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Omicidio a Road Hill House – Prologo

lunedì 1 dicembre, 2008.

William Frith, La stazione ferroviaria, 1862

Stazione ferroviaria di Paddington, 15 luglio 1860

Domenica 15 luglio 1860 l’ispettore Jonathan Whicher di Scotland Yard pagò due scellini a un vetturino perché lo portasse da Millibank, appena a ovest di Westminster, alla stazione di Paddington, da cui partivano le corse della Great Western Railway. Qui giunto, comprò due biglietti: uno per Chippenham, nel Wiltshire, a 150 chilometri da Londra (pagandolo sette scellini e dieci pence), e l’altro da Chippenham a Trowbridge, una trentina di chilometri più in là (per uno scellino e sei pence). La giornata era mite: per la prima volta nel corso dell’estate la temperatura aveva superato decisamente i venti gradi.
Paddington era una grande stazione a volta, luccicante di vetro e ferro, costruita sei anni prima da Isambard Kingdom Brunel. L’interno era pieno di fumo e inondato di sole. Whicher la conosceva bene: i ladri di Londra facevano affari in mezzo alla folla imponente e anonima che si agitava nelle nuove, grandi stazioni, tra gli arrivi e le partenze, nel mescolarsi elettrizzante di mille tipi umani, ricchi e poveri. Era questa l’essenza della città, che la squadra investigativa appena creata avrebbe dovuto tenere sotto controllo. Nel quadro di William Frith intitolato La stazione ferroviaria, del 1862, vediamo una panoramica di Paddington in cui non manca un ladro ritratto mentre viene arrestato da due agenti in borghese: tipi vestiti di nero, con bombette e basettone, capaci di confondersi tra la folla e di emergerne per domare le turbolenze della metropoli.
In questo stesso edificio, nel 1856, Whicher aveva arrestato George Williams che, vestito come un damerino, stava sfilando un portafoglio con cinque sterline dalla tasca di Lady Glamis. Al processo aveva detto alla corte che «conosceva l’accusato da anni, come membro tra i più scelti dell’aristocrazia del crimine». Nel 1858 aveva acciuffato una donna tarchiata e grassoccia sulla quarantina, in una carrozza di seconda classe di un treno fermo della Great Western, smascherandola con queste parole: «Ritengo che il vostro nome sia Moutot». Era Louisa Moutot, celebre truffatrice, che sotto la falsa identità di Constance Brown aveva affittato una carrozza, un servitore e un casa ammobiliata a Hyde Park. Lì aveva convocato un rappresentante della nota gioielleria Hunt & Roskell, dicendosi interessata a comprare braccialetti e collane per conto di una fantomatica Lady Campbell. All’arrivo dell’uomo con i gioielli, la Moutot li aveva presi dicendo che li avrebbe portati in camera da letto, per mostrarli alla padrona che giaceva malata. Il gioielliere le aveva consegnato un braccialetto di diamanti del valore di 325 sterline e lei era uscita dalla stanza. Un quarto d’ora dopo, allarmato, l’uomo aveva cercato di uscire ma aveva trovato la porta chiusa a chiave.
La polizia aveva dato la caccia alla truffatrice per molte settimane. Quando Whicher la sorprese alla stazione di Paddington, si accorse che stava trafficando con le mani sotto la mantella; le afferrò allora i polsi e vide brillare il braccialetto rubato. Le trovarono addosso anche una parrucca da uomo, delle basette e dei baffi posticci. Era una ladra metropolitana, aggiornata sulle ultime novità del crimine, maestra in quelle truffe complicate che Whicher sapeva sbrogliare in modo così brillante.

Jack Whicher era uno dei primi otto ispettori di Scotland Yard. Nei diciotto anni di attività della squadra investigativa, questi uomini erano diventati figure affascinanti e misteriose, idoli cittadini onniscienti. Per Dickens erano l’emblema dei tempi moderni, magici e scientifici al tempo stesso come tante meraviglie apparse alla metà dell’Ottocento: la macchina fotografica, il telegrafo e il treno. Come questi marchingegni, il detective sembrava in grado di vincere i confini dello spazio e del tempo, di cristallizzare gli eventi. Scrive Dickens: «Con un solo sguardo […] l’investigatore fa l’inventario della mobilia di una casa» e dipinge mentalmente «un quadro preciso dei suoi abitanti». Le indagini erano come «una partita a scacchi giocata con pezzi viventi, in modo misterioso».
Whicher aveva quarantacinque anni ed era il capo della forza investigativa metropolitana, il «principe dei detective» secondo un collega. Era un uomo tarchiato e noncurante, dalle maniere impeccabili, «più basso e robusto dei suoi compagni, – come scrive Dickens, – con un’aria pensosa e riservata, quasi fosse immerso in complessi calcoli aritmetici». Sul volto portava i segni del vaiolo. William Henry Wills, vice direttore della rivista di Dickens «Household Words», lo vide in azione nel 1850 e ne scrisse sul giornale: era la prima volta che un detective inglese veniva immortalato sulla carta.
Mentre si trattiene in amabile conversazione con un francese (dotato di «stivali scintillanti neri come la pece, e guanti di un candore abbagliante», come si legge nel suo articolo) sulle scale di un albergo di Oxford, Wills vede entrare nella hall un estraneo. «Un uomo è in piedi sul tappeto alla base delle scale. Non si direbbe nulla di speciale, il suo aspetto è onesto e per nulla inquietante». Ma questa apparizione sembra avere uno strano effetto sul francese, che «si alza in punta di piedi, come se fosse stato colpito all’improvviso da una pallottola, il volto pallido, le labbra scosse da un tremito […] Sa che è troppo tardi per fuggire – di certo lo farebbe, se ne avesse la possibilità – perché gli occhi dello straniero sono fissi su di lui».
Con sguardo tagliente come una lama, l’uomo sale le scale e intima al francese di andarsene «con tutta la sua truppa», prendendo il treno delle sette. Poi entra nella sala da pranzo e si avvicina a tre uomini che stanno consumando una lauta cena. Appoggia le nocche sulla tavola e si sporge in avanti, fissandoli a uno a uno. «Come per magia», questi si quietano e rimangono immobili. Lo sconosciuto dagli straordinari poteri ordina loro di pagare il conto e di sparire con il treno per Londra delle sette. Li segue alla stazione, a sua volta seguito da Wills.
Lì la curiosità del giornalista supera il timore della «palese onnipotenza» dello straniero: gli si avvicina e gli chiede cosa sta succedendo.
«Succede che sono il sergente Witchem, della squadra investigativa».
Whicher era, nelle parole di Wills, «un uomo del mistero», il prototipo del poliziotto enigmatico e riservato. Sembrava apparire dal nulla, e anche le sue rivelazioni erano condite di incertezza. Il nome fasullo che aveva dato al giornalista, Witchem, era in qualche modo emblematico e suggeriva toni inquisitivi (which of them?, «quale di loro?») e misterici (bewitch ‘em, «stregali»). Pareva in grado di tramutare un uomo in pietra o di fargli perdere la parola. Molti dei tratti che Wills vide in Whicher divennero il marchio di fabbrica dell’eroe da romanzo giallo: nulla di speciale nell’aspetto, sguardo acuto, intelletto pronto, di poche parole. Come ci si aspetterebbe per un uomo così riservato e dalla professione così particolare, non esistono fotografie che ritraggano Whicher. Gli unici indizi sulla sua figura sono i racconti di Dickens e Wills, oltre ai verbali di polizia. Da questi deduciamo che era alto 170 centimetri, aveva capelli castani, carnagione chiara e occhi azzurri.

Nei chioschi delle stazioni i viaggiatori trovavano libri gialli a poco prezzo dedicati alle «memorie» di fantomatici investigatori (che erano in realtà collezioni di racconti brevi) e riviste zeppe di storie misteriose, opera di autori come Dickens, Edgar Allan Poe e Wilkie Collins. Il weekend in cui inizia la nostra vicenda, nella nuova rivista di Dickens «All the Year Round» si trovava la trentatreesima puntata di La donna in bianco, di Collins, capostipite di quei polpettoni gialli che avrebbero spopolato negli anni successivi al 1860. Nelle puntate uscite fino a quel momento, il perfido Sir Percival Glyde aveva fatto rinchiudere in manicomio due donne, per nascondere al mondo una macchia nel passato della sua famiglia. Nel numero del 14 luglio il malvagio bruciava vivo nella sacrestia di una chiesa, sorpreso mentre cercava di distruggere le tracce del suo segreto. Il narratore era testimone dell’incendio: «Non udivo nulla fuorché il crepitio sempre più rapido delle fiamme e il rumore secco del lucernaio che si frantumava […] Cerchiamo il corpo. Il calore intollerabile ci investe e ci fa arretrare: non vediamo nulla. Sopra, sotto di noi, in tutta la stanza non c’è altro che una cortina di fiamme».
Whicher stava partendo da Londra per indagare su un omicidio brutale e apparentemente privo di movente, avvenuto in una casa di campagna dalle parti di Trowbridge, nel Wiltshire, su cui la polizia locale e la stampa nazionale si erano arrovellate a lungo senza venirne a capo. Sulla famiglia della vittima, in apparenza rispettabile, si erano scatenati pettegolezzi di ogni sorta: pareva racchiudesse oscuri segreti, storie di adulterio e di pazzia.
Il telegrafo della Great Western Railway aveva trasmesso l’invito a Whicher e un treno della stessa azienda lo stava portando in loco. Alle due del pomeriggio un’enorme locomotiva a vapore a sei ruote, color crema e cioccolato, mosse dalla stazione di Paddington, scivolando su binari larghi sette piedi. La linea della Great Western era la più bella, stabile e veloce d’Inghilterra. Anche il treno popolare su cui si trovava Whicher sembrava volare leggero sulla piatta campagna, attraversando senza intoppi il viadotto di Maidenhead. La scena doveva essere simile a quella dipinta da Turner in Pioggia, vapore e velocità, del 1844, dove si vede una locomotiva della Great Western attraversare lo stesso ponte da est: un nero proiettile che manda bagliori argento, blu e oro.
Il treno arrivò a Chippenham alle 17:37; otto minuti più tardi, Whicher prese la coincidenza per Trowbridge, dove sarebbe giunto in meno di un’ora. La storia su cui si sarebbe informato di lì a poco, grazie ai fatti raccolti da poliziotti, magistrati e giornalisti locali, era iniziata quindici giorni prima, il 29 giugno.

Kate Summerscale, Omicidio a Road Hill House ovvero Invenzione e rovina di un detective, Einaudi 2008

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5 commenti leave one →
  1. lunedì 1 dicembre, 2008. 14:49

    Agatha Christie nel 1956/57 scrisse “4.40 from Paddington”. La Summerscale sembra essere amante della citazione letteraria nel libro mischiandolo con il fatto realmente accaduto. La domanda quindi è “giallo storico” o “saggio romanzato”?

  2. venerdì 5 dicembre, 2008. 12:24

    Non solo della citazione letteraria, ma anche artistica. In questo breve prologo vengono citati due dipinti dell’epoca, semplicemente fantastico quello di William Turner.
    Quest’ultimo romanzo di Kate Summerscale è sicuramente un giallo storico poiché “combina scrupolose ricerche storiche con grande vivacità narrativa e talento per ricreare atmosfere di altri tempi”.
    Devo riconoscere una totale ignoranza nei confronti delle opere di Agatha Christie… magari inizierò a colmare questa mia lacuna proprio partendo 4.40 from Paddington (Istantanea di un delitto), grazie per la segnalazione!

  3. venerdì 5 dicembre, 2008. 19:18

    Beh la Christie è una delle poche scrittrici di gialli (o scrittori di gialli) ad essere stata realmente “protagonista di un giallo” quindi va letta assolutamente! 😀
    Sul dipinto di Turner è bello, sì, l’ho visto anni fa alla National Gallery, ma quello che spesso mi incuriosisce di più sono le “citazioni tacite” ossia non dette. Infatti i riferimenti ai dipinti li adoro, più che nei libri, “stile Huysmans”, nelle rappresentazioni teatrali.

  4. venerdì 5 dicembre, 2008. 21:26

    Se sulla Christie mi hai colto in flagranza di reato, su Huysmans stranamente (e dico stranamente perché non ricordo per quale motivo lessi 4 anni fa À rebours) ci sono! Scherzo… effettivamente il riferimento silenzioso è sicuramente l’espediente migliore per far risaltare testo e probabilmente dipinto, d’altronde anche Pynchon in L’incanto del lotto 49 sembra costruire una ragnatela di riferimenti…
    Ad ogni modo consiglio a tutti i lettori À rebours o Controcorrente, per i più curiosi ecco la voce di Wikipedia.

  5. sabato 6 dicembre, 2008. 0:33

    In realtà “En Rade”, l’opera scritta immediatamente dopo “à rebours”, è quella che preferisco di Huysmans, un miscuglio di naturalismo e “sogni” che ed è proprio in questi sogni che i dipinti, i libri, persino la Bibbia, trovano la loro citazione.

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