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Il bisogno incandescente di un quotidiano, schifoso inferno

martedì 28 dicembre, 2010.

È possibile parlare della tossicodipendenza dopo aver realizzato un importante making of senza scadere in uno sterile documentario?
La risposta è senz’altro si stando alle pagine di Devozione, primo romanzo di Antonella Lattanzi.
Nikita e Pablo sono due tossicodipendenti di 26 anni che vivono, sopravvivono e si trascinano per le strade e i quartieri di Roma nell’estate del 2006. Pablo è uno studente calabrese, vive nello studentato De Lollis che rischia di perdere a ogni esame. Nikita, il vero centro della narrazione, è una ragazza di Bari, rotta a tutte le esperienze eppure con ancora capace di bricioli di umanità, di pulsioni e soprattutto di amare. Vive in un mondo di ricordi e fantasia che oscilla perennemente fra l’universo dei suoi affetti familiari, la sorella, l’amante e i tossici che ha conosciuto durante i suoi anni di “militanza” e il mondo dei libri, la letteratura e i suoi personaggi. Il sogno di Nikita è quello di scrivere, perché quando lavora al suo romanzo

Pure la rota perde un po’ del suo potere.
Ogni cosa, il male, il cuscino, le ossa, spararsi, l’amore – persino l’amore – la prende la voglia di scrivere, l’annienta la voglia di scrivere. L’unico posto in cui l’eroina non può raggiungere il sangue. La pagina scritta è la dittatura della mia mano: io ordino la dittatura ferrea della scrittura come salvazione.

I due cercano ad ogni modo di sfuggire all’astinenza. Il loro unico scopo è quello di tirare su  i soldi necessari per comprare altra eroina. La tossicodipendenza da eroina qualcuno sostiene non sia più di moda. Un tempo imperversavano film e libri sul tema, pubblicità. Adesso sembra dimenticato come fosse scomparso per sempre, un problema rimosso. Cosa è cambiato? Forse la composizione sociale o la visibilità che avevano i fantasmi dell’eroina nelle strade e nelle piazze. Nikita e Pablo vengono da famiglie di classe medio borghese, fratelli e sorelle istruiti e già “arrivati”, eppure a loro cosa è mancato. Dove c’è stato quello scarto irrimediabile dai binari delle loro vite normali?

Alla ricerca disperata dei soldi necessari per l’eroina, i due inciampano in una serie di errori di valutazione, portandoli al sequestro di una giovane francese. La lucidità che manca nelle loro esistenze si ripercuote violentemente sulla loro capacità di giudizio. Anche la scrittura si fa a tratti sperimentale e collosa a sottolineare i momenti di sconnessione e il tempo sclerotizzato che vivono menti ormai ottenebrate da questa laica devozione.

Da quel punto in poi Pablo diventa uguale a Nikita e a tutti i tossici. Esiste-solo-l’eroina. Da quel punto in poi, le vene diventano la parte del corpo che conosci più di tutto. E poco dopo comincia quella cosa che tutti i tossici conoscono: un rapporto quotidiano, consueto con la morte. La morte te la vedi accanto ogni minuto. La morte sta in ogni pensiero che ti fai. Poi comincia quella cosa: che alla morte nemmeno ci pensi più. Che non ci vuoi pensare. Che scegli l’eroina, tra la vita e la morte, ma neanche te ne accorgi tanto non lo vuoi sapere. Che gli amici morti sono più di quelli vivi. Che l’overdose è il tuo destino, e il tuo destino sta per compiersi, e il tuo destino sta per compiersi, e il tuo destino sta per –

Quello che per i protagonisti sembra un paradiso, o al più un purgatorio, per il lettore diviene un autentico girone dantesco dove vi è redenzione e dove la punizione viene eternamente ripetuta. La dipendenza di Nikita viene squarciata dalla voglia non-voglia, odi et amo per una vita normale, quella che ha la sorella Clodia. Questi momenti vengono bilanciati dall’amore omosessuale che la protagonista ha nei confronti di Clara, la femme fatale che l’ha introdotta all’eroina e che probabilmente le ha trasmesso l’epatite. A volte neanche la fantasia può mettere in salvo Nikita dall’inferno in cui l’ha costretta la sua coraggiosa ideatrice.

Nikita ha deciso che il romanzo a cui sta lavorando in questi giorni dev’essere gioioso. Parla di Antonella, una ragazza che ha una vita serena, il mare, tanti cani. Da grande Antonella, come Nikita, vuole fare la scrittrice. Come Nikita, Antonella viene da Bari, vive a Roma, e ha studiato danza. Antonella non si è mai drogata, ma sente una specie di fitta nella pancia. Come Nikita, Antonella è stata alla Montagnola di Bologna, ma per comprare un vestito anni Settanta al meractino. Nikita l’ha iniziato da un bel po’, questo romanzo: il problema è che l’eroina le impedisce spesso di lavorarci.

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One Comment leave one →
  1. pier paolo permalink
    martedì 28 dicembre, 2010. 16:07

    …anche senza esperienza diretta…ma vivendo per anni con chi…questa esperienza ha portato alla fine di una vita..(troppe vite della mia giovinezza)…potrei dire che… anche se solo esternamente…ne vedo l’anima che chiede di essere salvata….di essere non abbandonata…anche se ormai il suo involucro corporeo..ha un destino dattato…

    l’anima è il suo desiderio di lasciare…un riccordo scritto…un testamento che..sia di tutti…dove non regala beni e richezze…ma una continua lotta… contro la solitudine dell’esperienza droga…che predomina sule azioni e i desideri…sull’amore delle cose e delle persone…sul giornaliero esistere senza un futuro….

    ogni storia vissuta…dai personaggi di questo mondo…è singola nella sua personale esperienza…anche se accomuna un mondo tragicamente universale…ognuna di queste storie ha un DNA esclusivo…non accomulabile con altre storie…ogni anima nella sua sofferenza è unica….

    spero e auguro che abbia la forza…per mezzo della narrazione…di sperare in un qualcosa di positivo…anche fosse solo una goccia d’amore per se stessa …

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