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unicuique suum

sabato 5 marzo, 2011.

Uscito nel 1966, a cinque anni di distanza dal Giorno della civetta, A ciascuno il suo ne è l’ideale continuazione, sia per la forma narrativa (il giallo inconsueto), sia per il messaggio di denuncia civile.  Protagonista è ancora una volta la mafia, che ormai ha inquinato l’intero sistema di potere. Ad esserne intrisa non è soltanto la politica e l’economia siciliana, ma la stessa amministrazione centrale, i partiti politici e la burocrazia romana. Questa mafia non è quella di oggi: del traffico internazionale di droga, delle stragi, del “pool” anti-mafia, dei pentiti; ma se negli anni Sessanta il fenomeno mafioso era più circoscritto, assai minore era nell’opinione pubblica l’informazione e la consapevolezza della sua pericolosità.

Nell’estate del 1964, in un imprecisato paese dell’entroterra siciliano, il farmacista Manno, che “non aveva mai avuto questioni, non faceva politica, di politica nemmeno discuteva”[1], riceve una lettera anonima in cui lo si minaccia di morte per una non precisata colpa. L’uomo pensa ad uno scherzo, probabilmente l’invidia di qualche cacciatore, dato che l’arte venatoria è uno dei suoi pochi passatempi. Una sera, invece, la minaccia si avvera: al termine di una battuta di caccia, viene ucciso insieme al suo cane e all’amico, il dottor Roscio. Per gli inquirenti, dunque, un delitto senza movente di due persone “perbene” e una lettera anonima che induce a cercare nel privato del farmacista. La pista più probabile è, ancora  una volta, quella del delitto passionale, “nelle statistiche criminali relative alla Sicilia e nelle combinazioni del giuco del lotto, tra corna e morti ammazzati si è istituito un più frequente rapporto. L’omicidio passionale si scopre subito: ed entra dunque nell’indice attivo della polizia; l’omicidio passionale si paga poco: ed entra perciò nell’indice attivo della mafia”[2]. Salta fuori, infatti, una ragazza che all’apparenza si recava molto frequentemente in farmacia.

Non è dello stesso avviso il professore Paolo Laurana, insegnante di italiano e latino nel liceo classico del capoluogo e critico letterario per diletto. Quarantenne, scapolo, succube dell’amore della madre, addirittura “non molto intelligente e anzi con momenti di positiva ottusità”[3], è in sostanza un antieroe “alla siciliana”. Un uomo cosciente dei suoi problemi e dei suoi limiti, non avvezzo alle chiacchiere di paese e sentimentalmente ancora ingenuo e sprovveduto. Laurana il giorno in cui il farmacista aveva ricevuto la lettera, nel vederla, era stato attirato dalla parola unicuique (unicuique suum, a ciascuno il suo), che era affiorato sul rovescio del foglio. Mosso da una astratta passione e curiosità intellettuale, è l’unico a capire che quello si tratta di un ritaglio ricavato dall’Osservatore romano.

Si ritrova così ad indagare per conto suo e parallelamente alla forze dell’ordine che seguono la pista di un sigaro rinvenuto sul luogo del delitto. Il professore, aiutato in parte dalle sue capacità deduttive, e in parte dal caso, imbocca la strada giusta partendo proprio dall’unicuique. Comincia a credere che la lettera anonima e l’assassinio del farmacista erano solo un modo per depistare le indagini. Il vero bersaglio dell’agguato era il dottor Roscio, suo ex compagno al ginnasio e al liceo cui era legato più per consuetudine che per amicizia. Tutto questo gli si acclara alcuni mesi dopo, quando trovandosi a Palermo, incontra fortuitamente un ex compagno di scuola ora politico affermato. Parlando proprio di ciò che era accaduto al medico, Laurana viene a sapere che alcune settimane prima di morire, aveva riferito al politico di avere dei documenti scandalosi sopra un certo notabile del paese, un intrallazzatore con le mani in pasta nella politica e in affari economici di ogni tipo. Il dottor Roscio gli aveva fatto capire che era ancora titubante sul rendere pubbliche o meno tali carte, come se con queste stesse minacciando qualcuno. Nonostante il professore inconsciamente non crede di trovare la verità e soprattutto di poter assicurare alla giustizia il colpevole, continua ad indagare. Parla prima con le due vedove e successivamente ha un colloquio con l’anziano padre del medico, che in un “criptico” dialogo lo indirizza a cercare nella famiglia di Luisa, la moglie di suo figlio. Tornato al paese, Laurana parla con l’avvocato Rosello, cugino della moglie del dottore, e gli confida le sue scoperte. I due si recano insieme a casa della vedova per cercare il fantomatico dossier, ma non trovano nulla e il professore desiste dall’insistere per non turbare oltremodo Luisa, di cui si va invaghendo. Per individuare il notabile intrallazzatore, Laurana, dato che non è adentro alle vicende paesane, si rivolge al parroco di Sant’Anna, un’individuo poco raccomandabile, che gli assicura che la decrizione del notabile da lui fatta coincide con la persona dell’avvocato Rosello.

Quando pare essere ad un passo dalla verità, per una motivazione fortemente e significativamente ambigua, fondata su un senso di profonda sfiducia nei confronti dell’amministrazione della giustizia, decide di abbandonare le ricerche. “La sua era stata una curiosità umana, intellettuale, che non poteva né doveva confondersi con quella di coloro che la società, lo stato, salariavano per raggiungere e consegnare alla vendetta della legge le persone che la trasgrediscono o infrangono”[4]. Purtroppo, però, si è ormai spinto troppo oltre. Il caso vuole che trovandosi un giorno al palazzo di giustizia per alcune pratiche, incontri l’avvocato Rosello in compagnia di uno strano individuo. Questo personaggio si pone in secondo piano, ma il professore non può fare a meno di notare che sta fumando sigari della stessa marca di quello ritrovato sul luogo del delitto. “Soltanto l’istinto, in lui come in ogni siciliano affinato da un lungo ordine di esperienze, di paure, lo avvertiva del pericolo”[5]. Il professore, forte di avere, ormai, un nome e un volto per l’assassino, si fa più ardito nei confronti dell’avvocato che si tradisce ripetutamente.

Per Laurana il movente non può che essere la bella vedova e cugina di Rosello. Anche al circolo se ne discute e il più malizioso e perspicace, don Luigi Corvaia, è già arrivato, per gusto di pettegolezzo, a proporre come papabile futuro marito lo stesso avvocato. Mancano, però, alcune connessioni riguardo alla minaccia del dottor Roscio all’avvocato Rosello, o meglio, sono quelle connessioni che Laurana rifiuta di vedere, ottenebrato fatalmente da un cupo desiderio per la signora Luisa. Dalla vedova spira, infatti, una sensualità greve e carica di accenti di morte, che dovrebbe metterci in guardia e, che invece, ci spinge a seguire il protagonista in un’atmosfera decadente, velata di profumi e sensazioni tattili.

Una mattina di novembre, Laurana, recandosi al lavoro in autobus, si trova a fare il viaggio con la vedova Roscio e nel momento in cui stanno per accomiatarsi, lei gli rivela di essere giunta alla sua stessa conclusione. Nutre anche lei dei sospetti nei confronti di suo cugino e si è recata nel capoluogo per ulteriori indagini. Questo, agli occhi del professore, la scagiona da una sua possibile colpevolezza e fissano un appuntamento “segreto” per il giorno seguente, al fine di stabilire una linea d’azione comune. In realtà è una trappola in cui Laurana cade ottuso e pieno di speranze. La donna non si presenta all’appuntamento e il professore accetta l’invito di una persona del paese per tornare in auto. Di lui non si avranno più notizie.

A ciascuno il suo avrebbe la sua perfetta chiusura già nel penultimo capitolo (in cui la madre ne denuncia la scomparsa), quella chiusura che risulterebbe consueta al lettore di Sciascia, il quale conosce la natura della sua opera e la particolare concezione di romanzo giallo emersa già compiutamente ne Il giorno della civetta. Vero è che, a questo punto della vicenda, non c’è ancora quella certezza sui fatti, che permette al lettore di scorgere la conclusione del romanzo, ma quegli stessi fatti paiono ormai non interessare più, superati dal peso angoscioso del tragico finale. Solo una breve frase ci rivela che Laurana è morto ed il cadavere è stato occultato in una zolfara. Inaspettata e con tutti i connotati di una beffa, Sciascia scrive la sua conclusione, cui si è costretti ad assistere impotenti, irritati e a disagio. La rivelazione del delitto, momento che in ogni romanzo giallo è accompagnato dal pieno appagamento razionale e dal piacere del riannodare il filo degli eventi, emerge dai discorsi vacui dei signori del paese, che ne fanno una piccante confidenza nella loro saggezza inutile di perfetti attori di un ambiente che creano e conservano. La vicenda è ormai chiara: il protagonista è morto, i suoi sforzi sono risultati tragicamente vani e noi siamo obbligati ad apprendere i particolari dell’accaduto da una sorta di pettegolezzo, mentre ha luogo il fidanzamento dei due adulteri protagonisti dell’inganno durante la festa di Maria Bambina, momento in cui il paese maschera con la fede la propria ipocrisia.

Allargando il discorso, si può inoltre notare che, mentre ne Il giorno della civetta il delitto passionale è un’ipotesi da scartare fin da subito, poiché costituisce la tipica spiegazione popolare del delitto, cioè quella che tende a nascondere la verità, nell’opera in esame la motivazione reale, confidata tramite le “chiacchiere” da circolo, è proprio quest’ultima. Gli affari sporchi emergono solo grazie ad un ricatto causato da un tradimento e se a questo aggiungiamo che il protagonista viene spinto all’azione unicamente dall’amore, possiamo concludere che nel romanzo si configura una sconfitta ancora più grande di quella annunciata ne Il giorno della civetta. Una sconfitta che passa dall’impossibilità di avere un altro commissario Bellodi, alla struttura stessa dell’opera che affascina e avvince, riuscendo a farci prendere, poi, le distanze da essa.

In questo giallo dal gusto amaro, il personaggio del professore rappresenta “una ribellione”, per quanto ancora oscura e contraddittoria, del singolo laddove è fallita la giustizia, inerme difronte al potere malavitoso. Per lo scrittore ognuno deve prendere coscienza e fare della mafia un problema personale da combattere e  denunciare.


[1] Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Barcellona, Bibliotex 2002, pag. 7.

[2] Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Milano, RCS Editori 2002, pp. 46-47.

[3] Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Barcellona, Bibliotex 2002, pag. 38.

[4] Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Barcellona, Bibliotex 2002, pag. 97.

[5] Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Barcellona, Bibliotex 2002, pag. 79.

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  1. silvio valenti permalink
    sabato 5 marzo, 2011. 14:10

    Unicuique suum: al Berlusca la patente di “muy llavador del Mundo”, a ‘la Repubblica’ il Premio Lenin (il massacratore sovietico per il quale “la calunnia diventa verità sulle labbra del comunista”), alle Toghe Rosse il Premio Stalin delle purghe, allo 0,01% della Benemerita che mena o stupra (anche se col consenso della stuprata) la classica invettiva “Ammazzéteve, Carabbignè, come menéte! e ammo’ futtite puro?”. E a me la patente di minchione per aver accolto in casa, su preghiera d’un collotorto della Parrocchia di Torre del Lago, una coppia di ‘Tarponi’ romeni (“tanto ‘arini, lavorin tutti e ddue’ a detta del padrino) in cambio d’un posto a tavola (sono vecchio e vedovo). Il resto è facile da indovinare: tre anni d’inferno, danni, disordine e sudicio fin sopra il tetto, schifezze per me e manicaretti per loro; quanto al lavorare, lui, disoccupato gran parte dell’anno e sdraiato tutto il santo giorno davanti alla TV, lei a mezzo servizio da un padrone all’altro e benché brutta come la fame… Beh, da due anni che li ho cacciati mi lecco ancora le ferite. Ben mi sta: a ciascuno il suo. Non invoco crociate e progrom. Tutte le razze vanno rispettate; ma ad essere giusti, imponiamo alla razza dei ‘tarponi’ regole inflessibili di civilizzazione. Non dico i ‘g u l a g’ di marxistica memoria, non i ‘L a g e r’ (benché il motto ‘Arbeit macht frei’ mi seduca’); ma ben venga l’istituzione di salutari colonie agricole nelle tante campagne incolte in tutta Italia, con rigorosi orari di lavoro, vitto e alloggio meritati. Questa soluzione sarebbe accolta con giubilo dagl’italiani che si guadagnano la vita e, alla fin fine, anche dal ‘tarpone’ che non sarebbe più oggetto di disprezzo e di motivata emarginazione. Unicuique suum, con buona pace di certi servi di Dio che reggono il sacco alla canaglia perché ‘siamo tutti fratelli’ e da questa ‘fratellanza’ ricavano assai più che i trenta sicli di Giuda . Cristo, sei adorabile! Lo sei per le tue sacrosante funate sulle natiche dei mercanti del tempio! – Silvio Valenti de Wiederschaun/Contrada Guidicciona.

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