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Il protagonista indiscusso della captatio benevolentiae: l’esiliato sociale

venerdì 3 ottobre, 2008.

Caso editoriale, record di vendite, libro sotto l’ombrellone sono parole che gettano sempre un’ombra di aspettativa sui romanzi. Firmino di Sam Savage rientra fra questi, pagandone, ahimè, un prezzo decisamente alto. La storia del topo divoratore di libri che sta incantando l’Italia (anche grazie alle mille polemiche legate al presunto plagio del romanzo di Claudio Ciccarone La bibliotecaria) è in realtà legata alla trovata, scopertamente geniale, del rendere letteraria l’espressione topo da biblioteca. A differenza dei simpatici personaggi di fantasia però, qui ci troviamo di fronte a un personaggio sentimentale, fatuo, romantico, denigratore di se stesso e disperato.

Un topo è la metafora ideale per l’esilio sociale, qualsiasi ne sia il motivo. Questa metafora permette al romanzo di funzionare come allegoria, dandogli una dimensione simbolica, al di là della normale dimensione narrativa. I topi fanno parte della società umana, sono ovunque in mezzo a noi, eppure sono tra le creature più disprezzate. Gli attribuiamo tutti i tratti che non amiamo negli umani – sono avidi, cattivi, sporchi. Firmino è diverso dagli altri topi famosi perché vuole essere un umano. E questo è ciò che tutti noi vogliamo maggiormente nel più profondo del nostro cuore “topesco”.

intervista e-mail di Irene Bignardi a Sam Savage, Quel topo sono io, la Repubblica, mercoledì 9 luglio 2008

Senza discutere ulteriormente sul fatto che Savage dovrebbe spiegarci quali sono questi topi famosi che non desiderano essere umani (o suppostamente lo sono). Il buon Firmino si lascia cullare da visioni e deliri.

Una volta in un bar un uomo mi chiese di che sapessero i libri, “più o meno”. Avevo già la risposta pronta ma, per non farlo sentire sciocco, finsi un po’ di riflettere prima di rispondergli: “Amico, considerato l’abisso che separa le tue esperienze dalle mie, posso suggerirti un’idea di quel gusto così singolare solo dicendoti che i libri hanno un sapore simile, più o meno, all’odore del caffè”. Fu una risposta complessa. E mi resi conto, dal modo in cui tornò al suo bicchiere, di avergli dato un bel po’ da pensare. Adesso che sono di nuovo da solo, non sento più nemmeno l’odore del caffè: l’ennesima cosa bella della mia vita andata perduta.

Sam Savage, Firmino, p.58.

La storia di Firmino è la metafora stessa della letteratura vista come una sorta di finestra attraverso la quale poter scoprire mondi che non ci appartengono. Sembra anche a te di averla già sentita questa? Il nostro riflessivo ratto non si ferma qui, in toni spenti e dimessi si consuma il dramma di un personaggio intensamente moderno, un antieroe con l’urgenza dell’autoanalisi. Il distacco ironico, la malattia, il monologo interiore, l’asimmetria del suo corpo e il forte potere di suggestione che immagini e libri hanno su di lui lo rendono fin troppo simile a “nostro” Zeno Cosini.

Nel mondo reale esistono differenze che non si possono superare.

La vita è breve, ma c’è sempre qualcosa da imparare prima di tirare le cuoia. Una delle cose che ho notato è come gli estremi finiscano per fondersi. Immenso amore diventa immenso odio, la tranquillità della pace si trasforma in clamore di guerra, il tedio più sconfinato dà origine a smisurata eccitazione. […] Grande intimità genera grande estraneità. 

Sam Savage, Firmino, p.90.

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