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“Questa è l’acqua, questa è l’acqua”

lunedì 6 ottobre, 2008.

David Foster Wallace, scomparso il 12 settembre, è stato probabilmente il più brillante scrittore americano della sua generazione. Eremo Letterario offre ai suoi lettori la traduzione italiana di un discorso rivolto ad una classe di laureandi del Kenyon College (Ohio), e pubblicato per la prima volta dal quotidiano inglese The Guardian il 20 settembre. In queste righe Foster Wallace riflette, con il suo inconfondibile stile lucido, ironico e partecipe insieme, sulle difficoltà della vita quotidiana, e sul “riuscire ad arrivare ai trent’anni, o ai cinquanta, senza che vi venga voglia di spararvi un colpo in testa”.

I classici problemi e sentimenti fuori moda

Ci sono questi due giovani pesci che nuotano insieme, e a un certo punto incontrano un pesce più vecchio che nuota in direzione opposta, il quale fa un cenno di saluto e dice, “‘Giorno, ragazzi, com’è l’acqua?”. I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e infine uno dei due si rivolge all’altro e fa, “Che diavolo è l’acqua?”

Se temete che io intenda presentarmi a voi come il pesce vecchio che spiega cos’è l’acqua, non preoccupatevi. Non sono il vecchio e saggio pesce. Il punto fondamentale della storiella dei pesci è che le realtà più ovvie, ubique e importanti spesso sono quelle più difficili da vedere e di cui è più difficile parlare. Detto in questi termini, naturalmente, non è che un luogo comune -ma il fatto è che, nelle trincee quotidiane dell’esistenza adulta, i luoghi comuni possono essere una questione di vita o di morte. Potrebbe suonare come un’iperbole, o un’insensata astrazione. Scendiamo nel concreto, allora…

Viene fuori che una grossa percentuale delle cose di cui tendo ad essere automaticamente sicuro è  completamente sbagliata e illusoria. Ecco un esempio dell’assoluta erroneità di qualcosa di cui tendo ad essere automaticamente certo: ogni cosa, nella mia esperienza immediata, conferma la mia profonda convinzione che sono io il centro assoluto dell’universo, la persona più reale, vivida e importante che esista. Raramente parliamo di questa sorta di egocentrismo naturale, di base, perché ispira una forte repulsione sociale, ma in fondo lo stesso vale per ognuno di noi. È la nostra configurazione standard, quella che ci ritroviamo installata nei nostri circuiti a partire dalla nascita. Pensateci: nessuna delle esperienze che avete vissuto era incentrata su qualcuno che non foste voi stessi. Il mondo di cui fate l’esperienza è proprio di fronte a voi, o dietro di voi, o alla vostra sinistra, o alla vostra destra, sul vostro teleschermo, sul vostro monitor, o quel che è. I pensieri e i sentimenti degli altri vi devono essere comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali -ci siamo capiti. Ma vi prego, non temete che mi metta a predicarvi la compassione o l’empatia o le cosiddette “virtù”. Non è una questione di virtù -è una questione di scegliere se impegnarmi a modificare o a liberarmi dalla mia conformazione standard, naturale, impiantata nei circuiti, che consiste nell’essere profondamente e letteralmente incentrato su di me, nell’osservare ed interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé.

Per fare un esempio, poniamo che oggi sia una giornata normale, vi alzate al mattino, vi recate sul luogo del vostro impegnativo lavoro, e lavorate sodo per nove o dieci ore, e alla fine della giornata siete stanchi, sfiniti, e volete soltanto tornare a casa, fare una buona cena e magari rilassarvi per un paio d’orette e poi andare in branda presto, perché il giorno dopo vi toccherà alzarvi e rifare tutto da capo. Ma in quel momento vi ricordate che non avete più cibo a casa -non avete avuto tempo per fare la spesa questa settimana, per via del vostro impegnativo lavoro- e quindi adesso, dopo il lavoro, vi tocca mettervi in auto e andare al supermercato. Siamo alla fine della giornata lavorativa, e il traffico è pesante, per cui ci vuole più tempo per arrivare al negozio, e quando finalmente siete lì il supermercato è affollatissimo, perché naturalmente è l’unico momento in cui tutti gli altri lavoratori riescono ad andare a far compere, e il negozio è di una luminosità fluorescente e spaventosa, e al suo interno vengono diffuse innocue musichette che uccidono l’anima, o un pop commerciale, ed è l’ultimissimo posto in cui vorreste essere, ma non è che potete entrare e uscire velocemente: dovete vagare lungo tutte le corsie affollate dell’immenso e iperilluminato negozio per trovare ciò che volete, e dovete manovrare il vostro carrello pieno di cianfrusaglie in mezzo a tutte le altre persone stanche che si affrettano con i loro carrelli, e poi naturalmente ci sono quei vecchi glacialmente lenti e gli sballati e i ragazzi che vi bloccano la corsia, e dovete stringere i denti e cercare di chiedere loro gentilmente di lasciarvi passare, e dopo tutto questo, alla fine, avete le vostre provviste per la cena, solo che adesso viene fuori che non ci sono abbastanza casse aperte, malgrado sia l’ora di punta, per cui la fila è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e vi fa infuriare, ma non potete riversare la vostra furia sulla donna che sta lavorando freneticamente alla cassa.

Ad ogni modo, riuscite ad arrivare in cima alla fila, pagate il vostro cibo, e aspettate che l’assegno o la carta vengano riconosciuti da una macchina, e quindi vi sentite dire “buona giornata” in una voce che è chiaramente la voce della morte, e poi vi tocca portare le vostre inquietanti e logorate buste di plastica con dentro la vostra spesa nel vostro carrello attraverso il parcheggio affollato, dissestato e ghiaioso, e cercare di sistemare le buste nella vostra macchina in modo che durante il ritorno a casa la spesa non fuoriesca dai sacchetti e si metta a rotolare nell’abitacolo, e poi dovete ritornare a casa guidando attraverso il traffico lento, pesante e infestato di SUV dell’ora di punta.

Il punto è che piccole e frustranti cazzate come questa sono esattamente quelle che richiedono una scelta. Perché le code e le corsie affollate e le lunghe file alla cassa mi danno tempo di pensare, e se non compio una scelta cosciente riguardo al modo di pensare e alle cose a cui prestare attenzione, mi ritroverò incazzato e depresso ogni volta che vado a far compere, perché la mia configurazione naturale è la certezza che situazioni come questa in realtà riguardano solamente me, la mia fame e la mia stanchezza e il mio desiderio di tornarmene semplicemente a casa, e sembrerà che tutti gli altri mi stiano solamente tra i piedi, e chi è tutta questa gente che mi sta tra i piedi? E guardate quanto sia repellente la maggior parte di loro, e quanto sembrino stupidi e bovini e vitrei e inumani qui in coda alla cassa, o quanto siano fastidiose e scortesi le persone che parlano a voce alta al telefonino in mezzo alla fila, e guardate quanto tutto questo sia profondamente ingiusto: ho lavorato sodo tutto il giorno, sto morendo di fame e sono stanco, e non posso neppure tornare a casa a mangiare e rilassarmi per colpa di questi maledetti stupidi.

Oppure, se mi trovo in una modalità socialmente orientata della mia configurazione standard, posso trascorrere il tempo in mezzo al traffico ad arrabbiarmi e sentirmi disgustato di fronte agli enormi, stupidi e ingombranti SUV e Hummer e pickup V12 che bruciano le loro tossiche e menefreghiste taniche da quaranta galloni di benzina, e posso rimuginare sul fatto che gli adesivi patriottici o religiosi sui paraurti sembrano trovarsi sempre sui veicoli più grandi e disgustosamente menefreghisti, guidati dai conducenti più brutti, arroganti e aggressivi, che di solito stanno parlando al telefonino mentre tagliano la strada alla gente per poter avanzare di sei stupidi metri nella coda, e posso pensare a quanto ci disprezzeranno i figli dei nostri figli per aver sprecato tutto il carburante del futuro e probabilmente per aver incasinato il clima, e a quanto siamo tutti viziati, stupidi e disgustosi, e a quanto faccia schifo tutto questo…

Se scelgo di pensare a questo modo, bene, lo facciamo in tanti -non fosse che pensare in questo modo tende ad essere così semplice e automatico che non si tratta di una scelta. Pensare in questo modo è la mia configurazione standard. È il modo automatico e inconsapevole in cui penso quando mi trovo in quelle situazioni noiose, frustranti e affollate della vita di un adulto nelle quali agisco in base all’automatica e inconsapevole convinzione che io sono il centro del mondo, e che i miei bisogni immediati e i miei sentimenti sono ciò che dovrebbe determinare le priorità del mondo. Il fatto è che ovviamente ci sono modi diversi di pensare a situazioni di questo tipo. In questo traffico, tutti questi veicoli fermi e ozianti sulla mia strada: non è impossibile che alcune delle persone in questi SUV abbiano subito in passato qualche orribile incidente d’auto, e per loro adesso guidare è così traumatico che i loro psicoterapeuti hanno praticamente ordinato loro di prendersi un grande e grosso SUV, in modo che si sentano abbastanza sicuri da poter guidare; o che l’Hummer che mi ha appena tagliato la strada potrebbe essere guidato da un padre il cui figlioletto giace ferito o malato nel sedile di fianco a lui, e che cerca di raggiungere in fretta l’ospedale, e la sua fretta è assai superiore e più giustificata rispetto alla mia -sono io, in realtà, a stargli tra i piedi.

Di nuovo, vi prego di non pensare che io vi stia dando qualche consiglio morale, o che stia dicendo che “dovreste” pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta che lo facciate automaticamente, perché è difficile, richiede volontà e sforzo mentale, e se siete come me in alcuni giorni non sarete in grado di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia. Ma la maggior parte dei giorni, se siete abbastanza consapevoli da poter scegliere, potete scegliere di guardare diversamente questa signora grassa, vitrea e ipertruccata che ha appena urlato in faccia al figlioletto mentre siete in coda alla cassa -forse non è sempre così; forse è stata sveglia per tre notti di fila a reggere la mano del marito che sta morendo di cancro alle ossa, o forse questa stessa donna è l’impiegata di basso livello della motorizzazione che non più tardi di ieri ha aiutato il vostro coniuge a risolvere un angosciante problema di protocollo tramite un qualche atto di cortesia burocratica. Chiaramente, nessuna di queste cose è probabile, ma al tempo stesso non è impossibile -dipende soltanto da ciò che volete prendere in considerazione. Se siete automaticamente sicuri di conoscere qual è la realtà, e chi e cosa è davvero importante -se volete operare secondo la vostra configurazione standard- allora voi, come me, non prenderete in considerazione possibilità che non siano insignificanti e fastidiose. Ma se imparate davvero come pensare, a cosa prestare attenzione, scoprirete che ci sono altre opzioni. Avrete il potere di vivere una situazione affollata, rumorosa, lenta, da inferno del consumatore, non soltanto come dotata di significato, ma anche sacra, animata dalla stessa forza che accende le stelle -compassione, amore, l’unità profonda di tutte le cose. Non è che questa roba mistica sia necessariamente vera: l’unica Verità con la V maiuscola è che siete voi a decidere in che modo cercare di guardarla. Siete voi a decidere coscientemente cosa ha significato e cosa non ne ha. Siete voi a decidere cosa venerare.

Perché c’è un’altra cosa vera, ed è questa: nelle trincee quotidiane della vita adulta, l’ateismo non esiste. È impossibile non venerare qualcosa. Tutti venerano. L’unica scelta che possiamo fare è cosa venerare. E un’ottima ragione per scegliere di venerare qualche specie di divinità o di ente spirituale -Gesù Cristo o Allah, Jahvè o la dea-madre di Wicca, le Quattro Nobili Verità o un qualche insieme infrangibile di principi etici- è che praticamente qualunque altra cosa voi veneriate finisce per mangiarvi vivi. Se venerate i soldi e gli oggetti -se è in essi che riponete il vero significato della vita-, non ne avrete mai abbastanza. Non sentirete mai di averne abbastanza. Questa è la verità. Venerate il vostro stesso corpo, la vostra bellezza e il vostro fascino, e vi sentirete sempre brutti, e quando il tempo e l’età inizieranno a farsi notare, morirete un milione di volte prima che essi vi abbandonino davvero. In un certo modo, tutta questa roba la sappiamo già -è stata codificata in forma di miti, proverbi, cliché, tranquillizzanti, epigrammi, parabole: lo scheletro di ogni grande storia. Il trucco è mantenere salda davanti a voi la verità nella consapevolezza quotidiana. Venerate il potere -vi sentirete deboli e impauriti, e avrete bisogno di un potere sempre maggiore sugli altri per tenere a distanza la paura. Venerate la vostra intelligenza, la vostra brillantezza -finirete col sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere smascherati.

La cosa insidiosa di queste forme di culto non è il fatto che siano malvagie o peccaminose; è che sono inconsapevoli. Sono configurazioni standard. Sono quel tipo di culto nel quale scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi riguardo a quello che osservate e al modo in cui misurate il valore, senza mai essere pienamente consapevoli che lo state facendo. E il mondo non vi impedirà di operare secondo la vostra configurazione standard, perché il mondo degli uomini e del denaro e del potere procede piuttosto gradevolmente con il carburante della paura e del disprezzo e della frustrazione e della bramosia e del culto di sé. La nostra attuale cultura ha imbrigliato queste forze in modi che hanno procurato una straordinaria ricchezza, comodità e libertà personale. Libertà di essere padroni dei nostri minuscoli regni, grandi quanto un cranio, da soli al centro dell’intera creazione. Questo tipo di libertà ha molti pregi. Ma ci sono molti tipi diversi di libertà, e del tipo più prezioso non sentirete parlare granché nel grande mondo dei trionfi e dei risultati e delle esibizioni. La libertà che davvero conta richiede attenzione, e consapevolezza, e disciplina, e sforzo, e la capacità di interessarsi davvero alle altre persone e di sacrificarsi per loro, continuamente, ogni giorno, in una moltitudine di piccoli e poco attraenti modi. Questa è la vera libertà. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la configurazione standard, la “corsa di topi” -la costante e divorante sensazione di aver posseduto e perduto qualcosa di infinito.

So che questa roba probabilmente non suona divertente e briosa o particolarmente ispirante. Ma è, per quanto mi è dato di vedere, la verità, al netto di un bel po’ di stronzate retoriche. Naturalmente, ne potete pensare quello che vi pare. Ma per favore, non liquidatelo come il sermone di un qualche professorone che agita il dito. Niente di tutto questo ha a che vedere con la morale, la religione o i dogmi, o con i grandi ed eleganti dilemmi sulla vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda la possibilità di riuscire ad arrivare ai trent’anni, o ai cinquanta, senza che vi venga voglia di spararvi un colpo in testa. Riguarda la semplice consapevolezza -consapevolezza di quello che è così vero ed essenziale, così nascosto in bella vista attorno a tutti noi, che dobbiamo continuare a ripeterci costantemente: “Questa è l’acqua, questa è l’acqua.”


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13 commenti leave one →
  1. terry permalink
    mercoledì 15 ottobre, 2008. 14:57

    Sono stata poco reattiva, ma ultimamente c’è un gran da fare.
    Questo post me lo sono riletto diverse volte.
    La prima l’ho trovato un po’ trombone, la seconda quasi divertente, la terza illuminante, una volta paralizzante, poi l’ho imparato praticamente a memoria…
    Oggi mi viene da dire che su un certo tipo di riflessioni si sofferma forse il due per cento di quella parte di popolazione che non ha un granché da fare durante il giorno, quindi forse il due per diecimila della popolazione mondiale. Il peccato forse è arrivare a farsi assorbire completamente dai meccanismi che si innescano e che in fin dei conti fanno sì che le giornate scorrano in un modo o nell’altro verso una direzione concreta. Forme di razionalizzazione che danno un senso e sicurezza, poco importa quello che ti perdi, soprattutto se la sensazione è che a stargli dietro perderesti solo tempo.
    Un amico una volta mi ha detto che il valore di una persona si misura in base al valore che riesce a produrre.
    Un altro criticava il mio saltellare sempre dentro e fuori dalla cornice del quadro. Perché forse il problema è proprio di quelli che rimangono lungo il contorno per gustare le sfumature, e si prendono il lusso di qualche incertezza.
    Rendo l’idea?
    Del resto forse è vero che “dato che siamo tutti solipsisti, e tutti moriamo, il mondo muore con noi.” (citazione di citazione, non certo farina del mio sacco!), e allora chisenefrega!
    Questo post è un po’ stonato. Il tuo blog fa una media di 70 visite al giorno e nessuno s’è fermato a commentarlo. Peccato.
    Sempre vero che le metapippe rimangono privilegio di chi ha il tempo di farsele. Poi Wallace a cinquant’anni non c’è arrivato, se ne dovrebbe dedurre che è più vero il contrario di quello che diceva?!
    Perché “questa è l’acqua, questa è l’acqua”. Appunto.
    Un bacio affettuoso.

  2. sabato 18 ottobre, 2008. 13:34

    Ciao,
    è anche vero che le “metapippe” prima o poi ce le facciamo tutti… Tutti prima o poi ci troveremo incolonnati nella fila della cassa del supermercato… Trarne poi una lezione (positiva? negativa?) è compito di poche persone.
    Questo post non è stonato.. è stonato il fatto che nessuno abbia commentato, ma d’altronde so che non è semplice… eppure merita a mio parere di essere letto e riletto!
    A presto

  3. Stefano permalink
    martedì 1 settembre, 2009. 15:23

    Grazie di averci fatto leggere DFW, e questo pezzo in particolare, di cui ignoravo tutto…vedo che ora, se ho ben capito, uscirà in italiano, e vedo anche che nella edizione americana hanno fatto maneggi indicibili (1 frase x pagina….alla Alberoni, che so…)…
    Ma almeno questo:qui c’è carne e sangue, qui si fa sul serio, non si gioca, e si vede, si sente. Si tocca. Se non a questo, a cosa serve scrivere ?? Non so immaginare niente di più lontano dalle metapippe. E’anche per questo che non si commenta, direi, per imbarazzo, per pudore, perche tutti siamo abbastanza intelligenti da capire che qui c’è uno che si spoglia e che accetta di farsi fare a pezzi. Che si è fatto a pezzi, x scelta, perchè ogni altra alternativa è peggiore.”Compassionate wisdom”. Appunto.

  4. giovedì 26 novembre, 2009. 17:26

    “è un piccolo capolavoro per chi, come me, ha il culto della scrittura raccontata dagli scrittori. Parla, credo, della consapevolezza e della lucidità, della compassione e dell’immedesimazione, dell’attenzione costante alla sostanza in cui siamo immersi, le doti necessarie a un bravo scrittore ma anche a un essere umano decente.”
    http://paolocognetti.nova100.ilsole24ore.com/

  5. sabato 2 ottobre, 2010. 10:20

    Ho in fondo pochissimi rimpianti dei 45 anni vissuti. Ora ne ho uno in più: non aver conosciuto di persona questo simpaticissimo, profondissimo, tristissimo genio.
    Questa trascrizione di un suo discorso, non filtrata da un tempo di scrittura, almeno, falsamente, mi ha dato la sensazione di essere stato lì, quel giorno

    • sabato 2 ottobre, 2010. 22:03

      Ho cercato DFW in altri scrittori, postmoderni o avantpop o presunti tali. Impossibile, non c’è surrogato che tenga, chi ama le sue opere e il suo modo di scrivere si deve rassegnare ai dolorosamente pochi testi che ci ha lasciato. È andato via davvero troppo presto.

  6. martedì 23 novembre, 2010. 18:16

    Acuto e splendido, come sempre.
    La ricerca di surrogati di DFW ci accomuna, se ne trovassi uno fammi un fischio.

    • martedì 23 novembre, 2010. 22:55

      Un po’ di tempo fa ho salvato questo articolo fra i preferiti: Is Adam Levin the new David Foster Wallace?… in attesa della sua pubblicazione in Italia.

      • venerdì 15 maggio, 2015. 20:36

        That’s not even 10 minutes well spent!

  7. martedì 23 novembre, 2010. 23:33

    L’avevo letto anch’io, calamitato dal titolo, ovviamente..
    E’ un bel malloppo da 1030 pagine, speriamo che non si tratti del classico paragone per creare hype nelle vendite…

    • mercoledì 24 novembre, 2010. 22:48

      Qualcosa di vero ci sarà.. ad ogni modo io cerco di surrogare con Pynchon. Sono molto diversi, Pynchon punta sulla storia e le sue distorsioni Wallace sulle distorsioni dell’oggi, ma sempre di genio si tratta.

  8. Anonimo permalink
    giovedì 23 aprile, 2015. 19:54

    Siete dei cretini

  9. venerdì 15 maggio, 2015. 18:21

    Well put, sir, well put. I’ll certainly make note of that.

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