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Letteratura industriale: l’approccio documentaristico di Ottiero Ottieri

giovedì 26 agosto, 2010.

Il 23 aprile 1955, inaugurando la fabbrica di Pozzuoli, Adriano Olivetti pose a se stesso e ai presenti una domanda fondamentale:

Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi fini semplicemente nell’indice dei profitti? O non vi è, al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione anche nella vita di fabbrica?[1]

Prendeva così forma la sua utopia anche nel mezzogiorno, rappresentata dalla fabbrica sul mare, disegnata dall’architetto Luigi Cosenza tra i pini, bassa e leggera, aperta su cortili e terrazze, dove avrebbe lavorato, poco dopo, Ottiero Ottieri. Nato a Roma nel 1924 e laureatosi in lettere a soli 21 anni Ottieri si mostra subito interessato a temi quali la sociologia e la psicologia. Nel 1948 si trasferisce a Milano lavorando prima nell’ufficio stampa per la Mondadori e in seguito come direttore della rivista mensile di divulgazione scientifica «La scienza illustrata». Conosce così un mondo diverso, quello della tecnica correlata all’industria del primo dopoguerra, dei difficili rapporti umani fra l’operaio e la macchina e del lavoro alienante della fabbrica.

Nel 1955 viene chiamato da Adriano Olivetti e gli viene offerto di lavorare a Pozzuoli come consulente alla selezione del personale. Da quest’esperienza nacquero: Tempi stretti (1957), Donnarumma all’assalto (1959) e La linea gotica (1962).

In Donnarumma all’assalto, il suo romanzo più conosciuto, si possono individuare i temi più caldi dell’industrializzazione imperante. Il punto di vista è quello del tecnico della seconda rivoluzione industriale, in questo caso lo stesso Ottieri. Il protagonista è un’intellettuale cui viene affidato il compito di selezionare le assunzioni in una grande industria del nord che ha aperto uno stabilimento presso Napoli. Adriano Olivetti cercava di contrastare la forte emigrazione di lavoratori dal meridione per evitare lo sradicamento d’intere famiglie. Questa è la matrice profonda del pensiero di Olivetti: il lavoro industriale dovrebbe incivilire e dovrebbe unire e non dividere.

Donnarumma all’assalto narra dunque, diaristicamente, le vicende umane e professionali di un capo ufficio assunzioni, impegnato a vagliare, attraverso i metodi della psicotecnica, di provenienza americana, le poche centinaia di operai necessari a svolgere con un sufficiente grado di abilità le lavorazioni in serie della produzione razionalizzata. Il primo motivo di contrasto è proprio quello fra questa fede nella razionalità umana e la sua negazione, rappresentata dalla vitalità prerazionale, la forza istintiva e lo slancio quasi animalesco di Donnarumma, un candidato all’assunzione ed epigono del sottoproletariato meridionale. Ben presto il protagonista realizza amaramente come

selezione scientifica e disoccupazione si negano. La selezione potrebbe avere anche un valore umano, se la domanda e l’offerta di lavoro stessero in equilibrio; la selezione sarebbe un orientamento, anche per loro, una scala di attitudini relative, non di meriti assoluti.[2]

Emerge quindi un altro dei temi dolenti del periodo: la disoccupazione del mezzogiorno. Ottieri è tra i primi a cogliere la drammaticità del contrasto tra il progresso tecnico e materiale e l’arretratezza culturale del sud Italia. La razionalità non era presente solo nei processi di assunzione, ma anche nella fabbrica e anche qui manifestava inesorabilmente le sue contraddizioni: “qui lo stabilimento lucido, razionale, ha le sue viscere molli e sporche.”[3]

Donnarumma, che compare solo nella seconda parte della narrazione, rappresenta l’estraneità totale al sistema, egli vuole essere ricevuto senza aver riempito il modulo di assunzione. Pretende il lavoro non per le sue capacità, ma per il fatto stesso di esistere, di essere vivo. Di fronte a lui l’intellettuale che si è affidato alle verità della scienza si trova disarmato, sconfitto e in definitiva non sa più che fare. Questo punto di vista razionalistico viene ben espresso dalla forma diaristica e da una riduzione al minimo dei dati relativi alla trasposizione romanzesca, tanto da poter essere definito un primo approccio riflessivo, documentaristico e problematico della realtà della fabbrica. Marco Forti nel «Menabò» sottolineava la forma saggistica di quest’opera, inquadrandola in una sorta di diario «in pubblico» scevro da qualsivoglia analisi sentimentale da parte dello scrittore.[4]

Nonostante questo punto di vista dall’alto, durante tutto il racconto si manifesta sempre più drammaticamente la divisione del personaggio fra la sua scienza professionale e la fiducia nei suoi metodi e l’impressione che questa sia solo una goccia nel mare. A una generale condivisione nei valori olivettiani si sovrappone una crescente dimensione di partecipazione morale. Gradualmente Ottieri abbandona lo stile documentaristico per inserire molta più narrazione seguendo le vicende personali dei vari Accettura, Dattilo, Ugo, Papa, Bonocore e tanti altri che diventano man mano protagonisti. L’introduzione di uno stile più poetico rimarca ancora una volta l’adesione morale agli sconfitti, quasi che non sia più possibile raccontare in maniera documentaria una realtà operaia per la quale ormai si parteggia. Gli sforzi profusi da Olivetti per una dimensione umana dell’industria risultano velleitari agli occhi dell’autore, consapevole alla fine della separazione di questi due mondi: da un lato il dirigente e dall’altro l’operaio sfruttato, represso e disumanizzato.

Emerge infine anche una critica al proprio ruolo nel momento in cui cadono le speranze e le illusioni che si erano coltivate al principio:

forse negli ultimi tempi la fabbrica era troppo una casa. Moriva il significato politico di essa, come esperimento di industria moderna del mezzogiorno, come accensione di una nuova vita operaia: non la giudicavo più, non mi sdegnavo più, preso dal suo giro, affondato nel suo fascino quotidiano. […]È pericoloso ammalarsi di aziendalismo. L’aziendalismo è l’amore umano, inevitabile ma orgoglioso al proprio lavoro, al marchio di fabbrica; ma anche rinunciare a capire, a confrontarsi con altri marchi di fabbrica e a partecipare a una vita più larga. L’aziendalismo è il rifugio da una società cui non si crede, in cui non si spera più.[5]

Non a caso quando Olivetti propone a Ottieri di rimanere a Pozzuoli come direttore del personale della fabbrica, questi rifiuta sostenendo di non avere abbastanza tempo per scrivere. In realtà Ottiero Ottieri si era già scontrato con le contraddizioni insite nel suo ruolo di intellettuale prestato all’azienda. In una lettera rinvenuta negli archivi dell’azienda si scopre così che un dirigente, Innocenti, al quale era stato sottoposto il libro, bocciò Donnarumma all’assalto. Ottieri spiegò di non aver tradito il segreto professionale e l’azienda, sostenendo che il suo era un materiale più collettivo che di casi personali, più sociale che individuale.

Ogni colloquio doveva essere una faccia anonima, direi intercambiabile, dell’unico problema: la disoccupazione e il desiderio del lavoro, e il nostro potere limitato, ma importante, di risolverlo. Ogni personaggio mi appariva un esempio denunciatore di tale problema, senza segreti perché la disoccupazione non è un segreto.[6]

Fu Adriano Olivetti a darne il via libera per la pubblicazione.


[1] M. P. Ottieri, Nella fabbrica di «Donnarumma all’assalto», in “l’Unità!, 13 maggio 2005.

[2] O. Ottieri, Donnarumma all’assalto, Milano, Garzanti, 2004, p. 37.

[3] Ivi, p. 31.

[4] M. Forti, Temi industriali della narrativa italiana, in «Il Menabò di letteratura», 1961, n. 4, Torino, Giulio Einaudi editore, p. 224.

[5] Ottieri, op.cit., pp. 224-225.

[6] O. Ottieri, Donnarumma, la censura mancata, in “Corriere della Sera”, 25 luglio 2008.

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