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Prima di Gomorra una certa “associazione”

mercoledì 17 novembre, 2010.

Negli anni in cui fu scritto questo libro “il Governo non solo si disinteressava del fenomeno della mafia, ma esplicitamente lo negava”[1]. Era ad ogni modo, un problema di cui i soli siciliani potevano avere piena coscienza. Il giorno della civetta, invenzione letteraria del 1961, porta finalmente all’attenzione del grande pubblico questo antico male che ha saputo sempre rigenerarsi e che impiantato in altri luoghi ha avuto un fiorente sviluppo.

Il romanzo si apre con un delitto: Salvatore Colasberna, imprenditore di una piccola cooperativa edilizia, viene ucciso con due colpi di lupara, mentre sta per salire su un autobus per Palermo. I testimoni del delitto si eclissano furtivamente dalla piazza da cui stava partendo l’autobus. Prima dell’arrivo dei carabinieri già sono chiare le difficoltà che si troveranno ad affrontare: il silenzio, l’omertà, e la reticenza dei pochi testimoni ad ammettere anche le evidenze. Il parossismo è presto raggiunto quando i due fratelli e soci dell’assassinato vengono chiamati a testimoniare presso la Stazione dei Carabinieri e, anche se non colpevoli, nell’attesa si sentono minacciati dal luogo in cui si trovano, “niente è la morte in confronto alla vergogna”[2]. Il protagonista, il capitano Bellodi ex partigiano, repubblicano e settentrionale, non cede alla tentazione di trovare una spiegazione di comodo, ma è intenzionato a indagare a fondo. La direzione in cui muoversi è quella del lavoro della vittima, della concorrenza e degli appalti. Durante il colloquio con i fratelli Colasberna, il capitano fa chiaramente riferimento alla protezione offerta da una certa associazione. Servono le prove e i testimoni, ma i due fratelli sembrano indifferenti alle sorti dell’indagine, preoccupandosi solamente di uscire al più presto possibile e senza problemi dalla stazione dei carabinieri. Nel frattempo, la signora Nicolosi denuncia la scomparsa del marito che, dopo essere uscito di casa per recarsi al lavoro, non vi ha più fatto ritorno.

Le indagini del capitano proseguono con un confronto, all’apparenza di routine, con il confidente Calogero Dibella, un ex pregiudicato che ora fa il mediatore dei prestiti ad usura. Quest’ultimo rivela a Bellodi due nomi: Ciccio La Rosa e Rosario Pizzucco, possibili implicati nell’omicidio Colasberna. Uno sembra una pista falsa, l’altra no. Intanto, la scomparsa di Paolo Nicolosi è relazionata con l’omicidio. L’uomo, di professione potatore, uscendo di casa la mattina vede allontanarsi un uomo dal luogo del delitto. Riconosciutolo ne confida il nome alla moglie. Il nome giusto è quello di Diego Marchica, detto Zecchinedda, pregiudicato, bracciante disoccupato e assiduo giocatore. Quando perde, paga con somme di denaro di dubbia provenienza e dal fascicolo a lui intestato si evince subito che è un uomo che gode di alte protezioni. Intanto viene ucciso il confidente che “credeva la morte gli venisse per l’infamità che aveva fatta, che la conoscessero o la sospettassero, e non perchè, esplodendogli in pazzia la paura, avesse offerto di sé l’immagine del tradimento consumato”[3]. Questi, prima di morire, prevedendo ciò che gli sarebbe successo, ha inviato al comandante una lettera di commiato con i nomi di due personalità locali: Rosario Pizzuco e don Mariano Arena. Una rivelazione esplosiva.

Crescono lo stupore e la preoccupazione dei mafiosi e del mondo politico connivente, per le possibili conseguenze delle indagini di Bellodi. Maschere senza volto e senza nome,forse senza tempo, come voci fuori campo, rimangono gli onorevoli e le eccellenze che, nei caffè e negli ovattati salotti romani, parlano con un senso di superiorità e indolente onnipotenza di ciò che sta avvenendo in Sicilia e della personalità “continentale” del capitano non adatta agli “affari siciliani”. Ciò che colpisce e comunica un inerte senso d’impotenza è la contrapposizione fra le parole dei potenti destinate a diventare azione senza che il racconto possa seguirne lo sviluppo e le azioni calibrate, materiali e psicologiche, delle forze dell’ordine, azioni di cui conosciamo la causa, le motivazioni, lo sviluppo ma, che sono destinate a non trovare un atto conclusivo.

Dopo il fermo di Marchica e Pizzuco, il capitano Bellodi procede con gli interrogatori; grazie a un falso verbale del Pizzuco, il Marchica è incolpato degli omicidi di Colasberna e Nicolosi, per di più lo si accusa di aver agito in proprio, senza mandanti. Il capitano ha letto bene la psicologia del criminale che, di fronte all’accusa infamante, non può che rispondere con la stessa moneta e, sconvolto, decide di dire la sua verità. Si conferma colpevole dell’assassinio di Colasberna, per il quale era stato pagato dal mandante Pizzuco. Per quanto riguarda  Nicolosi, poi, sa solo di averlo incontrato subito dopo l’omicidio e di essere stato da questi riconosciuto. Per questa ragione sarebbe stato in seguito ucciso, su iniziativa di Pizzuco, il quale, venuto a conoscenza delle parole di Marchica, fornisce una nuova versione, scaricando di fatto su di lui ogni responsabilità. Entrambi, però, negano la partecipazione di altri “ignoti” ai due omicidi.

Viene ritrovato il cadavere di Nicolosi. Intanto dei personaggi anonimi, lontani da dove si svolgono le indagini, lavorano per smontare tutte le accuse così che don Mariano Arena, capo mafia saggio e “galantuomo” dalle provate amicizie, uno a cui “non mancava niente, dalla a, abigeato, alla zeta, zuffa”[4], non sia coinvolto. Don Mariano è il paradigma del personaggio di mafia, esempio del sentire mafioso fatto di disprezzo per lo Stato e le istituzioni, di atavica esperienza della vittoria della forza della sopraffazione sul diritto, dell’omertà intesa come valore. E’ un uomo anziano, poco istruito e con una forte personalità che gestisce il suo potere con arroganza e prepotenza.  Usa le le persone che gli stanno attorno senza scrupolo morale. Per lui la vita umana non ha alcun valore e meno ancora lo hanno i sentimenti.

La “resa dei conti” è proprio nell’interrogatorio del capitano Bellodi a Don Mariano. I due incarnano, rispettivamente la legge e il crimine, due culture e due storie diverse. Questa tale differenza li connota completamente in modo oppositivo. Il capitano, sempre attento a non lasciarsi andare all’abuso del potere di cui è stato investito contro il capo mafia assolutamente consapevole del suo potere e dell’omertà che lo circonda. Bellodi è certo ormai di avere di fronte il mandante di tutti gli omicidi (alla fine risulteranno tre colpevoli per tre omicidi), ma non riesce a farlo crollare, neanche quando sposta l’attenzione sulla provenienza e l’ammontare dubbio del suo patrimonio. Vagheggia di poterlo incastrare sulla base delle sue inadempienze fiscali così come era accaduto in America con Al Capone. Il lungo interrogatorio raggiunge il suo apice quando don Mariano offre al capitano la sua personale visione dell’umanità e, quando afferma che Bellodi è un uomo, questi gli ricambia l’apprezzamento in una sorta di saluto delle armi. Il faccia a faccia procede, ancora, in maniera oscillante fra gli avvenimenti contingenti: come i crimini di cui si potrebbe accusare il capo mafia e la sua visione della legge e della verità. Un dialogo allusivo, non chiaro e pieno di sottintesi, nel quale don Mariano elude tutte le domande del capitano, e ostenta una sicurezza che si incrina solo di fronte alla rivelazione dell’ammissione di colpevolezza di Diego Marchica.

Finito l’interrogatorio, la scena si sposta prima a Roma e poi a Parma, senza più far ritorno in Sicilia. A Roma si apprende dai giornali che il procuratore della Repubblica ha reso effettivi gli arresti di Marchica, Pizzuco e Arena e due anonimi personaggi siciliani, di cui si sa solo che erano “insieme, un pezzo di questione meridionale”[5], sono, invece, invitati da un onorevole a una seduta parlamentare sui i fatti di sangue avvenuti sull’isola. La seduta alla Camera dei Deputati, come ci rivela l’autore nell’Avvertenza finale, è sostanzialmente vera. Ci viene proposta attraverso gli occhi dei due siciliani, apparendo in tal modo ancor più caricaturale nella sua inutilità. Un ultimo stacco ci porta a Parma, città di Bellodi, dove il personaggio si trova per un mese di licenza. La Sicilia è lontana geograficamente ma, non nei suoi pensieri. Dai quotidiani locali che gli inviano, apprende che tutto il castello di accuse sul quale aveva lavorato è stato facilmente smontato da un alibi falso e da testimoni inattaccabili spuntati dal nulla. La nuova pista è quella più volte paventata come la strada più semplice: il delitto passionale. Sono stati fermati, infatti, come capri espiatori, la vedova Nicolosi e il suo amante. “In Sicilia, pensava il capitano, bisognava non cercare la donna: perchè si finiva sempre col trovarla, e a danno della giustizia”[6]. Bellodi si sente avvampare di collera, ma è contento di essere tornato a casa, di incontrare di nuovo i vecchi amici, ritrovando quell’atmosfera cordiale e leggera che da tempo non provava. Lo lasciamo con la testa ancora rivolta alle “cose di Sicilia” e, nonostante una specie di amore-odio nei confronti dell’isola e il trovarsi in una realtà molto più rassicurante, si promette ostinatamente di tornarci.

Pur essendo un eroe sconfitto, il capitano Bellodi è la figura positiva del romanzo, con la quale è facile identificarsi. L’impegno nel lavoro, la sincerità, la fermezza, la capacità nel condurre gli interrogatori, sono tutte qualità che lo fanno apprezzare molto dal lettore. Inoltre la sua personalità è più volte notata dagli stessi indiziati o interrogati. In tutto il romanzo nessuno si permette di dare un giudizio negativo o sarcastico nei suoi confronti. Nel romanzo è sensibile la contrapposizione tra l’ambiente siciliano omertoso, corrotto, violento, corale e questa personalità positiva, perdente e solitaria.

L’epilogo, certo non comune, della vicenda sovverte sostanzialmente la tradizionale struttura del giallo in cui il lavoro di ricostruzione del detective porta al disvelamento della verità ristabilendo così l’ordine. In questo romanzo, al contrario, alla verità si giunge abbastanza facilmente. Già dopo le prime dieci pagine sono chiari i moventi. Purtroppo la verità rimane sepolta, abilmente ammantata dalla fatalità degli uomini, alla quale nessuno può opporsi. Disilluso, forse disincantato e tenace, tutt’altro che arrendevole e pessimista, come conferma lo stesso autore, questo è uno dei pochi scritti sulla mafia in cui non si realizza un ritratto (subdolamente) apologetico. Nonostante ciò, è la mafia a vincere. Sciascia ne fa motivo d’ispirazione civile e morale e la definisce “una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta[7], che non nasce e si sviluppa in un vuoto dello Stato, bensì al suo interno. La forza anticipatrice di questo romanzo, oltre ad essere evidente nel fatto che quando fu scritto mancavano ancora tre anni all’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare sulla mafia, è data dalla misura in cui ha ispirato tutti quei personaggi che si sarebbero trovati in futuro a combattere la mafia, “tutti gli eroi antimafia che l’Italia ha conosciuto”[8]. Con questo libro si chiude quella fase della letteratura impegnata ancora rivolta al fascismo e alla guerra, e si getta, per la prima volta, uno sguardo alle nuove emergenze e ai nuovi protagonisti. Nella Sicilia di quegli anni, non sono più le lotte contadine ad essere al centro dell’attenzione, ma diventa focale la lotta alla mafia, dentro e fuori i confini dell’isola.


[1] Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Milano, RCS Editori 2002, pag. 141.

[2] L. Sciascia, op. cit., pag. 26.

[3] ibidem, pp. 66-67.

[4] L. Sciascia, op. Cit., pag. 104.

[5] L. Sciascia, op. Cit., pag. 124.

[6] L. Sciascia, op. cit., pag. 107.

[7] L. Sciascia, op. cit., pag.143.

[8] ibidem pag.8.

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