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Biografo e biografia: la vita di Gabo

martedì 31 agosto, 2010.

Quando Gabriel García Márquez domandò a Gerald Martin, 20 anni fa a Cuba, perchè voleva scrivere la sua biografia se non era ancora morto, l’autore di Gabriel García Márquez: A Life rispose: “Ho già tutto pianificato. Scriverò un’apologia nella prima versione, ma dopo la tua morte farò una versione revisionista, più negativa.” García Márquez sussultò, naturalmente, soprattutto perché lui ha terrore della morte.”

Con il suo umorismo inglese, Martin racconta gli aneddoti di questa biografia, l’unica “tollerata” dall’autore colombiano. La prima intervista al Nobel doveva durare 10 minuti, si estese a 3 ore e terminò in un bordello. “Passai una prima prova in cui lui scoprì che io conoscevo bene l’America Latina, che non avevo una visione europeizzante”, dice l’accademico specialista di letteratura latinoamericana. Il suo libro, più di 700 pagine (di cui ne sono rimaste fuori circa 300), “è una specie di radiografia della storia di questo continente nell’ultimo mezzo secolo”, al quale dedicò due decadi per ripercorrerlo, incontrarsi con il suo oggetto di studio, visitare luoghi e confermare dati e fatti.

Il libro ha suscitato polemica per la stretta relazione fra García Márquez e Fidel Castro. Però il biografo non ha dubbi nel definire entrambi personaggi fondamentali nella storia latinoamericana del XX secolo. “García Márquez ha il potere di annunciazione e l’amore del popolo. Latinoamerica si identifica in lui; ha il potere di attrarre politici e celebrità e in più mantiene una relazione con la cultura popolare della sua epoca.” Per Martin, l’autore di Cent’anni di solitudine è emblematico come la sua opera: ” la sua popolarità ha restaurato la fede nella letteratura, nella parola, nei racconti, nell’immaginazione.” E rappresenta un mito paragonabile a Chaplin: “Dell’uomo divenuto ricco senza mettersi contro i poveri che, al contrario, lo celebrano come uno di loro. E questo mito dal finale felice è ciò di cui ha bisogno l’America Latina.” Quindi chiarisce: “Più del mito dell’uomo tropicale, García Márquez è un uomo lavoratore e tremendamente disciplinato.” Al di la di questo, però si riferisce al colombiano come “un uomo molto sensibile e complesso; timido e il più ardito che ho conosciuto; un uomo che riconcilia dentro di se varie contraddizioni che sa utilizzarle per scrivere, invece di esserne vittima. E’ riuscito a utilizzare i propri dolori e traumi, – come lo è stato l’abbandono di sua madre- e tutta la sua esperienza, per costruire una grande opera.”

Alla fine della chiacchierata, la storia dei 20 anni di lavoro del biografo destano tanta curiosità tanto quella del suo personaggio. E Martin sembra chiaro: la sua esperienza personale, i cammini percorsi per incontrarsi con García Márquez, con i suoi amici e gli esseri a lui vicini, sono parte de questa radiografia latinoamericana che è rimasta fuori: “Questo -dice il biografo- si trova nelle pagine non presenti e  che racconterò nel prossimo libro.”

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