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Lavoro e latebre

sabato 1 maggio, 2010.

Primo maggio. Cosa dire di nuovo? Cosa dire, che non sia stato dianzi detto?

La risposta la conosciamo tutti. A questo punto, mentre in tv scorrono le immagini del concertone di piazza San Giovanni, voglio raccomandare una lettura a tema: Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri.

Ottiero Ottieri lavorò negli anni Sessanta alle dipendenze di Adriano Olivetti: l’industriale illuminato della macchina da scrivere. Il suo lavoro lo portò a Pozzuoli come selezionatore del personale della grande e moderna fabbrica del nord che sbarcava in un sud “fuori dal tempo”, quasi hegelianamente a-storico. La disoccupazione insanabile vista dall’altro lato della barricata. Chi non è passato per un colloquio, un’agenzia di lavoro. Essere scelti? Si entra così nel grande meccanismo. Le grandi ruote dentate di Tempi moderni di Chaplin che scorrono e ci schiacciano fin quando ne diventiamo una parte. Avete per caso avuto la sensazione di entrare a far parte di un meccanismo? Essere un ingranaggio. Salutare l’alienazione il lunedì mattina per cercare noi stessi il sabato o la domenica (o oggi), magari con gli altri. Accantonare per alcune ore l’essere che siamo mentre lavoriamo.

Il selezionatore del personale di Pozzuoli vive il delirante desiderio degli altri di lavorare, di acquisire una dignità proprio in quanto lavoratori.

Forse negli ultimi tempi la fabbrica era troppo una casa. Moriva il significato politico di essa, come esperimento di industria moderna del mezzogiorno, come accensione di una nuova vita operaia: non la giudicavo più, non mi sdegnavo più, preso dal suo giro, affondato nel suo fascino quotidiano. […] È pericoloso ammalarsi di aziendalismo. L’aziendalismo è l’amore umano, inevitabile ma orgoglioso al proprio lavoro, al marchio di fabbrica; ma anche rinunciare a capire, a confrontarsi con altri marchi di fabbrica e a partecipare a una vita più larga. L’aziendalismo è il rifugio da una società cui non si crede, in cui non si spera più.

Ottiero Ottieri, Donnarumma all’assalto, Milano, Garzanti, 2004, pp. 224-225.

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