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Posts Tagged ‘Ottiero Ottieri

Letteratura industriale: l’approccio documentaristico di Ottiero Ottieri

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Il 23 aprile 1955, inaugurando la fabbrica di Pozzuoli, Adriano Olivetti pose a se stesso e ai presenti una domanda fondamentale:

Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi fini semplicemente nell’indice dei profitti? O non vi è, al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione anche nella vita di fabbrica?[1]

Prendeva così forma la sua utopia anche nel mezzogiorno, rappresentata dalla fabbrica sul mare, disegnata dall’architetto Luigi Cosenza tra i pini, bassa e leggera, aperta su cortili e terrazze, dove avrebbe lavorato, poco dopo, Ottiero Ottieri. Nato a Roma nel 1924 e laureatosi in lettere a soli 21 anni Ottieri si mostra subito interessato a temi quali la sociologia e la psicologia. Nel 1948 si trasferisce a Milano lavorando prima nell’ufficio stampa per la Mondadori e in seguito come direttore della rivista mensile di divulgazione scientifica «La scienza illustrata». Conosce così un mondo diverso, quello della tecnica correlata all’industria del primo dopoguerra, dei difficili rapporti umani fra l’operaio e la macchina e del lavoro alienante della fabbrica.

Nel 1955 viene chiamato da Adriano Olivetti e gli viene offerto di lavorare a Pozzuoli come consulente alla selezione del personale. Da quest’esperienza nacquero: Tempi stretti (1957), Donnarumma all’assalto (1959) e La linea gotica (1962).

In Donnarumma all’assalto, il suo romanzo più conosciuto, si possono individuare Leggi il seguito di questo post »

La realtà industriale: la proposta letteraria di Vittorini

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Negli anni Cinquanta il Neorealismo concepì la tematica della fabbrica e della vita operaia come spazio della lotta e dell’impegno politico di una classe operaia in parte idealizzata. Siamo all’interno della rappresentazione dell’industria come fabbrica in quanto luogo del lavoro operaio, dalla prospettiva degli operai stessi, non da quella di chi nella fabbrica è entrato dall’ingresso dell’organizzazione, della razionalizzazione del lavoro, del rinnovamento assoluto della produzione e dei rapporti dettato dalla seconda rivoluzione industriale e legata all’automazione.

Se tardiva è la nascita di una letteratura “industriale” italiana, essa segna però significativamente il panorama letterario tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. È questa la stagione breve in cui il fatto tecnologico, il tema della fabbrica e della condizione operaia diviene oggetto di un vivace dibattito.

Il nuovo clima culturale condensa nelle narrazioni e soprattutto nelle poesie di quegli anni che trovano il loro punto di riferimento nella rivista «Il Menabò di letteratura», che vede la luce nel giugno del 1959, edito da Giulio Einaudi e diretto da Elio Vittorini e Italo Calvino. Una rivista che si proponeva di fare il punto sulla situazione della letteratura in Italia e di contribuire al suo rilancio.

Il «Menabò» nasce negli anni in cui, dopo la «ricostruzione», diventa possibile – o sembra possibile – una gestione riformista della crescita economica. È questo il periodo dello sviluppo spettacolare di alcuni settori industriali (chimica, elettrodomestici, automobile), delle trasformazioni dell’ambiente in una frenesia di autostrade, dell’urbanizzazione, del cemento armato e della speculazione edilizia. Leggi il seguito di questo post »

Lavoro e latebre

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Primo maggio. Cosa dire di nuovo? Cosa dire, che non sia stato dianzi detto?

La risposta la conosciamo tutti. A questo punto, mentre in tv scorrono le immagini del concertone di piazza San Giovanni, voglio raccomandare una lettura a tema: Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri.

Ottiero Ottieri lavorò negli anni Sessanta alle dipendenze di Adriano Olivetti: l’industriale illuminato della macchina da scrivere. Il suo lavoro lo portò a Pozzuoli come selezionatore del personale della grande e moderna fabbrica del nord che sbarcava in un sud “fuori dal tempo”, quasi hegelianamente a-storico. La disoccupazione insanabile vista dall’altro lato della barricata. Chi non è passato per un colloquio, un’agenzia di lavoro. Essere scelti? Si entra così nel grande meccanismo. Le grandi ruote dentate di Tempi moderni di Chaplin che scorrono e ci schiacciano fin quando ne diventiamo una parte. Avete per caso avuto la sensazione di entrare a far parte di un meccanismo? Essere un ingranaggio. Salutare l’alienazione il lunedì mattina per cercare noi stessi il sabato o la domenica (o oggi), magari con gli altri. Accantonare per alcune ore l’essere che siamo mentre lavoriamo.

Il selezionatore del personale di Pozzuoli vive il delirante desiderio degli altri di lavorare, di acquisire una dignità proprio in quanto lavoratori.

Forse negli ultimi tempi la fabbrica era troppo una casa. Moriva il significato politico di essa, come esperimento di industria moderna del mezzogiorno, come accensione di una nuova vita operaia: non la giudicavo più, non mi sdegnavo più, preso dal suo giro, affondato nel suo fascino quotidiano. […] È pericoloso ammalarsi di aziendalismo. L’aziendalismo è l’amore umano, inevitabile ma orgoglioso al proprio lavoro, al marchio di fabbrica; ma anche rinunciare a capire, a confrontarsi con altri marchi di fabbrica e a partecipare a una vita più larga. L’aziendalismo è il rifugio da una società cui non si crede, in cui non si spera più.

Ottiero Ottieri, Donnarumma all’assalto, Milano, Garzanti, 2004, pp. 224-225.

Scritto da EDN

sabato 1 maggio, 2010. alle 17:45