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Tante verità per il dramma di un “uomo solo”

venerdì 11 febbraio, 2011.

Leonardo Sciascia nel 1975 pubblica La scomparsa di Majorana, un’inchiesta storica dedicata alla fine misteriosa del celebre fisico catanese del gruppo Fermi Ettore Majorana.

Si tratta di un racconto-inchiesta, un genere che l’autore mostra di prediligere e che adotta anche per altri libri come: Morte dell’inquisitore 1964, fondata su documenti d’archivio relativi al monaco racalmutese Diego La Matina, condannato come eretico dall’Inquisizione spagnola, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel 1971, un piccolo libro dove si cerca di risolvere il mistero della morte a Palermo dello scrittore francese, I pugnalatori 1976, ambientato a Palermo nel 1862 ma, che è un chiaro riferimento alla “strategia della tensione” degli anni Sessanta e Settanta e L’affaire Moro 1978. I contorni di questo genere letterario risalgono a La storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, dal quale Sciascia riprende l’uso del documento letterario, giornalistico o d’archivio inserito e analizzato nel tessuto narrativo. Questo confronto con il documento e la testimonianza da interrogare senza preconcetti è ciò che affascina lo scrittore. Lo stile, anche in questa opera, è lapidario e raziocinante, chiaro e puntuale, pronto a farsi sottilmente ironico e a inalzarsi nella misura in cui il ragionamento si fa più sofisticato. Lo scrittore non disdegna un amaro sarcasmo nel momento in cui la verità si vede ostacolata e la ragione non viene ascoltata.

Partendo proprio dai carteggi dell’epoca, Sciascia ci mostra la nuda realtà dei fatti e dall’analisi di questi documenti ci propone la sua verità, per sua stessa ammissione multiforme e non univoca. Il libro si apre con una lettera di Giovanni Gentile indirizzata ad Arturo Bocchini, all’epoca capo della polizia, in cui il senatore esprime una calorosa raccomandazione affinché non si lasci nulla di intentato per la ricerca del fisico da poco scomparso. Sono i parenti, ovviamente, e le persone che hanno riconosciuto in Majorana il genio; come Fermi, a premere perché non si archivi il caso. La tesi che sostengono è quella che il professore si sia ritirato a vivere in un convento per un suo desiderio di solitudine. L’interessamento di personaggi pubblici di peso come il senatore Gentile non produce sostanziali cambiamenti nell’atteggiamento della polizia che, indotta dalle lettere che il professore ha lasciato prima di sparire, continua a vedere nel caso un semplice suicidio. Nel documento indirizzato alle questure di Palermo e di Napoli che richiede un supplemento di indagine, vi è insita una chiusura del caso, perché, tramite un linguaggio che “allude” e “prescrive”, è indicato anticipatamente il risultato scontato dell’indagine. A nulla servirà neanche l’interessamento dello stesso Mussolini, spinto più dalle suppliche della madre di Majorana che dalla lettera di Enrico Fermi.

Seguendo ancora le tracce che ha lasciato il grande fisico, Sciascia cerca di ricostruirne il carattere e la sua storia personale. Timido, schivo e inadatto, il giovane Majorana, dopo aver terminato senza difficoltà e con pieni voti i suoi studi alla Facoltà di Fisica di Roma, continua le sue ricerche all’interno dell’Istituto di Fisica di Via Panisperna. Qui entra in contatto con Enrico Fermi con cui si stabilisce un rapporto distaccato e critico a causa di un inconscio antagonismo.

Come tutti i siciliani buoni, come tutti i siciliani migliori, Majorana non era portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi (sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della cosca)[1].

All’interno del gruppo dei “ragazzi di Via Panisperna”, si distingue per la sua precocità e per il suo possedere, a differenza di altri, la scienza come un fatto di natura. Sciascia lo accosta ad altri precoci geni della letteratura come Stendhal che prima di riversare il frutto della loro mente  cercano di “trattenersi”. Così Majorana, nonostante avesse pensato e calcolato prima che Heisenberg la pubblicasse, la teoria, che da questi prese il nome, del nucleo fatto di neutroni e protoni, cerca di minimizzare la sua scoperta e, anzi, ne fa carta straccia. Ed è proprio dall’incontro con il fisico tedesco, promosso da Enrico Fermi, che si può notare un sensibile cambiamento nel carattere e nel comportamento di Majorana. Nel gennaio del 1933 si reca a Lipsia dove entra in contatto con molti fisici del nord, ma stando alle lettere che invia alla madre, è proprio Werner Heisenberg a colpirlo maggiormente con la sua simpatia e disponibilità. Dei numerosi colloqui che i due hanno avuto ovviamente non ci restano testimonianze, certo è che avranno parlato di fisica nucleare e, con ogni probabilità, delle implicazioni etiche e morali che apportano alcune scoperte,

Heisenberg viveva il problema della fisica, la sua ricerca di fisico, dentro un vasto e drammatico contesto di pensiero. Era per dirla banalmente, un filosofo.[2]

L’autore, proprio qui, comincia a gettare luce su quello che potrebbe aver percepito l’animo sensibile e la mente geniale di Majorana. Sicuramente il fisico, come i grandi dell’antichità, non era alieno a speculazioni filosofiche, tutto sta nel comprendere quanto può aver intuito, o quanto può essere stato intimorito dai confini della fisica cui si sentiva prossimo. Confini in cui lui potrebbe aver visto un baratro per umanità.

Majorana, tornato a Roma in agosto, ricerca volontariamente una solitudine quasi eremitica. Laura Fermi attribuisce il suo cambiamento nella maniera di frequentare l’Istituto di Fisica, al tragico processo intentato contro uno zio del fisico, ma i fratelli lo escludono nel modo più deciso. Per quattro anni raramente esce di casa, ad un certo punto smette di andare all’Istituto e con le poche persone con cui parla evita accuratamente ogni discorso sulla fisica. Questo rifiuto nei confronti della fisica per Sciascia, non dimostra che l’aveva abbandonata, ma che ne era ancor più ossessionato. Da molte testimonianze risulta, infatti, che scrivesse per ore, ma di tutte quelle carte resteranno solo due brevi scritti. Probabilmente distrusse tutto ciò che aveva scritto poco prima di scomparire. Molti pensarono allora ad un esaurimento nervoso, però, il fatto che di lì a poco partecipasse al concorso per la cattedra di Fisica Teorica, smonta questa ipotesi. Non furono Fermi e gli altri amici ad indurlo a partecipare, come da parte accademica hanno voluto far credere. Fu, invece, una sorta di scherzo che il fisico volle giocare nei confronti di chi lo aveva escluso. Da allora rientrò nella vita pubblica perché fu nominato professore, per chiara fama, alla cattedra di Fisica Teorica dell’Università di Napoli. Nei primi mesi del 1938 la sua vita a Napoli si divideva fra l’albergo e l’Istituto di Fisica dando al direttore dell’Istituto, nei brevi colloqui che avevano, l’impressione che stesse lavorando a qualcosa di impegnativo. Probabilmente sentiva il disagio di dover insegnare, ma dalle lettere ai suoi familiari non trapelano traumi particolari dovuti a esso. A Napoli raggiunge la compiuta solitudine, gli manca ancora un ultimo passo che compirà la sera del 25 marzo quando, dopo aver inviato due lettere, una ai familiari e una al direttore dell’Istituto, scompare definitivamente. Tutto lascia credere che si sia tolto la vita buttandosi nel mare nel tragitto fra Palermo e Napoli. L’autore, però, fonda giustamente i suoi dubbi su alcuni eventi quanto mai anomali: in primo luogo, il professore, il giorno dopo, invia al direttore dell’Istituto un telegramma in cui dice di non dar peso alla lettera in cui faceva riferimento alla sua intenzione di scomparire e in secondo luogo, il fatto che alla direzione della Tirrenia risulta il tagliando di ritorno a Napoli. Chi era sul piroscafo quella notte, non riesce assicurare se la persona con cui viaggiò era Ettore Majorana, da qui si fonda la possibilità, tutt’altro che “romanzesca”, che il fisico non abbia fatto ritorno a Napoli con il postale del 27 marzo. Ci sono altri elementi da tener presente contro la tesi del suicidio: il fisico fu visto dalla sua infermiera alcuni giorni dopo a Napoli e, soprattutto, come fa notare la madre nella lettera a Mussolini, aveva ritirato tutto il denaro che aveva in banca e portò con sé il passaporto.

Ettore Majorana scomparve, perché era questo ciò che voleva, una mente abile come la sua aveva messo in conto le tracce che potevano essere lasciate per depistare le indagini e quelle che non era possibile non lasciare ma, che ad ogni modo non sarebbero state determinanti. Forse si rifugiò in un monastero di certosini nell’Italia meridionale, ipotesi che molti all’epoca paventavano e che lo stesso autore nell’ultimo capitolo ci lascia intendere di condividere. Soprattutto, però, quello che Sciascia porta alla luce è il dramma di un “uomo solo”, un uomo che, con i regimi dominanti nell’epoca in cui si trovò a lavorare in paesi come Italia e Germania, potrebbe aver visto in pericolo non la sua libertà di scienziato, ma l’umanità intera. Le sue ricerche sopra la scissione (in realtà fissione) del nucleo di uranio, di li a poco, si sarebbero rivelate tristemente “utili” grazie ad altri scienziati (ed erano liberi) che non si posero problemi di ordine etico e morale. Un punto di arrivo per alcuni, un punto di non ritorno per una persona sensitiva e sensibile come Ettore Majorana. Questa perdita della propria identità, questo mondo dal futuro inquietante che rende estraneo l’individuo è legato indissolubilmente nella letteratura moderna al nome di Luigi Pirandello e, fra i tanti scrittori citati in questo libro, Sciascia non ne fa mistero. Ponendo la voglia, l’accortezza e la vocazione di scomparire di Majorana a metà strada fra Mattia Pascal e Vitangelo Moscarda. “

Con l’immagine di questa fuga ambigua, simulata di fronte alla propria esistenza, con la paura di Mattia Pascal di avere le vertigini e di perdere l’equilibrio si può tradurre letterariamente, una volta riconosciuto lo strappo – e il confronto appare facile e legittimo -, l’enigmatica scomparsa di Ettore Majorana[3].

Sono, in definitiva, le categorie letterarie, Categorie con la maiuscola, perché di un grande della letteratura come Pirandello, ad essere messe da Sciascia al servizio della comprensione della realtà. Realtà indagata con la forza (fede illuministica) della ragione e dell’intelletto e con la mediazione letteraria, la quale gli permette di provare anche ciò che oggettivamente non si può sostenere.


[1] Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, Milano, Adelphi1997, pag. 31.

[2] Leonardo Sciascia, La scomparso di Majorana, Milano, Adelphi 1997, pag.50.

[3] Lea Ritter Santini, Uno strappo nel cielo di carta, in Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, Milano, Adelphi 1997, pag. 104.

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