che dalla lettera di Enrico Fermi. Continua a leggere…
Dal mare l’elementare trionfo sulle avversità
The old man and the sea, il vecchio e il mare , è un racconto lungo di Hemingway che ha riscosso un enorme successo. Pubblicato per la prima volta sul numero di agosto di Life. é probabilmente la migliore opera dello scrittore americano, una summa, in poco più di cento pagine, della sua poetica e del significato attuale della vita.
Il protagonista del racconto è un vecchio pescatore cubano, Santiago. Da più di ottanta giorni non gli riesce di prendere un pesce. Santiago si trova sull’orlo del fallimento, deve decidersi. Si avventura in alto mare, al largo di Cuba, nel Gulf Stream, dove la corrente è tanto potente, e incontra finalmente un pesce enorme, un pescecane assai più grande della sua barca. Parte all’attacco, per due giorni e due notti lotta col mostro, alla fine riesce a vincerlo e lo lega alla barca per il viaggio di ritorno.
Sembra tutto finito, scoppia invece il dramma. Attorno alla barca cominciano ad apparire altri pescecani. Prima il pescecane
ferito, poi il pescatore diventano preda dei nuovi mostri. Santiago si difende come può, col rampone, col coltello, col remo. Anche il pescecane ferito si difende. Si stabilisce quasi un intesa tra l’uomo e l’animale. Qualcuno dei nuovi mostri viene ucciso, altri feriti; ne accorrono dei nuovi, il pescecane è divorato, il pescatore si salva dopo essere stato ferito, solo grazie alla sua forza di volontà. La desolazione del vecchio pescatore cubano Santiago rientrato in porto soltanto con la lisca spettacolosa del pescespada è acuita dal fatto che in pochi, un ragazzo, altri pescatori, si accorgono della sua avventura. I segni del dramma di quest’uomo coraggioso sono appena percettibili.
Come in Moby Dick di un altro grande scrittore statunitense, Melville, il mare e una balena erano il sottofondo e il simbolo di un elementare coraggio e del trionfo sulle avversità, il senso di questo altro mare e pescecane di Hemingway è nell’impeto che anima il vecchio pescatore. «Santiago» scriveva Giovanni Visentin su la Fiera Letteraria «si presenta come uno splendido monito: nella lotta l’esistenza trova uno scopo e la ragione stessa della bellezza». Se non tutta la letteratura oggi è ottimista sulla vita, almeno Hemingway ci incoraggia dunque a vivere con rinnovata energia.
Il bibliotecario

Giuseppe Arcimboldo, Il bibliotecario dell'imperatore Massimiliano II, 1566
Questo ritratto fu fatto dal milanese Arcimboldo a Prega dove occupò la carica di “Hofmaler”, pittore di corte degli Asburgo, dal 1560 al 1587. I capelli sono un libro aperto, il naso e la fronte il dorso di un tomo chiuso, un nastro uscente dal volume della guancia simula l’orecchio sinistro, altri segnalibri compongono le mani, i baffi ricordano i fiori del papiro.

Libro o eBook?
Oblio senza fine, trent’anni fa moriva il “poeta-ingegnere”
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Trent’anni fa moriva Leonardo Sinisgalli un singolare autore del nostro Novecento. La sua opera è ai più sconosciuta a causa della compresenza di poetiche e modalità espressive contraddittorie. Sinisgalli è stato un poeta ermetico, si laureò in ingegneria all’Università La Sapienza di Roma, lavorò per la Società del Linoleum, la Olivetti, la Pirelli, Finmeccanica, ENI, Alitalia, Bassetti, Alfa Romeo. Ritratti di macchine è una delle sue prime opere e fotografa da subito lo spirito conoscitivo con il quale il poeta si poneva di fronte al fatto tecnologico. Fu autore delle più affascinanti trovate pubblicitarie negli anni del primo consumismo e direttore di prestigiose riviste, su tutte «Civiltà delle Macchine». Questo bimestrale ha fatto la storia degli house organ e della stampa italiana tout court ed è tuttora al centro di studi di design, letteratura, industria, scienza, pubblicità, comunicazione aziendale.
Leonardo Sinisgalli nel 1941 diede una concisa spiegazione della sua poetica ricorrendo alla metafora matematica del numero complesso a+bj, dove a e b sono quantità reali e j l’operatore immaginario che le rende attive, le anima, le traduce in forza: analoga sarebbe la sua azione a quella che il poeta esercita sulla «cosa», ossia all’alterazione provocata dal linguaggio sulla realtà. Lo scrittore lucano seppe coniugare nella sua opera le “due culture” (nella celebre distinzione che ne diede Charls P. Snow), quella tecnica e quella umanistica tanto da poterlo definire un “Leonardo” del Novecento. Proprio come il genio vinciano infatti seppe utilizzare fantasia, intelligenza e tecnica in una fruttuosa osmosi. “Il giuco intellettuale mi inebria.” Il motivo principale di questo oblio è sicuramente la difficoltà che critici e studiosi hanno incontrato nel categorizzarlo, egli stesso si definiva eretico:
La nostra curiosità di moderni, se pure è la disposizione più pericolosa e la più incline al peccato,si è ristretta sempre più a guardare noi stessi, a spopolare la nostra abitazione segreta, ad allargare i confini del deserto che è intorno alla mente degli uomini.
Leonardo Sinisgalli, Pagine milanesi, Matelica, Hacca, 2010, p. 101.
La sua opera principale Furor mathematicus, uscita nel 1950, è attualmente introvabile. Incuriosisce parecchio la recensione fatta nello stesso anno da Geno Pampaloni:
Furor mathematicus è un libro piuttosto raro nella nostra cultura; mi sono accorto che parecchi nuovi teorici del disegno e filosofi della cultura di massa non l’hanno mai sfogliato. C’è una paginetta perfino su Fred Astaire e c’è un progetto di lingua universale, c’è una filosofia dell’arredamento ma anche uno studio sui fonemi delle rane ecc., ecc. “Un lettore italiano di cinaquant’anni fa, messo di fronte a questo libro, ne rimarrebbe disorientato. Fra cinquant’anni, può darsi che un’altro lettore italiano ne rimanga altrettanto disorientato. Ma oggi è un libro importante e [...] è anch’esso un libro di crisi.”
Geno Pampaloni, Furor mathematicus (Book Review), Belfagor, 5 (1950), p. 369.
Il suo lavoro da comunicatore può essere sintetizzata con queste sue parole «non stanchiamoci mai di fare delle ipotesi: una di esse diventa la verità». Mondadori possiede i diritti della sua opere e circa dieci anni fa si iniziò a discutere della possibile pubblicazione di un Meridiano. Dato che in libreria è praticamente impossibile trovare i libri del poeta-ingegnere lucano ho pensato bene di inviare alla casa editrice milanese questa lettera: Continua a leggere…









