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En Araucanía

lunedì 23 gennaio, 2017.

Il fiume gonfio per lo scioglimento delle nevi sulle Ande, scorreva veloce, facendo frusciare le canne. Rondini rossastre davano la caccia agli insetti. Quando volavano sopra la scogliera, il vento le afferrava e ne invertiva di colpo il volo finché calavano di nuovo basse sul fiume.
La scogliera si elevava a picco sull’approdo di un traghetto. Mi arrampicai su per un sentiero e dall’alto guardai controcorrente verso il Cile. Vedevo il fiume scorrere lucente fra scogliere bianche come ossa, con strisce smeraldine di terra coltivata da ogni lato. Lontano dalle scogliere c’era il deserto. Nessun suono tranne quello del vento, che sibilava fra i cespugli spinosi e l’erba morta, nessun altro segno di vita all’infuori di un falco e di uno scarafaggio immobile su una pietra bianca.
Il deserto della Patagonia non è un deserto di sabbia o di ghiaia, ma una distesa di bassi rovi dalle foglie grigie, che quando sono schiacciate emanano un odore amaro. Diversamente dai deserti dell’Arabia non ha prodotto nessun drammatico eccesso dello spirito, ma ha certamente un posto nella storia dell’esperienza umana. Darwin trovò le sue qualità negative irresistibili. Ricapitolando Il viaggio della Beagle tentò, senza riuscirvi, di spiegare perché, più di tutte le meraviglie da lui viste, questo « arido deserto » aveva tanto colpito la sua mente.
[…] Hudson dedica un intero capitolo di Giorni oziosi in Patagonia a rispondere alla domanda di Darwin e conclude affermando che chi percorre il deserto scopre in se stesso una calma primitiva (nota anche al più ingenuo dei selvaggi), che è forse la stessa cosa della Pace di Dio.

Bruce Chatwin, In Patagonia

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Lago Caburgua, Pucón, Chile

I migliori libri del 2016 da regalare a Natale

lunedì 12 dicembre, 2016.

Non regalare un libro perché non sai cosa regalare

Non regalare un libro se non sai se la persona a cui lo regalerai legge; se non sai se la persona a cui lo regalerai sa leggere; se non hai la più pallida idea di quali siano gli interessi, le inclinazioni della persona a cui lo regalerai; se tu per primo non sei un lettore e te ne infischi dei libri e riconosci loro lo stesso valore simbolico di un pacco incartato con un fiocco colorato. Regalalo perché l’hai letto e t’è piaciuto e pensi che valga la pena leggerlo, qualunque sia la ragione di tale valenza.

  • Giorni selvaggi. Una vita tra le ondeWilliam Finnegan – Il surf può essere una struggente ragione di vita, fisicamente estenuante e intrisa di gioia. Lo testimoniano le pagine di questo appassionante memoir che ha alle spalle una gestazione lunga vent’anni del giornalista e scrittore William Finnegan, dal 1987 staff writer al The New Yorker. L’autore, cresciuto tra Los Angeles e le Hawaii, dà ai lettori la misura di un’ossessione, di un incanto, di una fede assoluta per la tavola e per le onde che rappresentano un modo di stare, rapportarsi e al contempo fuggire dal mondo. A mio parere il miglior libro di quest’anno vincitore del Premio Pulitzer per la biografia e autobiografia.
  • Mi chiamo Lucy BartonElizabeth Strout – È uno dei libri più belli usciti quest’anno. È la storia della resa dei conti tra una figlia, costretta in ospedale in seguito alle complicazioni di un’operazione di appendicite, e una madre, lontana da anni e forse da sempre. Strout qui ha superato l’altro suo grande capolavoro, Olive Kitteridge, e forse anche se stessa scrivendo pagine di una sincerità devastante. Per tutte le donne che hanno una madre.
  • Eccomi, Jonathan Safran Foer – Ambientato a Washington, il romanzo di Foer — uscito a undici anni di distanza dalla precedente opera narrativa, Molto forte, incredibilmente vicino — racconta la storia di una famiglia in crisi e si sviluppa nell’arco di quattro settimane durante le quali avviene un disastroso terremoto in Medio Oriente.
  • Purity, Jonathan Franzen – Il nuovo romanzo di Franzen ha diviso parecchio i suoi letto e io sinceramente sono tra quelli che non lo ritengono all’altezza dei suoi precedenti. È sicuramente uno dei migliori romanzi di quest’anno e i temi affrontati sono come sempre di portata universale. Nello specifico la disintegrazione della famiglia nella sua concezione occidentale e l’informazione come bene supremo e valuta pregiata del ventunesimo secolo.
  • Nature & Politics, Thomas Struth – Non mi azzardo a dire il miglior fotografo vivente, ma sicuramente uno dei più interessanti e particolari, con uno stile riconoscibile e molto europeo. Per me un punto di riferimento da quando mi sono avvicinato alla fotografia, recentemente ho anche avuto la fortuna di incontrarlo a Bologna. Lo consiglio se avete un amico o parente interessato all’arte e alla fotografia e alle rispettive ultime evoluzioni. Pubblicato in occasione della mostra itinerante  dedicata all’ultima produzione dell’artista tedesco. La mostra si concentra sulle fotografie che Struth ha realizzato dalla sua ultima grande retrospettiva, che comprendeva opere del periodo 1978-2010. È il libro più completo del recente lavoro di Thomas Struth.

  • La scuola cattolica, Edoardo Albinati – Ha meritatamente vinto il Premio Strega, il romanzo fiume del prof. Albinati, da molti definito il Grande Romanzo Italiano. Siamo negli anni Settanta, quartiere bene di Roma, scuola privata, da qui sono usciti alcuni degli assassini più crudeli dell’ultimo secolo: gli autori del famigerato massacro del Circeo. Come è stato possibile? Raccontando i luoghi e le persone, l’autore prova a spiegarlo, prima di tutto a se stesso.
  • Voli separati, Andre Dubus – Voli separati parla della ricerca interiore e di come questa ricerca si faccia ancora più intensa quando a prevalere sono sconforto e paura. “A volte,” scrive Dubus in una lettera a un aspirante scrittore, “le storie diventano come ombre e luci dello spirito. Ci saranno sempre ombre nella tua vita, ma spero che continuerai a muoverti verso la luce.” Questa è la sua prima grande raccolta di racconti, storie delicate e durissime che parlano di rapporti di coppia, di padri e figli, di uomini e donne irrimediabilmente soli, individui fragili e vulnerabili, travolti dal dolore e dalla gioia della vita quotidiana. Uomini e donne che escono di casa lasciando le luci accese perché hanno paura di tornare nelle proprie vite.
  • Città in fiamme, Garth Risk Hallberg -New York, 1977. Il Bronx è in fiamme e Central Park è il terreno di caccia di rapinatori ed eroinomani, il punk sta nascendo e gli artisti ancora affittano le soffitte a Manhattan. La notte di Capodanno corre sul filo del rasoio. È quasi mezzanotte quando si alza una tempesta di neve e, nel frastuono dei fuochi d’artificio, uno scoppio attraversa Central Park. Uno sparo. Forse due. Il momento esatto in cui scocca la mezzanotte. Un selvaggio tuffo dentro la desolata confusione della New York dei tardi anni ’70 – è celebrato come il migliore e più grande (anche in senso letterale) romanzo d’esordio dell’anno. La cosa più stupefacente a proposito di Città in fiamme è che il suo autore prima del 1978 non era nemmeno nato.
  • Fight club 2, Chuck Palahniuk – Vent’anni dopo il libro che l’ha reso celebre, Chuck Palahniuk ha deciso di tornare a raccontare la storia dell’uomo nel quale si nasconde il sovversivo Tyler Durden. Il narratore senza nome del romanzo originale ora si fa chiamare Sebastian, ha sposato Marla Singer e insieme hanno un bambino, che costruisce bombe fatte in casa…
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Piazza del Nettuno, Bologna

Pioneer, Go Home!

domenica 25 settembre, 2016.

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Noi Kwimper siamo un po’ diversi dal resto della gente, tutto qua, e dire che siamo pazzi è come se uno che è alto un metro e ottanta si mette a dire a tutti quelli che sono più alti o più bassi di lui sono dei fenomeni da baraccone. Può darsi invece che il fenomeno da baraccone è lui, e quindi può darsi che sono gli altri a non avere il cervello completamente a posto, mica noi. Ora io non so quanto è alto lei, signor giudice, può darsi benissimo che sia uno e ottanta, perciò abbia la gentilezza di non credere che sto parlando di lei.

Richard Powell, Vacanze matte, p. 282

Amore, ecc. – Stuart

sabato 22 agosto, 2015.

   Una delle prime cose che la gente vi dice del denaro è che sia un’illusione. È un’entità fittizia, puramente nozionale. Se date a qualcuno una banconota da un dollaro essa non «vale» un dollaro – «vale» un pezzetto di carta, più un risibile quantitativo d’inchiostro di stampa. Tutti però concordano, tutti son pronti a sottoscrivere l’illusione che valga un dollaro e pertanto quello ne è il valore. Tutto il denaro del mondo vale ciò che vale solo perché la gente indulge alla medesima illusione. L’argento, l’oro, il platino? Perché mai? Solo perché tutti concordano nell’attribuirgli un certo valore. E così via.

Probabilmente capite dove voglio arrivare. L’altra illusione del mondo, l’altra cosa che esiste soltanto perché tutti concordano nell’assegnargli un dato valore, è ciò che noi chiamiamo amore. Direte forse che sono un osservatore alquanto invelenito, ma questa è la mia conclusione. Del resto, è passato ben poco tempo da quando mi ci sono trovato in mezzo. Grazie tante, ci sono andato a sbattere col naso, nell’amore. A sbattere col naso come quando lo accosto al video per mettermi a parlare col denaro. E a me sembra che debbano riscontrarsi delle analogie. Amore è solo ciò di cui la gente riconosce l’esistenza, decidendo di comune accordo di attribuirle un valore nozionale. Oggi tutti, o quasi, stimano l’amore alla stregua di un prodotto ambíto. Non io, però. Secondo me l’amore gode di alte quotazioni artificiose. Prima o poi crolleranno di certo.

Julian Barnes, Amore, ecc.

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H.H.

lunedì 5 gennaio, 2015.

Sono una bella cosa la contentezza, l’assenza di dolore, le giornate tollerabili e accucciate nelle quali né il dolore né il piacere osano alzar la voce, ma tutto bisbiglia e cammina in punta di piedi. Se non che io sono purtroppo fatto così, non sopporto questa contentezza, che dopo un po’ mi diventa odiosa e insopportabile e ributtante, e devo rifugiarmi disperato in altre atmosfere, possibilmente passando per le vie del piacere ma, in caso di bisogno, anche per le vie del dolore. Quando sono stato per un po’ senza piaceri e senza dolori e ho respirato l’insipida sopportabilità delle così dette buone giornate, la mia anima infantile è talmente agitata dal vento della miseria che prendo la lira arrugginita della gratitudine e la scaglio in faccia al sonnacchioso e soddisfatto Dio della contentezza e preferisco sentirmi ardere da un dolore diabolico piuttosto che vivere in questa temperatura sana. Allora avvampa dentro di me un desiderio selvaggio di sentimenti forti, spettacolari, una rabbia contro questa vita piatta, sfumata, normale e sterilizzata, e una voglia folle di fracassare qualche cosa, non so, un magazzino o una cattedrale o me stesso, di commettere pazzie temerarie, di strappare la parrucca a un paio di idoli venerati, di fornire a qualche scolaro ribelle il desiderato biglietto ferroviario per Amburgo, di sedurre una ragazzina o di torcere il collo a qualche rappresentante dell’ordine borghese del mondo. Questo infatti ho più che mai odiato, aborrito e maledetto: questa soddisfazione, la salute pacifica, il grasso ottimismo del borghese; la prospera disciplina dell’uomo mediocre, normale, dozzinale.

Hermann Hesse, Il lupo della steppa

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Gita sull’altopiano

giovedì 21 agosto, 2014.
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Piccolo Tibet – Altopiano di Campo Imperatore, AQ

Cosa ti aspettavi?

martedì 11 marzo, 2014.

Era arrivato a un’età in cui, con intensità crescente, gli si presentava sempre la stessa domanda, di una semplicità così disarmante che non aveva gli strumenti per affrontarla. Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata. Sospettava che alla stessa domanda, prima o poi, dovessero rispondere tutti gli uomini. Ma si chiedeva se, anche agli altri, essa si presentasse con la stessa forza impersonale. La domanda portava con se una sé una certa tristezza, ma era una tristezza diffusa che (pensava) aveva poco a che fare con lui o con il suo destino particolare. Non era neanche sicuro che essa sorgesse dalle cause più ovvie e immediate, ovvero da ciò che la sua vita era diventata. Sorgeva, secondo lui, dall’accumularsi degli anni, dalla densità dei casi e delle circostanze e dalla comprensione che era riuscito ad averne. Provava un piacere triste e ironico al pensiero che quel poco di conoscenza che si era conquistato l’avesse condotto a tale consapevolezza e che alla lunga tutte le cose – perfino ciò che aveva imparato e che gli consentiva quelle riflessioni – erano futili e vuote, e svanivano in un nulla che non riuscivano ad alterare.

Stoner, John Williams

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