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Patagonica

giovedì 24 dicembre, 2009.

Le nubi sono basse e nere, e corrono veloci verso est in Patagonia. La steppa è costantemente battuta da un vento gelido e secco, venendo dal Pacifico supera agevolmente le Ande – che in in questa parte australe del continente digradano senza raggiungere i duemila metri –  scaricando, prima di queste, il loro umido carico di pioggia e neve.

Puerto Natales si affaccia sul Seno Ultima Esperanza e ci accoglie dopo esserci lasciti più a sud l’industriosa Punta Arenas.

Anselmo mi consigliò di andare a trovare il poeta.

– Il maestro – disse.

Il poeta viveva insieme a un tratto solitario del fiume, in un lussureggiante orto di albicocchi, solo, in una capanna di due stanze. Era stato professore di letteratura a Buenos Aires. Era sceso in Patagonia quaranta anni prima ed era rimasto lì.

Bussai alla porta e si svegliò. Scendeva una leggera pioggerella, e mentre lui si vestiva mi riparai dal freddo sotto il portico e contemplai la sua colonia di ranocchi domestici.

Le sue dita afferrarono il mio braccio. Mi inchiodò uno sguardo veemente e luminoso.

– La Patagonia! – esclamò -. E’ un’amante esigente. Ti ammalia. E’ una maliarda! Ti ghermisce con le sue braccia e non ti lascia più.

La pioggia tamburellava sopra il tetto di lamiera. Durante le seguenti due ore il poeta fu la mia Patagonia.

Patagonia Sur

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