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La realtà industriale: la proposta letteraria di Vittorini

venerdì 4 giugno, 2010.

Negli anni Cinquanta il Neorealismo concepì la tematica della fabbrica e della vita operaia come spazio della lotta e dell’impegno politico di una classe operaia in parte idealizzata. Siamo all’interno della rappresentazione dell’industria come fabbrica in quanto luogo del lavoro operaio, dalla prospettiva degli operai stessi, non da quella di chi nella fabbrica è entrato dall’ingresso dell’organizzazione, della razionalizzazione del lavoro, del rinnovamento assoluto della produzione e dei rapporti dettato dalla seconda rivoluzione industriale e legata all’automazione.

Se tardiva è la nascita di una letteratura “industriale” italiana, essa segna però significativamente il panorama letterario tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. È questa la stagione breve in cui il fatto tecnologico, il tema della fabbrica e della condizione operaia diviene oggetto di un vivace dibattito.

Il nuovo clima culturale condensa nelle narrazioni e soprattutto nelle poesie di quegli anni che trovano il loro punto di riferimento nella rivista «Il Menabò di letteratura», che vede la luce nel giugno del 1959, edito da Giulio Einaudi e diretto da Elio Vittorini e Italo Calvino. Una rivista che si proponeva di fare il punto sulla situazione della letteratura in Italia e di contribuire al suo rilancio.

Il «Menabò» nasce negli anni in cui, dopo la «ricostruzione», diventa possibile – o sembra possibile – una gestione riformista della crescita economica. È questo il periodo dello sviluppo spettacolare di alcuni settori industriali (chimica, elettrodomestici, automobile), delle trasformazioni dell’ambiente in una frenesia di autostrade, dell’urbanizzazione, del cemento armato e della speculazione edilizia.

Quest’apparente euforia per lo sviluppo economico e per le trasformazioni sociali in realtà maschera il loro movente più profondo, che è quello dello sviluppo del profitto finanziario. Queste trasformazioni sono spesso disuguali, disorganiche e lasciano indietro i settori poco redditizi: trasporti pubblici, educazione, salute pubblica. Creano nuovi scompensi nella società italiana, particolarmente tra il Nord e il Sud, spopolato dall’emigrazione verso le fabbriche del «triangolo industriale». Infine questo sviluppo economico avviene in un sistema fondato sui bassi salari e sull’autorità assoluta del datore di lavoro nell’azienda.

Le riflessioni più avanzate circa il rapporto fra la letteratura e la vita di fabbrica: i rapporti umani che comporta, l’organizzazione che la regge e lo scontro fra ideologie che ne derivano, trovarono la loro espressione più compiuta con l’uscita del numero 4 del «Menabò». Il volume edito nel settembre del 1961 raccoglie dei testi che ci consentono “di vedere a qual punto le «cose nuove» tra cui oggi viviamo, direttamente o indirettamente, per opera dell’ultima rivoluzione industriale abbiano un riscontro di «novità» nell’immaginazione umana.”[1] La poesia Una visita in fabbrica di Vittorio Sereni, che apre il volume, testimonia la novità del mutato paesaggio industriale e i nuovi rapporti che esso istaura. Paesaggi e rapporti ancora irriconoscibili per l’uomo.

Nel saggio Industria e letteratura di Elio Vittorini, che fa da editoriale al quaderno, vengono definiti i termini dell’indagine letteraria condotta nella società industriale italiana. Egli sostiene la necessità per la letteratura di essere “pienamente all’altezza della situazione in cui l’uomo si trova di fronte al mondo industriale.”[2] Propone l’assoluta necessità di un esame critico-sociologico e antropologico della realtà industriale. Esorta alla raffigurazione, in versi e in prosa, del mondo organizzato del lavoro come «altra natura», quella che ormai sta sostituendo l’antica natura bucolica che fu oggetto privilegiato della letteratura del passato. Quest’ultima idillicamente conservatasi e prolungatasi come tale in quella del Novecento, anche quando le modificazioni paesistiche operate dall’industria già erano notevoli, se non radicali.

Vittorini non si ferma semplicemente all’elezione di una nuova tematica, anzi polemizza con chi tratta questa materia come

fosse un semplice settore nuovo d’una più vasta realtà già risaputa e non un nuovo grado, un nuovo livello dell’insieme della realtà umana: riducendosi con ciò a darne degli squarci pateticamente (o pittorescamente) descrittivi che risultano di sostanza naturalistica e quindi d’un significato meno attuale di altri testi letterari che magari ignorano tutto della fabbrica, […]ma ne sono profondamente influenzati per riflesso dei loro effetti sulla condizione dell’uomo in generale.[3]

Secondo lo scrittore siciliano non c’è ancora nel mondo una narrativa capace di andare oltre la semplice testimonianza dell’aridità e neutralità del lavoro meccanizzato. A questa sistemazione ideologica procede dunque con una di tipo estetico: fonda “sul rinnovamento del linguaggio la possibilità di una letteratura adeguata ai temi umani più scottanti della società neocapitalista.”[4] Per fare una letteratura moderna non basta assumere tematiche moderne, devono cambiare i modi e il linguaggio della rappresentazione. Per Vittorini chi fino a quel momento si è occupato di fabbriche e aziende lo ha sempre fatto entro dei limiti letterariamente «preindustriali».[5]

Il condirettore del Menabò sostiene che “sinora si è confusa l’industria col capitalismo e si è quindi dato un giudizio ideologico politico di una trasformazione che è invece politicamente neutra, perché è effetto di una rivoluzione tecnologica e scientifica.”[6] L’arretratezza nella rappresentazione della fabbrica è figlia di un’ideologia che ha emesso il suo giudizio di condanna della modernità, rifiutando aprioristicamente la realtà. Bisogna dunque svecchiare non solo la retorica e il modo di osservare la fabbrica, ma in definitiva il modo di essere stesso della letteratura. Infine Vittorini fissa come cardini progettuali di questo rinnovamento il trattare della vita di fabbrica unito allo scrivere a livello industriale, concludendo che la realtà industriale può prendere i suoi significati dal mondo degli effetti messi in moto a mezzo delle macchine.

Il «Menabò» dà il proprio contributo, forse determinate, alla trasformazione del mondo culturale italiano, alla nascita e al consolidamento della letteratura d’industria e interviene nella già lunga storia della letteratura italiana d’alienazione. I testi letterari di Sereni, Ottieri, Pienotti, Davì e Giudici presenti in questo quarto fascicolo vengono presentati come la riprova di qualcosa che ancora non c’è, di un vuoto da colmare.

La scoperta e la presa di coscienza di ciò che cambia nella società italiana aveva avuto una prima manifestazione con alcuni romanzi di Ottieri come: Tempi stretti (1957) e Donnarumma all’assalto (1959) e di Luigi Davì con Gymkhana-Cross (1957). Grazie al vivace dibattito innescato da Calvino e Vittorini sulle pagine della rivista che diressero si creò realmente una letteratura industriale che non fu una mera moda di scrittura, bensì una autentica linea di discrimine nella letteratura italiana del dopoguerra. Nel giro di pochi anni, come si sa, sarebbe uscito il meglio della letteratura sull’alienazione da lavoro industriale come: Memoriale (1962) di Paolo Volponi, Tempi stretti e La linea gotica di Ottiero Ottieri (1957 e 1962).

Benché Vittorini nel suo saggio introduttivo non dia particolare importanza al trattare la vita di fabbrica dall’interno, va detto che le migliori opere nacquero dall’esperienza diretta di alcuni scrittori.

Il mondo della fabbrica è un mondo chiuso. Non si entra e non si esce facilmente. Chi può descriverlo? Quelli che ci stanno dentro possono solo darci dei documenti, ma non la loro elaborazione. […]L’operaio, l’impiegato, il dirigente, tacciono. Lo scrittore, il regista, il sociologo, o stanno fuori e allora non sanno; o, per caso, entrano, e allora non dicono più.[7]

Molti scrittori ebbero l’opportunità di lavorare in una grande azienda dell’epoca agevolando il contatto fra fabbrica e letteratura. Fu Adriano Olivetti a permettere a molti intellettuali del tempo, fra i quali Ottieri e Volponi, di fare esperienza diretta della seconda rivoluzione industriale.


[1] E. Vittorini, Industria e letteratura, in «Il Menabò di letteratura», 1961, n. 4, Torino, Giulio Einaudi editore, p. 13.

[2] Ivi, p. 18.

[3] Ivi, p. 14.

[4] Manacorda, op. cit., p. 448.

[5] Il nodo problematico della resa artistica della tematica industriale, ad ogni modo, non fu sciolto e sul numero seguente del «Menabò» Calvino sosteneva il discorso saggistico rispetto alla rappresentazione oggettiva e mimetica della narrativa di fabbrica.

[6] G. Bárberi Squarotti e C. Ossola (a cura di), Letteratura e industria, Atti del XV congresso A.I.S.L.L.I. (Torino, 15-19 maggio 1994), Vol. II, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 1997, p. 847.

[7] O. Ottieri, Taccuino industriale, in «Il Menabò di letteratura», 1961, n. 4, Torino, Giulio Einaudi editore, p. 21.

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2 commenti leave one →
  1. venerdì 18 maggio, 2012. 20:12

    davvero molto interessante, stavo cercando proprio un approfondimento del genere. grazie

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