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Hyper Fidelity

martedì 29 aprile, 2008.

Big Self-Portrait, 1967-68 Acrylic on canvasNell’aprile dello scorso anno, durante un mio breve soggiorno a Madrid, ho avuto modo di assistere nel Museo Nacional Reina Sofia ad una mostra su Chuck Close (Paintings: 1968-2006). Raramente erano stati esposti in Europa i lavori dell’artista americano classe 1940.

Davvero incredibile questa rassegna delle sue opere, che si apriva con Big Self-Portrait, un’opera in grado di illuminare da subito la sua arte.

Ad un primo sguardo, e da una certa distanza, avevo scambiato l’autoritratto per una semplice foto in bianco e nero di grandi dimensioni (273,05 x 212,09 cm). Avvicinandomi alla tela invece il volto si sgranava, come se stessi osservando attraverso un microscopio che ne esasperava i pori, le protuberanze, le rughe e i filamenti (barba, peli e capelli). Tutto sembrava scattare fuori dal quadro, quasi in 3D.

Close è stato negli anni ’70 uno dei capofila di quella corrente dell’Iperrealismo americano votata alla ricerca di un massimo di fedeltà, anzi, di alta fedeltà, alla realtà massificata, consumistica e standardizzata dei nostri giorni vista attraverso l’obiettivo fotografico.

Leslie, 1972-73 Watercolor on paper mounted on canvas.

Celebre per i suoi giganteschi ritratti, anche se non accetta committenze, Close si basa esclusivamente su primi piani fotografici rigidamente frontali. La sua tecnica consiste nel proiettare una fotografia sulla tela per mezzo di una griglia. L’utilizzo di questo reticolo gli consente di aumentare moltissimo le dimensioni dell’immagine, mantenendone metodicamente la somiglianza, che anzi viene acuita dalla nitidezza quasi maniacale nella resa dei particolari. Si tratta evidentemente di un procedimento estremamente lungo e faticoso che ben spiega lo scarso numero di opere prodotte nel corso della sua carriera.

La ricerca artistica di Close comporta quindi una serie di operazioni meccaniche di ingrandimento e di riproduzione dell’immagine in scala macroscopica su carta o tela, ottenendo come risultato finale un effetto realer than real, da qui Iperreale.

L’artista cede all’impersonalità del mezzo meccanico e attraverso questo virtuosismo tecnico è in grado di realizzare una copia esatta dell’originale. L’apparecchio fotografico realizza l’immagine effettiva, che il pittore a sua volta riproduce in seconda battuta, talvolta con gli stessi difetti e le stesse deformazioni dell’obiettivo, con le stesse rigidità che derivano dalla mancanza dei poteri di aggiustamento che sono propri, invece, dell’occhio umano. 
Il rapporto con la macchina fotografica, che ai suoi esordi fu concepita come una seria minaccia all’arte figurativa, nell’Iperrealismo perde ogni conflittualità, anzi si pone consapevolmente in alternativa al vedere risolto con i mezzi classici della pittura.

– Per un panorama sulle tendenze artistiche degli ultimi anni Renato Barilli, Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005.

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