Skip to content

Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà

venerdì 23 maggio, 2008.

Georg Baselitz, Orangenesser (1982), Olio su tela, 146x114 cm

Pubblicato nel 1964 negli Stati Uniti, dove Herbert Marcuse, insieme a molti altri esponenti della Scuola di Francoforte, si era rifugiato trent’anni prima, agli albori dell’era nazista, L’uomo a una dimensione appare in Europa solamente tre anni dopo, riscuotendo un enorme successo, tanto che molti vi vedono il precursore se non l’istigatore dei movimenti di rivolta che conobbero la loro fase più acuta e mediaticamente memorabile con gli scontri tra studenti e polizia che ebbero luogo in Francia, nel maggio del 1968. A prestar fede alle parole di Luciano Gallino, primo traduttore italiano dell’opera, “in pochi mesi, a suon di centinaia di migliaia di copie, quest’opera fece dell’autore il maestro della nuova sinistra, che in quegli anni […] andava mettendo vigorosamente radice nelle università europee. Per quanto riguarda l’Italia, si può dire che negli anni intorno al ’68 non vi sia stato studente universitario che non abbia letto il libro, o non ne abbia respirato in qualche modo gli argomenti attraverso il dialogo con i compagni”[1].

Ora, posto che l’università italiana negli anni intorno al ’68 doveva essere davvero un mondo meravigliosamente aperto e fertile, se anche gli studenti di ingegneria, di legge o di medicina avevano tempo da perdere (e sufficiente dimestichezza con la filosofia di Hegel e la teoria della critica sociale di Marx, senza tralasciare un’infarinatura di psicanalisi freudiana e qualche nozione di logica analitica) per dedicarsi ai non sempre agevoli ragionamenti di Marcuse, il problema è capire cosa rimane, oggi, di valido e comprensibile, della spietata critica al Sistema (termine che rappresenta probabilmente la principale eredità linguistica e ideologica sessantottina, benché Marcuse utilizzi prevalentemente il termine “Società”[2]) condotta dall’autore.

La tesi esposta da Marcuse è abbastanza chiara: la crescita della società industrializzata conduce a (nel senso che tollera, e anzi promuove) esiti oggettivamente irrazionali, che vanno cioè contro il principale interesse dell’Uomo, quella che egli definisce “pacificazione dell’esistenza”. Tali esiti vengono tuttavia presentati come razionali, ed anzi perfettamente rispondenti agli interessi della società: ma gli interessi della società sono, sempre e comunque, gli interessi di gruppi particolari, e proprio mentre lo sviluppo della tecnologia crea le condizioni perché sempre più persone vengano liberate dalla schiavitù del lavoro, le strutture di potere (politico, economico, militare) cooperano perché alla vera libertà venga sostituita una libertà fittizia, che è tale perché non contempla la possibilità di uno sviluppo differente e realmente razionale (in sostanza, la scelta non sarebbe libera perché le alternative conducono ad un altrove che di fatto rimane sempre saldamente all’interno del –pardon- Sistema), perpetuando in forme più sfumate e suadenti (e più pericolose, proprio perché meno facilmente identificabili) la repressione e l’oppressione dell’uomo sull’uomo[3].

Mutuando da Hegel e Marx il concetto di totalità, Marcuse afferma che i rapporti di potere vengono riprodotti in ogni aspetto della vita sociale, manifestando la propria influenza a livello collettivo (il linguaggio, la cultura, l’intrattenimento) così come a livello individuale (richiamandosi a Freud, Marcuse afferma sostanzialmente che il principio di autorità viene introiettato e agisce sulla sfera psichica del soggetto in maniera tale che egli oscilla tra un’irrazionale euforia e una sensazione di oppressione che rappresenta appunto la presa di coscienza, solitamente vaga e comunque insufficiente, della suddetta irrazionalità)[4]. In questo senso si spiega la puntigliosa –e, dal punto di vista contemporaneo, non di rado farraginosa- critica che Marcuse indirizza a quelle che egli vede come le teorie predominanti nel campo degli studi culturali: l’empirismo sociologico, la logica analitica, il (neo)positivismo, che rinunciando agli universali del pensiero e al meccanismo dialettico impediscono di trascendere la realtà data, poiché è proprio il carattere astratto degli universali che garantisce loro la possibilità di descrivere e trascendere la realtà, rimandando alle potenzialità non ancora esplorate –quelle che Marcuse definisce “potenzialità liberanti”, in grado di condurre cioè ad un’esistenza pacificata. Il risultato è una società bloccata, nella quale le spinte centrifughe e le contraddizioni vengono assorbite senza sforzo[5].

Al netto degli anacronismi, degli errori di prospettiva[6], della malriposta fiducia nel potenziale rivoluzionario del lumpenproletariat, della rigidità ideologica (madre o matrigna, secondo alcuni, delle manifestazioni terroristiche che insanguinarono negli anni successivi soprattutto Germania e Italia –i due paesi nei quali, peraltro, il libro ebbe maggior successo), dello snobismo e dell’inappellabile pessimismo che caratterizzano il libro (così come gran parte della produzione dei francofortesi –si veda, ad esempio, Minima moralia di Adorno, o la Dialettica dell’Illuminismo di Adorno e Horkheimer), è però possibile rinvenire elementi ancora validi e significativi nella critica sociale di Marcuse.

L’unidimensionalità che egli rileva nella società contemporanea è, pare di capire, una sorta di livellamento esistenziale che si manifesta in varie forme: l’assorbimento (e dunque la neutralizzazione) delle contraddizioni linguistiche e ideologiche e culturali[7] in nome di una “ragione tecnologica” la cui apparente neutralità nasconde abilmente il suo utilizzo e le sue finalità politiche ed economiche; il predominio dei “fatti immediati” e la rinuncia all’analisi e alle astrazioni, e la tendenza a negare o bloccare le possibilità di uno sviluppo alternativo e più razionale dell’esistenza (appiattimento del passato e del futuro su di un eterno presente); ma anche la progressiva restrizione degli spazi dedicati al pensiero, alla solitudine, all’autonomia, la pubblicizzazione della vita privata, l’imposizione di bisogni falsi e inessenziali, il cui perseguimento preclude la soddisfazione dei bisogni autentici, la piena realizzazione della persona[8]. Tematiche e preoccupazioni che al giorno d’oggi non appaiono certamente meno attuali ed urgenti di quanto dovevano sembrare a coloro che, quarant’anni or sono, sfogliavano le pagine di questo libro, e sulle quali ognuno dovrebbe sentirsi chiamato a riflettere, non fosse altro che per dimostrare che Marcuse, in fondo, era un po’ troppo pessimista.


[1] Luciano Gallino, Nota a Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1991, pp. 270-271. Tutte le note si riferiscono a questa edizione.

[2] “La Società è invero il tutto che esercita il suo potere indipendente sugli individui, e questa Società non è un «fantasma» inidentificabile. Essa ha il suo duro nucleo empirico nel sistema delle istituzioni, che sono le relazioni stabilite e congelate tra gli uomini. Se si fa astrazione da esso si falsificano le misurazioni, le domande, ed i calcoli, ma si falsificano in una dimensione che non appare nelle misure, nelle domande, e nei calcoli e che perciò non entra in conflitto con essi e non li intralcia. Essi mantengono la loro precisione, e sono mistificatori proprio nella loro precisione.” (p. 203)

[3] “Nella realtà sociale, nonostante tutti i mutamenti, il dominio dell’uomo sull’uomo rimane il continuum storico che congiunge la Ragione pretecnologica a quella tecnologica. La società che progetta e intraprende la trasformazione tecnologica della natura trasforma tuttavia la base del dominio, sostituendo gradualmente la dipendenza personale (dello schiavo dal padrone, del servo dal signore del feudo, del feudatario dal donatore del feudo) in dipendenza dall’«ordine oggettivo delle cose» (dalle leggi economiche, dal mercato, ecc.). Senza dubbio, l’«ordine oggettivo delle cose» è esso stesso il risultato del dominio, ma ciò non diminuisce il fatto che il dominio genera al presente una più alta razionalità –quella di una società che sostiene la sua struttura gerarchica mentre sfrutta sempre più efficacemente le risorse naturali e mentali e distribuisce su scala sempre più ampia i benefici tratti da tale sfruttamento. I limiti di siffatta razionalità, e la sua forza sinistra, si mostrano nel progressivo asservimento dell’uomo da parte di un apparato produttivo che perpetua la lotta per l’esistenza e la dilata in una lotta internazionale totale che attenta alle vite di coloro che costruiscono ed usano l’apparato stesso.” (p. 158)

[4] “Oggi, nel prosperoso stato della guerra e del benessere, le qualità umane tipiche di un’esistenza pacifica sembrano asociali e antipatriottiche; intendo qualità come il rifiuto di ogni durezza, cameratismo e brutalità; la disobbedienza alla tirannia della maggioranza; il far professione di paura e di debolezza (la reazione più razionale a questa società!); una intelligenza sensibile nauseata da ciò che viene perpetrato; l’impegno in azioni, di solito deboli e poste in ridicolo, di protesta e di rifiuto. Anche queste espressioni di umanità verranno guastate da qualche necessario compromesso –dal bisogno di coprirsi, d’essere capaci di imbrogliare gli imbroglioni, e di vivere e pensare a dispetto di questi. Nella società totalitaria gli atteggiamenti umani tendono ad assumere carattere d’evasione, a seguire il consiglio di Samuel Beckett: «Non aspettare ti sia data la caccia per nasconderti…»” (pp. 251-252)

[5] “Il progresso tecnico esteso a tutto un sistema di dominio e di coordinazione crea forme di vita e di potere che appaiono conciliare le forze che si oppongono al sistema, e sconfiggere o confutare ogni protesta formulata in nome delle prospettive storiche di libertà dalla fatica e dal dominio. La società contemporanea sembra capace di contenere il mutamento sociale, inteso come mutamento qualitativo che porterebbe a stabilire istituzioni essenzialmente diverse, imprimerebbe una nuova direzione al processo produttivo e introdurrebbe nuovi modi di esistenza per l’uomo. Questa capacità di contenere il mutamento sociale è forse il successo più caratteristico della società industriale avanzata; l’accettazione generale dello scopo nazionale, le misure politiche avallate da tutti i partiti, il declino del pluralismo, la connivenza del mondo degli affari e dei sindacati entro lo stato forte, sono altrettante testimonianze di quell’integrazione degli opposti che è al tempo stesso il risultato, non meno che il requisito, di tale successo.” (p. 10).

[6] Nelle parole di Gallino: “Pur intriso com’è di hegelismo e di marxismo, di filosofia della storia e di psicoanalisi, di massimi sistemi della società e della mente –ovvero di quanto v’è di più europeo nella cultura moderna- il libro di Marcuse è in effetti un testo profondamente americano, nel senso che ha le sue radici nel lungo soggiorno del suo autore –giusto trent’anni al momento della pubblicazione del libro nel 1964- nella società statunitense. In tale società l’omogeneità dei valori, l’uniformità dei modelli di vita, l’adesione profonda ai principi che fanno funzionare al  tempo stesso la democrazia e la produzione, sono da sempre ben più pronunciati che non in Europa. Non è quindi ipotesi azzardata sostenere che Marcuse scambiò per un fatale e generalizzato mutamento storico quello che era anzitutto l’effetto prospettico conseguente all’immersione d’un europeo, socializzato in una cultura dalle molte dimensioni, in una struttura sociale e in una cultura intrinsecamente più unidimensionali.” (p. 273)

[7] “L’abbreviazione del concetto in immagini fisse; l’arresto dello sviluppo in formule autovalidantisi di carattere ipnotico; l’immunità nei confronti della contraddizione; l’identificazione della cosa (e della persona) con la sua funzione –queste tendenze rivelano la mente unidimensionale nel linguaggio che parla. Bloccando lo sviluppo del concetto, militando contro l’astrazione e la mediazione, arrendendosi ai fatti immediati, il comportamento linguistico respinge il riconoscimento dei fattori che operano dietro i fatti ed in tal modo rifiuta di riconoscere i fatti ed il loro contenuto storico. Nella e per la società, questa organizzazione del discorso funzionale ha importanza vitale, servendo come veicolo di coordinamento e di subordinazione. Il linguaggio unificato, funzionale, è un linguaggio irrimediabilmente anticritico e antidialettico.” (p. 114)

[8] “Il tratto distintivo della società industriale avanzata è il modo come riesce a soffocare efficacemente quei bisogni che chiedono di essere liberati –liberati anche da ciò che è tollerabile e remunerativo e confortevole- nel mentre alimenta e assolve la potenza distruttiva e la funzione repressiva della società opulenta. Qui i controlli sociali esigono che si sviluppi il bisogno ossessivo di produrre e consumare lo spreco; il bisogno di lavorare sino all’istupidimento, quando ciò non è più una necessità reale; il bisogno di modi di rilassarsi che alleviano e prolungano tale istupidimento; il bisogno di mantenere libertà ingannevoli come la libera concorrenza a prezzi amministrati, una stampa libera che si censura da sola, la scelta libera tra marche e aggeggi vari.” (p. 27)

 

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: