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Quando il bisturi muta in penna di precisione.

lunedì 12 maggio, 2008.

Recentemente e casualmente mi sono imbattuto in un eccezionale articolo presente su Internazionale (18/24 Aprile 2008 n.740). L’autore, Atul Gawande, è professore di chirurgia alla Harvard medical school di Boston. Scrive di medicina e scienza per il New Yorker, dove è apparso originariamente l’articolo in questione. In Italia nel 2005 è stato pubblicato da Fusi orari il suo primo libro Salvo complicazioni (Appunti di un chirurgo americano su una scienza imperfetta). Il suo ultimo lavoro, non ancora tradotto in italiano, Better: a surgeon’s notes on performance è entrato nella classifica bestseller del New York Times e giudicato da Amazon.com come uno dei migliori dieci libri del 2007.

L’eccezionalità dell’articolo è dovuta a diversi elementi.

Il tema scientifico-medico trattato, senz’altro non uno degli argomenti in grado di interessarmi (tant’è che credevo si rivolgesse ad una schiera di giovani studenti di medicina). Invece no, il tema è decisamente più universale: il corpo umano, gli ospedali ed in maniera particolare le unità di terapia intensiva.

E’ un termine oscuro. Gli specialisti del settore preferiscono dire che fanno “medicina critica”, ma questo non chiarisce molto la questione. L’espressione “sostegno alla vita” rende meglio l’idea. Le unità di terapia intensiva assumono il controllo artificiale di corpi che non funzionano più.

Segue una lunga accurata analisi di queste unità ed alcuni esempi di casi clinici (scordatevi di incontrare il Dr. House).

Attraverso un discorso in stile matematico-deduttivo e assolutamente avvincente (e forse per questo convincente, ma parlo da accanito lettore di Sherlock Holmes) Gawande dimostra come molte vite umane possano essere salvate da una semplice checklist.

La terapia intensiva è diventata l’arte di saper gestire situazioni estremamente complesse . Ma anche se questa complessità può essere umanamente gestibile. […] La terapia intensiva ha successo solo quando le probabilità di fare del male sono molto più basse di quelle di fare del bene. E mantenere questo rapporto è difficile. […] Nel sostegno alla vita dei reparti di terapia intensiva c’è troppa medicina perché una persona sola la possa gestire.

Dopo aver divorata l’articolo di Gawande sono assolutamente convinto dell’utilità delle checklist e della loro versatilità, anche se ciò non è ne implicito ne esplicito nel suo discorso. Eppure:

  1. aiutano la memoria, specialmente nelle questioni di ordinaria amministrazione che vengono spesso trascurate nelle situazioni critiche,
  2. rendono esplicite le misure minime da seguire nelle procedure complesse.
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