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Avatar: la minuziosa opzione di Cameron

sabato 9 gennaio, 2010.

Non c’è modo di disconoscere la singolare preminenza che James Cameron si è coltivato nel moderno cinema nord americano. Ci sono per lo meno due ragioni per questo. La prima è che, attualmente, è l’unico regista di Hollywood capace di spendere cento milioni di dollari per un film con la sicurezza di chi li andrà a recuperare comunque vada, una leggiadria non alla portata di qualunque cineasta, nemmeno dei pesciolini rossi che si sentono meglio dotati di questo squalo dell’industria.

La seconda è che le sue opere fissano lo standar filmico del pensiero politicamente corretto targato USA. Fu così con Titanic, nell’apogeo dell’era Clinton, con la rivendicazione dell’uguaglianza sociale e la critica alla prepotenza dell’ingegneria capitalista.

Lo stesso vale per Avatar, girato nel tramonto dell’era Bush e l’alba obamiana. C’è molto di Titanic in Avatar: specialmente il centro della storia romantica, con il giovane che matura e scopre la propria nobiltà attraverso l’amore per una donna all’inizio superiore. Molti temi però sono quelli che agitano la cultura statunitense del decennio appena terminato: il rispetto per la differenza, l’anti-imperialismo, l’attenzione per l’ecosistema, lo sviluppo sostenibile.

La narrazione di Avatar è ardita. Concepisce una situazione limite per la Terra -2154, le risorse naturali sono esaurite-, immagina un corpo celeste dove vi sono forme di vita simili a quella umana -la luna saturniana Pandora-, e crea un popolo nativo con i suoi dei, cultura e perfino linguaggio, i Na’vi. Ebbene, non è questo ciò che fa la fantascienza? Si, però dal punto di vista cinematografico, implica decisioni tremende: o si stilizza la realtà fin quasi a scomparire, come in Alphaville di Godard, o si avvicina la scena all’astrazione metafisica, come nel Solaris di Tarkovski, o si crea un mondo completamente nuovo, con una propria brezza, alberi arbitrari, con i suoi gigli strani e animali fantastici, con occhi, denti, zoccoli, ali, artigli e pelami singolari.

Questa è la opzione di Cameron. Un’opzione che, per la sovrabbondanza e la nitidezza dei dettagli, si potrebbe chiamare gotica, adornata con 120 anni di cinema. Un’opzione che fa di Avatar qualcosa di simile alle pale medioevali con centinaia di figure premurosamente dettagliate, dove è difficile distinguere se più in la del manierismo artigiano ci sia una visione del mondo, o se questa visione si compie nell’atto stesso dell’artigianato. Come in Titanic, grazie la semplicità delle idee di Avatar, con la sua Gaia volgarizzata e i suoi personaggi basici (il colonnello fascista, il protagonista selvaggio, la scientifica sagace), c’è una costellazione di dettagli poetici, delicati o semplicemente sorprendenti che ci fa spostare lo sguardo dalla visione d’insieme alla minuzia.

E sono lì a confermare che Cameron è l’indiscutibile re dell’industria del cinema.

Avatar

Regia: James Cameron. Con: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Giovanni Ribisi. 162 min.

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One Comment leave one →
  1. lunedì 11 gennaio, 2010. 15:41

    Se non sbaglio questo film esce venerdì? Non vedo l’ora di poter andare al cinema. Avatar segnerà una svolta nella storia del cinema

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