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L’esordio peggiore, quello baciato dal successo

giovedì 15 gennaio, 2009.

numeri

L’avvertenza che si trova in coda a molti romanzi , secondo la quale ogni cosa è frutto di invenzione ed eventuali somiglianze con persone e fatti sono dovuti al caso, fa pensare che, al contrario, alla base del racconto ci sia una storia vera, sia pure piccola, piccolissima, magari una scheggia soltanto.

Verosimiglianza o verità non sono la questione in ballo ne La solitudine dei numeri primi, un romanzo in cui è fin troppo evidente il parallelismo fra autore e protagonista. Eppure, a parte questa sensazione effettivamente non sempre piacevole, questa storia è in grado di appassionarci già dopo le prime pagine, tanto da non rendere peregrina l’idea di leggerlo tutto d’un fiato. Gli alienati, gli altri, persone particolari tanto da essere paragonate a numeri primi e alla loro inevitabile solitudine. Si, inevitabile. L’intera vicenda tratta infatti della grande attrazione fra due persone che la loro storia personale – le vicende di cui sono stati protagonisti fin da piccoli – ha reso soli. Soli nella loro prima forma di socializzazione: la famiglia. I genitori di entrambi: presenti, ingombranti, ma non amati, anzi rimproverati a tal punto da creare nel lettore un moto di benevolenza (la colpa è poi davvero sempre tutta dei genitori?). Soli a scuola e nelle relazioni con gli amici dei quali rappresentano lo scompenso, le aspirazioni e infine le delusioni. Un’attrazione – che si consuma nel tempo e nello spazio – fra poli che, lungo la narrazione, si scopre dello stesso segno. Una compensazione e un finale consolatorio non vengono neanche posti in essere, eppure nonostante ciò non una storia di reietti. Numeri primi si, ma presenti come tutti fra i numeri naturali.

Leggendo le pagine di Giordano credo di aver ritrovato molto del primo De Carlo, abbastanza di Uccelli da gabbia e da voliera e di Due di due, anche se qui priva della fondamentale componente generazionale. Sostanzialmente il De Carlo non ancora troppo uguale a se stesso. Il milione di copie, il fenomeno editoriale e il consenso della critica non spaventino Giordano, fin troppo preciso come il suo alter ego, al punto da portarlo a una seconda prova in carta carbone. Altrimenti meglio continuare a lavorare con i numeri.

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8 commenti leave one →
  1. venerdì 16 gennaio, 2009. 15:53

    Aspettavo questa recensione! 😉 Beh che dire… il libro parte un po’ lentamente… quasi sottovoce… ma se questa caratteristica spesso in alcuni libri può risultare pesante ai lettori in questo libro non lede alla sua “scorrevolezza”. Anzi… il fatto che poi, progressivamente diventi più raffinato, fa quasi sembrare il romanzo di formazione… un esperimento di formazione dello scrittore… che poi è veramente giovanissimo! Quello che mi chiedo… e se quest’evoluzone sia “cercata” o realmente causata a una nuova consapevolezza dei suoi mezzi… forse dovuta al “corso di scrittura creativa” seguito da Giordano… disolito alquanto inutili… perchè incapaci di dare talento o anche solo mezzi… sono positivi quando la stoffa c’è perchè donano una certa sicurezza che nei limiti del normale non fa mai male!

    • martedì 20 gennaio, 2009. 10:53

      @ Godot Avevo dimenticato il corso di scrittura creativa frequentato da Giordano, mi parse sia quello della scuola Holden? Quello di Baricco.. quasi quasi che rivedo il mio giudizio, è fuor di dubbio che qualche furbata li l’ha appresa. Concordo con te sul fatto che probabilmente a Giordano la scuola di scrittura ha dato più sicurezza, ma quanti scrittori famosi sono dovuti andare a corsi di scrittura creativa? Ad ogni modo resta il fatto che il suo successo non è legato esclusivamente al marketing, pompato grazie alla sua giovane età, ma al fatto che in Italia si scrivono ancora ottime storie.
      @ Nick non lo mitizzare e non ti fermare solo alla Solitudine, ne scriverà altri magari altrettanto sanamente malinconici. Riotta quando ha dovuto annunciare che aveva vinto Harry Potter quasi non ci credeva… magari qualcuno gli ha fatto uno scherzetto proprio a causa della sua somiglianza con il maghetto inglese.
      Rimango del parere che Gomorra è stato molto più innovativo del libro di Giordano, come ha sostenuto qualcuno: finirà nelle future antologie.

  2. domenica 18 gennaio, 2009. 23:27

    Recensione da maestro.
    Distinto e preciso un pò come il furbo direttore del Tg1 Riotta e un pò Neri Marcorè di “un pugno di libri”…un ampia prospettiva del libro!
    Trovandomi pienamente d’accordo con le tue righe, il libro mi ha lasciato un pò di sana-malinconia, così come me la lasciò “due di due” di De Carlo…magari mitizzerò anche Giordano fermandomi per sempre a questo suo capolavoro.
    …sono un lettore un pò sognatore!
    Saluti al direttore!

  3. martedì 20 gennaio, 2009. 15:54

    Eh sì che la Holden è ritenuta una delle migliori scuole di scrittura creativa… che poi… mi chiedo ancora… “si può insegnare/imparare ad essere creativi?” Boh! Infatti proprio gli scrittori famosi sono creativi proprio in quanto quello che scrivono, come dire, è farina del loro sacco. Insomma… che ci i debba esercitare sì… che si debba avere una sufficiente cognizione dei vari registri stilistici pure… ma perchè chiamarle di scrittura “creativa”??? Il marketing è, e resta, la divinità dell’editoria moderna… lo stesso Saviano, infondo… è il risultato di un discreto Marketing… ciò ovviamente non toglie nulla ai due giovani scrittori… specifichiamolo! 😉

  4. giovedì 22 gennaio, 2009. 1:24

    Su un Venerdì di Repubblica c’era un articolo dove parlava lungamente della scuola Holden e anche dei suoi studenti più brillanti (fra i quali Giordano, anche se non ricordo se all’epoca avesse già esordito), ad ogni modo, vi erano anche pareri contrastanti, in massima parte di scrittori, che proponevano tesi contro le “scuole di scrittura creativa” sicuramente da apprezzare. Presi l’appunto di un libro di Cotroneo sul tema… che poi ho lasciato perdere.
    Lo zampino del marketing non era assolutamente in discussione…
    D’altronde “non è necessario che un romanzo sia buono per avere successo”.

  5. laraffaella permalink
    lunedì 23 febbraio, 2009. 16:12

    Salve! Sono arrivata al vostro blog seguendo le orme di Godot, che in genere ha buon fiuto per i blog interessanti. Ho letto il libro e devo dire che lo trovo più pulito di quanto mi aspettassi, anch’io sospettosa a causa del successo e della scuola Holden. Non so se Giordano sarà capace di continuare, ma devo dire che a me il libro non è dispiaciuto. C’è un chè di familiare nella sua capacità di affondare la lama nel disagio psichico. Penso che ad ognuno di noi sia capitato nella vita un momento di follia: non tanto da trasformarsi in uno dei protagonisti, ma tanto da comprenderli sì.

    • lunedì 23 febbraio, 2009. 20:18

      In effetti le riflessioni migliori di questo romanzo sono proprio quelle sui “momenti di follia” che capitano probabilmente a tutti e solo pochi varcano quella soglia con tutto quello che ne consegue… spesso un’esistenza difficile. Ci troviamo sempre troppo vicini a quel limes.

  6. lunedì 23 febbraio, 2009. 21:02

    No no… nonostante spesso come diceva EDN non è necessario che il libro sia buono per avere successo quello di Giordano non è male. Ma… perchè c’è sempre un “ma”… quanto editing “made in Holden” ci sarà dietro?! Fermo restante che anche un buon “editing” non salva un cattivo libro… ma può migliorare molto uno “così così”…

    @Laraffaella… grazie per il “fiuto!” Effettivamente mi sembrava di essere pedinata! 😀

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