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Sciascia e il dramma della giustizia

mercoledì 19 gennaio, 2011.

Una storia semplice arrivò nelle librerie agli inizi di novembre del 1989, che Leonardo Sciascia si stava ormai spegnendo. Morirà il 20 di quel mese e questo lungo racconto, scritto nella lunga stagione della malattia e della solitudine, può essere considerato il suo testamento.

Nei brevi capitoli che si susseguono ritroviamo tutti i temi cari allo scrittore. Siamo nell’entroterra siciliano e, ancora una volta, i protagonisti sono gli uomini delle forze dell’ordine. Un sabato sera, durante una festa paesana, Giorgio Roccella telefona alla polizia richiedendo il loro intervento. L’uomo è un diplomatico in pensione che vive ad Edimburgo da circa quindici anni e la polizia, credendo in uno scherzo, decide di andare alla villa dell’uomo solo all’indomani. Il giorno dopo, infatti, una piccola pattuglia di polizia con a capo il brigadiere Antonio Lagandara si reca sul luogo. Qui scoprono che l’uomo che aveva chiamato è morto. All’apparenza si tratta di suicidio, come cerca di minimizzare il questore, ma il brigadiere non è dello stesso avviso. Sul caso lavorano in maniera parallela sia il corpo di polizia, sia l’arma dei carabinieri. Si cerca nel passato dell’uomo e fra le persone che aveva incontrato da quando era in paese. Giorgio Roccella era tornato nel suo villino per ritrovare alcune lettere di Garibaldi e Pirandello ed era stato visto da un suo vecchio amico, il professore Carmelo Franzò. Questi racconta che, la sera stessa della telefonata alla polizia, l’amico lo aveva chiamato sorpreso dal fatto che in casa sua ci fosse un telefono e un quadro che gli era parso di riconoscere in un famoso dipinto rubato. Prima che gli inquirenti possano compiere nuove ispezioni, però, un altro fatto di sangue sconvolge il paese: sono uccisi il capostazione e il manovale della stazione di Monterosso. L’unico testimone è un passante che si era recato alla piccola stazione su suggerimento del capotreno di un convoglio che era rimasto bloccato. L’uomo in seguito, ricercato dalla polizia e dai carabinieri, si consegnerà spontaneamente. Racconta agli inquirenti di aver visto tre uomini nella piccola stazione, di cui uno si era spacciato per capostazione, che stavano arrotolando un tappeto. L’uomo, nonostante la sua innocenza, viene trattenuto.

Nel frattempo, il colonnello e il questore fanno col magistrato inquirente il punto delle loro indagini, rimanendo entrambi sorpresi dalla scarsa intelligenza del magistrato. Le indagini proseguono con un colloquio con i due familiari  della vittima. Testimonianze assolutamente inutili queste, se non fosse per il figlio che riesce a indicare, in un prete, il custode della proprietà paterna. In una nuova ispezione al villino, il brigadiere, si accorge di alcuni dettagli: i catenacci, prima presenti all’ingresso dei magazzini, adesso sono spariti e in questi ambienti c’è un odore strano, nel piazzale ci sono i segni evidenti di manovre di automezzi. Una dichiarazione di colpevolezza in piena regola è, invece, l’abilità con la quale il commissario, che aveva asserito di non essere mai stato prima di allora nell’edificio, si muove e trova l’interruttore nel solaio. Per il brigadiere è ormai tutto chiaro e, nella strada per il paese, riaccompagnando il professore si confida con lui. Anche il commissario sa di aver commesso una leggerezza e ha intuito i pensieri del brigadiere. Il giorno dopo, in ufficio, facendo finta di pulire la sua pistola d’ordinanza, cerca di uccidere il brigadiere. Questi, prevedendo la mossa del suo superiore, riesce a schivare il colpo e a sparare a sua volta uccidendolo.

Negli ultimi capitoli si consuma, ancora una volta, il dramma della giustizia. Riuniti il questore e il colonnello, nell’ufficio del procuratore, discutono con il magistrato del caso. La verità è scottante e coinvolgerebbe un capo della polizia giudiziaria, l’unica soluzione è liquidare tutto come un tragico incidente.

Questo racconto lungo ha la struttura di una sceneggiatura già bella e pronta per un film e, infatti, nel 1991 lo diventò davvero. La velocità con cui si susseguono gli eventi, gli indizi, quasi non lascia il tempo al lettore di farsi un’idea diversa sui fatti. Costruita intorno a una struttura spoglia ma solida e su una catena di conflitti che diventano il motore della storia stessa, ci concede di riflettere solo, quando ormai tutto è stato deciso. In questa storia, dove l’autore ci torna a parlare di mafia e connivenza con le forze dell’ordine, non compaiono mai le parole droga e mafia. Tornano, però, ad essere questi i mali che affliggono la sua terra, mali che lo Stato non ha saputo o voluto combattere. Sono passati quasi trent’anni da Il giorno della civetta e nel mondo di Sciascia gli eroi sono praticamente svaniti e le possibilità che restano alla giustizia sono sempre più flebili. L’ultimo scritto finisce con l’assumere un sapore di bilancio e, con disillusione dopo le tante esperienze fatte, ci regala questo mondo approssimativo dove ancora esiste un’ultima possibilità di riscatto. Riscatto che è nell’intelletto, nella cultura e nella ragione dei protagonisti come il brigadiere Antonio Lagandara e il professore Carmelo Franzò. Gli altri personaggi sono tutte maschere, direttamente o indirettamente coinvolte nel complotto, perché mafiosi o semplicemente perché troppo sfiduciati nelle istituzioni e nella giustizia.

Il male, però, non abita solo la Sicilia: è globale. La Sicilia di Sciascia ci aiuta solo a capire meglio e più in fretta le cose. L’isola ci offre la rappresentazione di tanti problemi e contraddizioni, utili non solo a suggerire uno spaccato della società italiana, ma di una forza corrosiva tale da poter costituirsi come metafora del mondo moderno.

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