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Dell’infelicità umana e del conforto trovato in una sottovalutata torta di mirtilli.

venerdì 28 marzo, 2008.
L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

“Non bisogna aver paura del romanticismo per apprezzare My Blueberry Nights”.

Wong Kar-wai impiega le esperienze e le soluzioni narrative sperimentate nei precedenti film per realizzare la sua prima pellicola girata in lingua inglese. 

a-blueberry-pie.jpg

Fra le opere che hanno segnato la carriera di Wong Kar-wai bisognerà tenere bene a mente il film che lo ha rivelato al pubblico Italiano: Hong Kong Express. Non nascondo che un ritorno in grande stile (innanzitutto) a quel capolavoro era proprio quello che attendevo.

In My Blueberry Nights (in Italia il film è uscito nelle sale con l’improbabile titolo Un bacio romantico) il viaggio verso ovest della protagonista Elizabeth (Norah Jones) è molto simile a quello compiuto (in California?) dall’inserviente del locale frequentato dall’agente 633 in Hong Kong Express.

Nell’ultimo lavoro del regista cinese però, l’attenzione è massima sull’esperienza di chi parte e si muove (anche senza una meta ben precisa), non a caso si è parlato impropriamente di road movie e di viaggio iniziatico. Lo stato d’animo di chi rimane in attesa, legato al suo caffé newyorkese (/tavola calda di Hong Kong), è già stato indagato ampiamente nel film del 1994, aggallando: malinconia, attesa, speranza e un tumulto di nuovi sentimenti che nascono (solo) con la distanza. Talvolta la distanza tangibile tra due persone può essere minima ma quella emotiva enorme. Il mio film, dice il regista, vuole essere uno sguardo rivolto a quelle distanze sotto varie angolazioni. In entrambi i film, le chiavi degli appartamenti abbandonate (a metà strada fra un invito e un rifiuto) in locali affollatissimi, rappresentano l’accesso al cuore dei protagonisti. Le inquadrature all’interno del caffé Klyuch sono riempite da riflessi di scritte, luci, oggetti che sfumano l’immagine dei protagonisti, riuscendo infine a “rendere sullo schermo quel velo che spesso annebbia gli occhi di chi piange. Proprio come succede agli innamorati disperati”.

Il cammino di Elizabeth verso la California (anche in questo film la protagonista non ci arriverà, come nel precedente non ci fu l’incontro nel bar California), rappresenta un percorso interiore, un viaggio nei sentimenti, un itinerario dell’anima (piuttosto “manifesto”), il cui fine è quello di dimenticare una storia d’amore finita male. Per chiudere dolorosamente le porte ad un sentimento passato la protagonista si mette alla ricerca di lavori che la tengano impegnata durante tutta la giornata. Lavorando di giorno in una tavola calda e di notte in un bar assisterà più o meno impotente all’incapacità di comunicare tra un poliziotto e sua moglie e tra una giocatrice di professione e suo padre. Fra perdite e ritrovamenti Elizabeth cerca di lenire le proprie ferite interiori che la porteranno ad una piena accettazione di sé. Più dolorosa è la perdita e più efficace diviene la riconciliazione, con gli altri e molto spesso con noi stessi. Wong Kar-wai però, non si accontenta solo di questo: mette in gioco la possibilità di avere fiducia nel prossimo, di accettare o meno l’immagine che gli altri ci riflettono di noi stessi e della realtà. La profonda empatia provata dalla protagonista per le storie degli avventori del bar in cui lavora rappresentano il vero momento di crescita sentimentale.

Finalmente se stessa, totalmente libera dal passato e con una nuova sicurezza nella fiducia che sente di poter dare alle persone, la protagonista torna finalmente nel caffé in cui è l’unica avventrice a chiedere la (sottovalutata) torta di mirtilli.

Alla fine il racconto di Wong Kar-wai è meno preda di quel caos della Storia e dell’instabilità dei sentimenti che avevamo imparato ad apprezzare in In the Mood for Love e in 2046.  Allo spettatore viene chiesto non tanto di identificarsi melodarammaticamente con i tormenti di Elizabeth, ma di seguirne il percorso di accettazione di sé e di crescita sentimentale.

Da il Corriere della Sera, 17 maggio 2007.

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9 commenti leave one →
  1. Agata permalink
    giovedì 3 aprile, 2008. 8:46

    Ciao.
    Ho letto un po’ il tuo blog, e volevo consigliarti un salto nel blog di Natalino Lattanzi, uno scrittore che non so perchè ma non è ancora abbastanza conosciuto, e io vorrei che lo fosse. Non lo conosco nemmeno, pensa, però ho incontrato per caso la sua scrittura e me ne sono innamorata. Se ti va, vai a dargli uno sguardo. Credo che ne rimarrai piacevolmente sorpreso.
    Ecco l’indirizzo: http://www.natalinolattanzi.blogspot.com/
    Ciao!
    Aga

  2. venerdì 4 aprile, 2008. 0:37

    Grazie per la tua segnalazione.
    Ho letto l’ultimo racconto del signor Lattanzi e l’ho trovato molto “vivo” e divertente. C’è per caso una qualche relazione con Antonella Lattanzi (anche lei di Bari?) che ha già fatto visita postando su questo blog?
    A presto!

  3. Anlexiang permalink
    venerdì 4 aprile, 2008. 2:23

    I Lattanzi sono i nuovi maitre à penser della cultura italiana…

  4. venerdì 4 aprile, 2008. 14:59

    @ anlexiang, il sarcasmo è ben accetto, ma qui forse è il caso di parlare del film. O no?

  5. sabato 5 aprile, 2008. 6:13

    Piacere di aver scoperto il tuo blog, ho appena iniziato a leggere ma promette di essere interessante. Vado ad aggiungerlo ai preferiti!

  6. sabato 5 aprile, 2008. 12:49

    Grazie mille, spero di non deludere le attese! 😉

  7. jeth permalink
    lunedì 7 aprile, 2008. 15:34

    Il film mi era piaciuto, anche se il conforto io di solito lo trovo nella Nutella..va bene uguale? 😉

  8. lunedì 7 aprile, 2008. 18:41

    Mha, ad occhio e croce si.
    Come dice Jeremy/Jude Law non c’è un motivo per cui non scelgono la torta di mirtilli, ma ci sarà un motivo per cui tutti scelgono la Nutella!

  9. jeth permalink
    lunedì 7 aprile, 2008. 20:56

    Ah ah..cosa sarebbe il mondo (interiore) senza Nutella? 🙂

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