Skip to content

L’alienante lavoro di fabbrica: i nuovi schiavi di Paolo Volponi

lunedì 27 settembre, 2010.

A pagina 55 del suo romanzo d’esordio Devozione, Antonella Lattanzi scrive:

Le ombre del soffitto sono la faccia di Annette, il male che le sta facendo adesso. Nikita si sente Albino Saluggia nel Memoriale di Volponi: un uomo che dialoga con un indiano sul muro. L’indiano sul muro è una macchia di umidità, e l’uomo lo sa, ma allo stesso tempo sa che si tratta di un vecchio indiano.

Ignoravo l’esistenza di Memoriale e francamente non so quanti lo conoscano, ma è il più bel romanzo che ho letto in questo 2010.

Paolo Volponi, nato a Urbino nel 1924, frequentò gli studi classici e nel 1947 si laureò in legge nell’Università della città natia. Durante gli anni della guerra partecipò alla resistenza e nel 1950, grazie al critico Franco Fortini, conobbe Adriano Olivetti. In quello stesso anno entra a far parte dell’azienda, prima per un ente esterno che si occupava dei soccorsi per i senza tetto e in seguito, nel 1956, come direttore dei Servizi Sociali aziendali, un vasto complesso di attività a tutela del lavoratore anche con iniziative in campo culturale.

Volponi, come Ottieri, prende spunto dall’esperienza in azienda per le sue opere che hanno come tema principale il rapporto uomo/fabbrica e il ruolo dell’industria nella società contemporanea. Dopo diverse raccolte di poesie, pubblica nel 1962 Memoriale la sua prima opera narrativa.

Memoriale narra le vicende Albino Saluggia, ex-prigioniero in Germania durante l’ultima fase della seconda guerra mondiale, assunto da una grande industria del nord e vittima dei suoi mali e di quelli inflittigli dalla fabbrica. A Saluggia viene diagnosticata la tubercolosi polmonare durante le visite mediche per l’assunzione. Nonostante ciò entra in fabbrica, ma il suo caso viene costantemente seguito.

Fu il primo segno che non ero perdonato, il primo di tanti segni che la fabbrica non perdona; non perdona chi è solo, chi non si arrende al suo potere, chi crede alla giustizia umana e invoca la sua clemenza; la fabbrica non perdona gli ultimi.[1]

L’attesa prima e la gioia poi di essere assunto nella fabbrica si rivelano presto effimeri, i suoi mali, specie quello dell’anima e un’ostinata solitudine, ricompaiono più mortificanti di prima. Saluggia inizia la sua discesa in un dramma di follia paranoica che non risolve il patetico rapporto di odio e amore che ha nei confronti della fabbrica e “reso ancor più ambiguo e struggente dal fatto che egli è […]dalla parte della ragione, ma è anche un pazzo a cui la ragione non può essere riconosciuta.”[2]

Albino Saluggia, come Donnarumma, rappresenta l’individuo irriducibile al sistema dell’industria, una resistenza che alla fine prende la forma della malattia. Il disagio prende quindi la forma dell’alienazione, venendo a costituire una nuova variante operaia della malattia borghese già rappresentata nella Coscienza di Zeno di Italo Svevo. Alla solitudine fuori dalla fabbrica, rappresentata da un’ostilità crescente nei confronti della madre, si sovrappongono le relazioni vuote ed effimere nella fabbrica, specchio di un mondo che ha disimparato a parlare e a conoscersi.

Il protagonista di Memoriale perseguitato da un complesso autopunitivo e inibito sessualmente giunge così a vedere nella fabbrica il suo nemico irriducibile: “la fabbrica con tutta la sua organizzazione si era messa in moto contro di me.”[3] Attraverso la mania di persecuzione di Albino Saluggia, viene così a galla l’alienazione quale effetto del lavoro di fabbrica e dato fondamentale di ogni attività d’indagine industriale da parte della letteratura. Sotto l’apparente razionalità della fabbrica si agita la realtà alienata e convulsa del protagonista segnato da una diversità e una irregolarità che lo contrappone violentemente al sistema e ai meccanismi spietati della società del boom economico, isolandolo ancor più nella sua follia.

Un altro tema fondamentale che ricorre nelle pagine di Memoriale è il passaggio dalla condizione contadina a quella operaia. Frequenti sono le descrizioni del paesaggio canavesano tra la Serra, i laghi e la Valle d’Aosta La campagna assume un ruolo salvifico in opposizione alla natura ostile che assume la fabbrica: “in fabbrica germoglia il seme dell’indifferenza verso Dio.”[4] Quando ormai Albino si sente vinto dalla congiura dei medici e la sua sfiducia diviene totale, il suo unico desiderio diviene quello di tornare in campagna a lavorare la terra, ma ormai è già inesorabilmente sconfitto e consapevole che nessuno può accogliere il suo grido d’aiuto.

Posteriore di quasi tre decadi all’opera su analizzata è il romanzo Le mosche del capitale (1989), influenzato dalle esperienze che Volponi ha avuto in quegli anni nel mondo industriale. In quest’opera è possibile scorgere la sintesi dei due mondi o delle due facce della stessa medaglia: quello operaio e quello dirigenziale. Se fin qui la critica si era rivolta principalmente all’industria e alla sua organizzazione atta a opprimere e sfruttare, ne Le  mosche del capitale il bersaglio diviene l’intero sistema capitalistico.

Ambientato nella metà degli anni Settanta del secolo scorso, Le  mosche del capitale rappresenta l’affermarsi del neocapitalismo che non solo vede una profonda ristrutturazione delle forme gestionali e decisionali all’interno dell’industria (concertazione, passaggio dal padronato a un capitalismo manageriale ecc.), ma realizza sul piano culturale profondi processi di integrazione ideologica tra capitale e lavoratori. Se la “condizione operaia” era stata il tema principe della letteratura sulla fabbrica, avvicinandoci ad anni più recenti il concetto stesso di “condizione operaia” si stempera in una nebulosa sociale di difficile definizione. La crisi di giustapposizioni ideologiche tradizionali è stata la diretta conseguenza di una terziarizzazione della società italiana. Le grandi ristrutturazioni industriali di quegli anni confondevano inoltre le divisioni tra aree “proletarizzate” del ceto medio e aree della classe operaia, un confondersi insomma tra white collars e blue collars che la società italiana fino agli anni sessanta percepiva come socialmente ben distinti.

Le vicende del dirigente industriale Bruto Saraccini, umanista e poeta, sono emblematiche di una miopia dirigenziale che ha ricadute non solo sul mondo operaio. Le sue idee di riforma democratica e progressiva dell’azienda si scontrano negli oscuri giochi di potere e promozione dell’impresa. Come Saluggia anche il dirigente Saraccini verrà deluso dal mondo delle macchine: illuso dalle potenzialità positive dell’industria sarà testimone di come il potere del capitale sia capace di fagocitare e asservire ai suoi interessi. Lo stesso Volponi sosteneva la necessità di umanizzare quanto più possibile l’industria come unica possibilità per contrastare i pericoli del potere del capitale.

L’opera presenta molte trasfigurazioni di personaggi e situazioni reali, dal protagonista identificabile nello stesso autore, alle due imprese per le quali lavora: la Fiat e la Olivetti. Mentre nelle opere precedentemente analizzate era possibile definire uno stile tipicamente documentaristico (Donnarumma all’assalto) e in seguito uno narrativo (Memoriale), in Le mosche del capitale sono presenti diverse parti digressive in assenza di narrazione, in questo modo l’autore può inserire delle riflessioni socio-filosofiche sul mondo industriale, economico e sulle condizioni della vita umana. Tale procedimento, tipicamente postmoderno al pari del cambio di persona nella voce narrante, è già sintomo di un mondo post industriale. Scompare la natura sia come mondo contrapposto all’apparato dell’industria, sia come luogo di rifugio per i personaggi-narranti. Le mosche del capitale può quindi essere considerato il termine ultimo della letteratura industriale, con il suo estremo tentativo di smascherare l’utopia del progresso tecnico quale portatore di benessere.

Negli anni Ottanta era terminata la possibilità di una interpretazione legata a criteri di mimesi realistica nella forma sociologica e introspettiva-memoriale, caratteristica della letteratura del boom economico. Una narrativa postmoderna ci offriva finalmente il ritratto di una società che accumula, consuma e ricicla oggetti, storia, e cultura tutto allo stesso modo.

La sconfitta dei personaggi presenti in questi romanzi trova quindi la sua corrispondenza nel sistema capitalista ormai irreversibile: “non ci sono più personaggi perché nessuno agisce come tale, nessuno ha un proprio copione. L’unico personaggio, è banale dirlo, è il potere.”[5]


[1] P. Volponi, Memoriale, Torni, Giulio Einaudi editore, 1981, p. 101.

[2] Manacorda, op. cit., p. 460.

[3] Volponi, Memoriale, cit., p. 103.

[4] Ivi, p. 117.

[5] Volponi, Le mosche del capitale, cit., p. 137.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: