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Un apprezzamento

venerdì 19 settembre, 2008.

Il presente articolo di Michiko Katutani è apparso sul New York Times il 14 settembre, una nuova collaboratrice di eremoletterario si è professionalmente adoperata per tradurre fedelmente le parole della più influente critica letteraria statunitense (nota ai più per le sue celebri stroncature). Certi di fare cosa gradita ai nostri lettori, questo post vuole essere un ultimo sentito saluto a un grandissimo scrittore “del nostro tempo”, fonte di ispirazione e citazioni fin dalla nascita di questo blog.

DFW Rest in Peace

David Foster Wallace (1962-2008)
David Foster Wallace (Feb. 21, 1962 – Sept. 12, 2008)

Un apprezzamento

Esuberanti ritornelli su una terra assetata di sangue

Michiko Kakutani, An Appreciation, Exuberant Riffs on a Land Run Amok, The New York Times, 14 Settembre 2008.

David Foster Wallace possedeva prodigiosi doni di scrittore: una ansiosa ed esuberante prosa, feroce spirito di osservazione, abilità nel fondere tecniche avanguardistiche con una serietà morale dal sapore rétro. Scelse di utilizzarli per creare una serie di ritratti stroboscopici di un’America vecchia di millenni che eccede nella droga dell’ entertainment e dell’ auto gratificazione, al fine di catturare, per usare le parole del musicista Robert Plant, la miriade di sfaccettature “profonde e insensate” della vita contemporanea.

Un mago della prosa. Wallace sapeva scrivere – nei suoi romanzi e nei suoi saggi –  di ogni argomento con humor, verve ed entusiasmo: dal tennis alla politica alle aragoste, dagli orrori dell’astinenza da droga ai piccoli terrori della vita su una lussuosa nave da crociera. Al suo meglio era in grado di scrivere in maniera tanto divertente quanto triste,  tanto sardonica quanto seria. Sapeva rappresentare l’infinito e l’infinitesimale, il mitico e il mondano. Sapeva evocare assurdi futuri – come un’ America in cui mandrie di ferali criceti vagano senza meta – ed allo stesso tempo trasmettere l’idea che l’assurdo abbia già invaso un paese in cui vecchi show televisivi sono la pietra di paragone nazionale e stupide pubblicità tappezzano le nostre vite. Era in grado di far visualizzare al lettore maiali da fiera talmente grassi da sembrare piccole Volkswagen, di comunicare quanto sia bizzarro crescere in Tornado Alley, in un Midwest matematicamente piatto; così come di catturare lo stato d’animo del senatore John McCain nella sua campagna “straight talk1”  del 2000.

David Foster Wallace è morto nella sua casa di Claremont in California all’età di 46 anni. Apparentemente un suicidio. Apparteneva a quella generazione di scrittori che crebbe con i lavori di Thomas Pynchon, Don DeLillo e Robert Coover, una generazione che raggiunse la maturità fra gli anni ‘60 e ‘70 e per la quale la discontinuità era l’unica garanzia. Mentre la sua prosa mostrava spesso grande maestria nel gestire postmoderni giochi pirotecnici (un freddo ma luccicante arsenale di ironia, consapevolezza di sé ed intelligenti baldanze narrative) era anche capace di creare personaggi profondamente umani, fatti di carne e sangue, con un’emotività a tre dimensioni. In una sorta di manifesto estetico, scrisse che l’ironia ed il ridicolo erano divenuti ormai “cause di grande disperazione e stasi nella cultura Statunitense” e rimpiangeva la perdita di impegno morale profondo che animava il lavoro dei grandi romanzieri del 19° secolo.

Per questi motivi la maggior parte dell’opera di Wallace, dal suo gargantuesco romanzo Infinite Jest del 1996 alle sue incursioni nel giornalismo, sembra provenire da spezzoni di un  continuo dibattito mentale sullo stato del mondo ed il ruolo dello scrittore in esso; sull’ abisso esistente fra idealismo e cinismo, aspirazioni e realtà.

Il lettore non può non sentire che Wallace ha interiorizzato molto dell’America contemporanea: un luogo assediato da troppi dati, troppe immagini video, troppe vendite urlate e disoneste pubblicità elettorali. Lo scrittore non può quindi fare altro che riconoscere che i suoi pensieri sono talmente contraddittori di fronte a tutto ciò da non poter fare altro che espellerli in forme narrative grasse, prolisse, piene di digressioni che si sviluppano come nastri di Möbius, copiose note a piè di pagina e spirali filosofiche. Se tutto ciò porta alla creazione di libri difficilmente editabili – Infinite Jest segna la non necessaria lunghezza di 1079 pagine – allo stesso tempo si traduce in una scrittura meravigliosamente potente.

Wallace era in grado di modulare ingegnosamente la sua scrittura su tatuaggi di detenuti come su stress da video e meeting di vari gruppi umani: una recensione delle memorie della tennista Tracy Austin diviene una meditazione su arte, atletica e maestria della tecnica, l’analisi di una novella di John Updike si trasforma in un saggio su come “il coraggioso e nuovo individualismo e la libertà sessuale” degli anni ‘60 si siano involuti nella “autoindulgenza anatomica e senza gioia della generazione dell’io.”

Benché i suoi libri possano apparire chiassosi e ridanciani, un’oscura trenodìa di tristezza e disperazione corre attraverso tutta l’opera di Wallace. Egli disse, durante un’intervista, che l’idea iniziale di Infinite Jest era di creare “qualcosa di triste”, e che il romanzo non solo dipinge il grottesco ritratto di un’America che corre qua e là colta da pazzia sanguinaria, ma rappresenta anche un eroe tormentato, che fugge dalla scoperta del cruento suicidio del padre (la cui testa esplosa viene trovata all’interno di un forno a microonde). Altre opere mettono in scena personaggi che lottano con depressione, ansia vagante o pura e semplice infelicità. Una delle storie di Oblio si sviluppa attorno ad una trasmissione televisiva chiamata “Il canale della sofferenza”, la cui principale attrattiva consisteva nel presentare “con immagini fisse e in movimento, i momenti più intensi dell’angoscia umana”.

Come DeLillo e Salman Rushdie, Dave Eggers, Zadie Smith ed altri giovani autori, David Foster Wallace trascende la famosa distinzione di Philip Rahv fra scrittori “visipallidi” (come Henry James e T.S.Eliot, specializzati in colte ed inebrianti opere ricche di simboli ed allegorie) e “pellerossa” (come Whitman e Dreisder, che abbracciavano un naturalismo maggiormente emozionale e terreno). Trascende anche la distinzione di Cyril Connolly fra scrittori “mandarini” (quale Proust con la sua prosa decorata e perfino bizantina) e scrittori “verncolari” (come Hemingway, che preferiva tropi maggiormente discorsivi). Wallace, come un’ardente gazza, mischia il letterario ed il colloquiale con una gioia iperventilata, utilizzando un’ enciclopedia di stili e tecniche al fine di catturare la cacofonia dell’America contemporanea. Il risultato è che la sua scrittura è allo stesso tempo cervellotica e viscerale, feconda di idee e ricca del ronzio dello spirito del tempo.

Superato il periodo in cui la pesante influenza di Pynchon era fin troppo evidente, come in La scopa del sistema del 1987 (in cui come per L’incanto del lotto 49 venivano utilizzati giochi di parole e parodie letterarie per raccontare la storia di una donna alla ricerca di conoscenza e di identità) riesce a trovare infine una sua propria voce in Infinite Jest. Il romanzo dipinge un’America depressa, tossica e completamente commercializzata e lo fa sfruttando tre linee narrative: un prodigio del tennis sofferente, un assuefatto da Demerol ed un terrorista canadese i quali vogliono appropriarsi di un film considerato talmente divertente da portare chiunque lo veda a morire dal piacere. Benché il lungo romanzo soffra di mancanza di disciplina e di un volontario ripudio di una fine, esso mostra il virtuosismo di Wallace e quando uscì annunciò il suo arrivo come uno dei maggiori talenti del suo tempo.

Le ultime due raccolte di racconti, Brevi interviste con uomini schifosi (1999) e Oblio (2004), presentano personaggi narcisistici ed assordanti e suggeriscono una calo di ambizione ed un claustrofobico solipsismo che Wallace stesso era uso criticare. Ma le sue spedizioni nella saggistica, Una cosa divertente che non farò mai più (1997)  e Considera l’aragosta (2005) frenano la sua inclinazione alla divagazione, all’uso del flusso di coscienza utilizzato per riflettere su argomenti di poca importanza, e permettono di svelare il suo bizzarro modo di narrare i dettagli così come le profondità filosofiche tipico della sua più potente prosa. Ricordano al lettore i copiosi doni di scrittore di Wallace e la sua acuta sensibilità nel metastatizzare le assurdità del vivere in America in un precario e passeggero momento del tempo.


1Del parlare chiaro (NdT)
 
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15 commenti leave one →
  1. sabato 20 settembre, 2008. 13:30

    Riporto, come direbbe qualcuno: in un tripudio di autoreferenzialità fra mezzi di informazione, il commento pubblicato su Il Manifesto il 16/09.
    Attoniti e confusi, tacciono gli autori statunitensi
    Quando un artista o uno scrittore muore all’improvviso, si rischia sempre di scrivere cose magniloquenti e banali. Saggiamente quindi, nelle ore successive al suicidio di David Foster Wallace, gli autori che lo hanno conosciuto meglio – primo fra tutti Jonathan Franzen, cui lo legava un rapporto di amicizia e di stima – hanno preferito tacere. Gli altri, quelli che per mestiere non si potevano sottrarre al compito, hanno per lo più prodotto commenti nei quali lo sbigottimento aveva soffocato ogni tentativo di originalità o di pretesa stilistica. E se la prima della classe tra i critici statunitensi, Michiko Kakutani del «New York Times», è stata accusata su «LitKicks» di avere scritto un necrologio «prolisso e noioso», fitto di espressioni come «pirotecnica postmoderna» e «oscura trenodia di tristezza», altri – David Ulin sul «Los Angeles Times» o Mark Caro sul «Chicago Tribune» fra gli altri – hanno confessato o lasciato intuire di non conoscere bene l’opera di Wallace. Un sospetto che riaffiora, rimbalzando di articolo in articolo, di blog in blog, e ritrovando gli stessi rimandi, le stesse definizioni. In questo panorama di desolato stupore, risaltano le riflessioni di James Wood, il critico inglese considerato da alcuni come l’arci-avversario di David Foster Wallace. Interpellato da Edward Champion (che nel suo blog, «Reluctant Habits», http://www.edrants.com, ha raccolto una lunga serie di malinconici commenti), Wood osserva: «Si sentiva che i suoi ultimi lavori erano stati scritti sotto pressione – non tanto una pressione psicologica, quanto lo sforzo di restare fedele alla sua epistemologia fratta, non lineare, incorporandovi tuttavia parte della sua ammirazione per il romanzo ottocentesco. Era, insomma, esteticamente radicale e metafisicamente conservatore, e da lettore sarebbe stato bellissimo seguire la negoziazione di questa asimmetria». Di questo il critico si era ripromesso di scrivere presto a Wallace, anche per correggere un recensore che nell’autore di «Infinite Jest» aveva visto «il villain estetico» dell’ultimo libro di Wood, «How Fiction Works». «Poi sabato è giunta la terribile notizia, come uno schiaffo in faccia».

  2. terry permalink
    lunedì 22 settembre, 2008. 3:17

    C’è che quando ho letto su repubblica la notizia del suo suicidio (chissà perché?) m’è venuta un po’ di curiosità, allora a tempo perso ho fatto una piccola ricerca, che in realtà non ha soddisfatto la mia domanda, che era: “ma perchè uno tanto apprezzato, considerato un genio, con moglie, una bella carriera, e immagino pure bei soldi, s’è voluto ammazzare?”
    domanda da popolana curiosa insomma, che però mi ha condotta nel blog (in tanti a dire il vero, mamma mia quanto ne parlano!) di una tipa che in un post riportava un discorso di Wallace, che ora io riporterò a te, dato che tu di post gli e ne hai dedicati addirittura due.

    Io di lui non ho letto niente. Ora sicuramento lo farò, non perchè si sia suicidato ovviamente, ma perchè questo ragionamento mi ha molto colpita.

    “Se la condizione della nostra civiltà contemporanea fa disperatamente schifo, è insulsa, materialistica, emotivamente ritardata, sadomasochistica e stupida, allora qualunque scrittore può sfangarla creando alla bell’e meglio storie piene di personaggi stupidi, superficiali, emotivamente ritardati, e non ci vuole molto, perché quel genere di personaggi non richiede nessuno sviluppo. O descrizioni che siano semplici liste di prodotti di marca. Romanzi in cui gente stupida si dice cose insignificanti. Se quello che ha sempre contraddistinto la cattiva scrittura – la piattezza dei personaggi; un mondo narrativo fatto di cliché e non riconoscibile come umano – è anche ciò che contraddistingue il mondo di oggi, allora un brutto romanzo diventa una geniale mimesi di un brutto mondo.

    Se i lettori credono semplicemente che il mondo sia stupido, superficiale e cattivo, allora uno come Bret Easton Ellis può scrivere un romanzo cattivo; stupido e superficiale che diventa un ironico e tagliente ritratto della bruttura del mondo che ci circonda. Siamo d’accordo un po’ tutti che questi sono tempi duri, e stupidi, ma abbiamo davvero bisogno di opere letterarie che non facciano altro che drammatizzare quanto sia tutto buio e stupido?

    Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana.
    Non parlo di soluzioni nel campo della politica convenzionale o l’attivismo sociale. Il campo della letteratura non si occupa di questo. La letteratura si occupa di cosa voglia dire essere un cazzo di essere umano. Se uno parte, come partiamo quasi tutti, dalla premessa che negli Stati Uniti di oggi ci siano cose che ci rendono decisamente difficile essere veri esseri umani, allora forse metà del compito della letteratura è spiegare da dove nasce questa difficoltà. Ma l’altra metà è drammatizzare il fatto che nonostante tutto siamo ancora esseri umani. O possiamo esserlo. Questo non significa che il compito della letteratura sia edificare o insegnare, fare di noi tanti piccoli bravi cristiani o repubblicani. Non sto cercando di seguire le orme di Tolstoj o di John Gardner. Penso solo che la letteratura che non esplori quello che significa essere umani oggi, non è arte. Abbiamo tanta narrativa “di qualità” che ripete semplicemente all’infinito il fatto che stiamo perdendo sempre più la nostra umanità, che presenta personaggi senz’anima e senza amore, personaggi la cui descrizione si può esaurire nell’elenco delle marche di abbigliamento che indossano, e noi leggiamo questi libri e diciamo “Wow, che ritratto tagliente ed efficace del materialismo contemporaneo!” Ma che la cultura americana sia materialistica lo sappiamo già.È una diagnosi che si può fare in due righe. Non è stimolante. Quello che è stimolante e ha una vera consistenza artistica è, dando per assodata l’idea che il presente sia grottescamente materialistico, vedere come mai noi esseri umani abbiamo ancora la capacità di provare gioia, carità, sentimenti di autentico legame, per cose che non hanno un prezzo? E queste capacità si possono far crescere? Se sì, come, e se no, perché?”

    David Foster Wallace

  3. mercoledì 24 settembre, 2008. 15:33

    Da queste poche parole effettivamente si intravede la grandezza dell’opera di questo scrittore. Ottima segnalazione Terry! Soprattutto perché DFW parla addirittura di Breat Easton Ellis e mi sembra anche di capire che si riferisce a un suo romanzo ben specifico!
    Thanks, però ci (linkare è una parola ancora molto difficile da accettare!!!) citi la fonte!

  4. terry permalink
    mercoledì 24 settembre, 2008. 18:20

    Non provo a dedurre quale romanzo sia, non ho letto nemmeno Ellis, ho solo visto due films tratti da due dei suoi romanzi (uno dei quali potrebbe suggerirmi il riferimento, ma mi astengo), e la cosa ha annientato l’ipotetica curiosità (e mi sa che ne avevamo anche già parlato). Sono gusti.
    Il discorso mi ha trovata pienamente d’accordo a prescindere dalla critica al collega, che per me passa nettamente in secondo piano, anzi quasi mi sfuggiva, forse proprio non essendo una sua lettrice e ammiratrice.

    Avevo pensato di riportare il link, ma come ti dicevo è un blog, e la ragazza nel post (che è del 2004)non riporta la fonte.
    Comunque il blog è questo:
    http://svaroschi.blogspot.com/2004/02/david-foster-wallace.html
    Tra i post più recenti ce n’è anche un’altro su Wallace e su un suo discorso a degli studenti. Lì c’è la fonte, ma è tutto in inglese e la pigrizia mi ha vinta!
    Ti mando un bacio, e rivediamoci presto desaparecido!

    ah,e grazie per aver risolto il mio problemino di anonimato, da imbranata che sono 🙂

  5. vale permalink
    giovedì 25 settembre, 2008. 20:29

    Il discorso che segnala Terry è stato pubblicato per la prima volta dal “The Guardian” il 20 di settembre. Si tratta di un adattamento al discorso che l’autore tenne al Kenyon College, Ohio per una classe di laureati. E’ molto bello, direi illuminante.
    Si puo’ trovare in inglese (for the moment), al link:
    http://www.guardian.co.uk/books/2008/sep/20/fiction
    Ciaoooo!!!

  6. sabato 27 settembre, 2008. 23:04

    Grazie ragazzi per la segnalazione.
    In redazione non ci fermiamo un attimo… e vi anticipo che il pezzo di DFW pubblicato il 20 settembre sul prestigioso quotidiano inglese è già in corso di traduzione da parte del mio staff. In nottata dovrei avere le bozze definitive e lunedì/martedì sarà on line.
    Buona lettura.

  7. mercoledì 1 ottobre, 2008. 17:28

    Dopo aver letto il commento di David Foster Wallace su, evidentemente, “American Psycho” di Bret Easton Ellis capisco perche’ Wallace si sia suicidato e Ellis sia ancora vivo, ricco e vegeto.
    L’ironia, anche quella autenticamente feroce e demoralizzante, non la si acquisisce col tempo anche se si e’ scrittori di successo (ma Wallace lo era davvero? Mai letto, mai sentito, mai preso in considerazione…).
    Per la serie: nessuno tocchi Patrick Bateman.

  8. mercoledì 1 ottobre, 2008. 19:10

    Davvero spiacente, caro Direttore, io le avevo parlato diffusamente di DFW. Infinite Jest è stato il mio regalo per la fine degli esami ed è tuttora il mio “libro sul comodino” (lo sarà ancora a lungo). La informai delle mie letture, ma una sua recente idiosincrasia verso un certo tipo di letture l’hanno allontanata dai sentieri sconnessi e accidentati del nuovo e del diverso per veleggiare nelle stagnanti acque dei soliti noti stanchi romanzi.
    Direttore per lei una (rispettosa) tirata di orecchie.

  9. terry permalink
    giovedì 2 ottobre, 2008. 21:25

    “Dopo aver letto il commento di David Foster Wallace su, evidentemente, “American Psycho” di Bret Easton Ellis capisco perche’ Wallace si sia suicidato e Ellis sia ancora vivo, ricco e vegeto.”
    Come dire “se uno si fa due domande di troppo sulla società in cui vive finisce per ammazzarsi, chi invece si limita (NEL CASO) a sfruttarne gli (evidenti) aspetti negativi (forse)campa cent’anni, e pure bene!”
    Ironia demoralizzante? No grazie. Non se ne può più, e spero che i fortunati talentuosi siano in via d’estinzione!Sarò obsoleta, ma preferisco sempre un sorriso ad un ghigno.

    Ma la redazione è in stand by?

  10. venerdì 3 ottobre, 2008. 15:10

    Mi sento tirato in ballo in questa polemica sulla vita e sulla morte: Ellis, secondo Terry, non si fa domande sulla societa’ in cui vive…sei sicura di quello che dici? Per essere ironici bisogna farsi parecchie domande e provare anche a dare qualche risposta (magari sbagliata!)
    Il libro in questione, American Psycho, e ironico, cinico e supercritico nei confronti di quella societa’ supercapitalista degli anni ’80 (a NYC, non a Bologna!), anche un bambino lo capirebbe gia’ dalla prima lettura.
    Terry, non ne puoi piu’ dell’ironia demoralizzante? Io preferisco leggere, criticare e magari farmi anche una risata piuttosto che mettermi a piangere o suicidarmi.
    Christian Bale, splendido interprete di Patrick Bateman in American Psycho di Mary Harron ha definito il romanzo di Ellis una “black comedy”.
    Direttore, la prego di moderare questi dibattiti a distanza con maggiore partecipazione.
    Cordiali saluti.

  11. venerdì 3 ottobre, 2008. 16:42

    Ragazzi qui c’è poco da moderare, io auspico un ritorno ai testi. Si, proprio così, spero in un rinnovato interesse e impegno nella lettura di questi due scrittori statunitensi.
    La redazione è al lavoro.
    Lunedì avremo di buon mattino la traduzione della riflessione di DFW sulle difficoltà della vita quotidiana e sul “riuscire ad arrivare ai trent’anni, o ai cinquanta, senza che vi venga voglia di spararvi un colpo in testa”…
    A breve invece una piccola considerazione su Firmino di Sam Savage.

  12. venerdì 3 ottobre, 2008. 17:03

    Tanto per far salire il numero di commenti su questo bell’articolo di EDN:
    ho scritto “American Psycho e ironico, cinico e supercritico…”.
    Ovviamente volevo dire “e’…”; scusate per il refuso.

  13. terry permalink
    venerdì 3 ottobre, 2008. 19:28

    Ti senti tirato in ballo perché mi riferivo esattamente a quello che hai detto tu, Marfisi, ma non era mia intenzione farti saltare dalla sedia.
    Da principio il mio interesse era rivolto al ruolo della letteratura e all’opinione di Wallace; io intorno a quello intendevo girare.
    Se poi se ne fa una questione di talenti letterari io posso discutere del fatto che Ellis sia critico, cinico, ironico quanto vuoi, ma (senza averlo letto) posso insinuare che lo sia trasformando le cose in un cinico-porno-horror, così come tu dubiti che Wallace sia (stato) uno scrittore di successo solo perché non ne hai sentito parlare e solo perché ha menzionato nella sua critica, al mondo lavorativo cui apparteneva, uno scrittore che ti è piaciuto.
    Anche nel “Ironia demoralizzante?No grazie.” non volevo riferirmi esplicitamente ad Ellis,piuttosto ad un generale e sempre più diffuso modo di vedere e trattare le vicende di ogni giorno e ‘sta benedetta società (da NYC a Bologna), che va dalle chiacchiere da bar allo scrivere un libro.
    Se posso permettermi, senza offendere, a me Christian Bale come attore non piace, specie in American Psycho mi ha lasciata totalmente insoddisfatta, come tutto il film del resto. Che dia una definizione interessante del libro a cui è ispirato il film in cui ha recitato non mi stupisce e nemmeno gli fornisce un qualche appeal intellettivo ai miei occhi, ma appena ho un attimo lo invito a cena e saprò dirti meglio. A parte questo, bisognerebbe fare una ricerchina e secondo me scopriremo che sotto la voce “black comedy” compare Wallace, forse anche prima di Ellis, o tutti e due. L’uno non esclude l’altro, ma devo valutare bene se l’uno abbia fatto meglio il lavoro rispetto all’altro (sempre secondo il mio modesto parere).

    Detto questo la prossima settimana mi leggo American Psycho (e sti cazzi?), ora saluto e chiedo scusa per gli eventuali orrori grammaticali ma ho scritto piuttosto di getto e pure ‘n papiro mi sa.

    peace and love

  14. martedì 7 ottobre, 2008. 11:49

    Terry, per avere un assaggio del romanzo di Ellis ti suggerisco di andare sul mio blog e cliccare sulla rubrica “Patrick’s version”; troverai alcuni passaggi sulla pazza vita di Patrick Bateman (alcuni brani sono un misto Marfisi-Ellis, altri assolutamente fedeli al “verbo”.
    PS. Grazie a questa articolo e alle successive piacevoli polemiche, ho iniziato a leggere “American Psycho” in inglese…
    Direttore: l’ossessione continua! Prometto di leggere anche Wallace al piu’ presto, ha qualche titolo da consigliarmi? Qualcosa di breve, se possibile, vista la fatica che richiede la lettura in inglese.
    Ancora Cari saluti al Direttore e a tutti i lettori di questo blog.

  15. martedì 7 ottobre, 2008. 20:10

    Veramente grazie a questo articolo e alle successive polemiche bisognava iniziare a leggere DFW… Le sconsiglio di leggere in inglese David Foster Wallace, la sua prosa è densa di tecnicismi. Ad ogni modo se volesse iniziare consiglio il romanzo d’esordio La scopa del sistema.
    Saluti

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