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Sparare a zero

lunedì 7 novembre, 2011.

Durante l’annuale festival del New Yorker, il primo ottobre di quest’anno, Jonathan Franzen ha detto che David Foster Wallace avrebbe inventato almeno in parte – e, potenzialmente, una gran parte – le sue opere di non-fiction. La discussione si focalizza su Una cosa divertente che non farò mai più, il reportage di una crociera di lusso che Foster Wallace scrisse nel 1996 per la rivista Harper’s. David Remnick, direttore del New Yorker, intervistava lo scrittore di Libertà a proposito delle differenze tra fiction e non-fiction:

Remnick: Beh, io, mi affascinava molto sentire… che esistono persone secondo le quali è g- che hanno una sorta di approccio postmoderno alla questione fiction/non-fiction, che si tratta sempre di scrittura, e che i problemi legati ai fatti, alla fattualità e, insomma, è roba giurassica, antiquata, e che Kapuscinski fa bene a fare quello che fa e in qualche modo a inventare, perché fondamentalmente non è che una metafora della Polonia stessa. E si potrebbero citare altri scrittori che hanno un punto di vista diverso su realtà e finzione… Tu sei piuttosto rigido nello stabilire una linea di confine. Cioè, per te qualcuno che-

Franzen (interrompendo): [incomprensibile]

Remnick: -dichiara di scrivere non-fiction e mente-

Franzen: Sì.

Remnick: -sta ingannando il lettore, e in un certo modo è come se ammettesse di aver falsificato-

Franzen: David e io eravamo in disaccordo su questo.

Remnick: David?

Franzen: Sì, Dave Wallace.

Remnick: Quindi secondo Wallace andava bene-

Franzen: Sì, perché lui-

Remnick: Diceva che era giusto inventare i dialoghi su una nave da crociera?

Franzen: Sì, per esempio. Ah…

Remnick: Questa cosa mi spezza il cuore.

Franzen: Lo so, lo so. No, quelle cose non sono accadute davvero. Avrai notato che non ha mai pubblicato non-fiction sulla tua rivista.

Remnick: Non perché non ci abbia provato, ma questa è un’altra storia, però… però…

Franzen: Avrebbe dovuto, forse pensava che…

Remnick: Non avrebbe retto alla prova dei fatti.

Franzen: Penso che i controllori dei fatti… e, per me, i controllori dei fatti, io, uh, ho un certo timore di loro.

Remnick: Bene [ride].

Franzen: Ma è, sai, è un po’ come le linee che delimitano il campo da tennis. Quello è stato un grande colpo, l’unico problema è che la palla era mezzo metro oltre la linea di fondo. Io non ce l’avrei fatta…

Remnick: Ma David l’ha chiamata dentro.

Franzen: Beh, sì, voglio dire… Adoro quel pezzo di Dave sulla crociera, per cui non, non… sono, beh, sono due approcci piuttosto diversi.

Ad oggi non sono emersi ulteriori commenti sulla vicenda. Franzen non si è più pronunciato sulla correttezza del suo amico e Harper’s Magazine non ha rilasciato dichiarazioni. Probabilmente non era in discussione la veridicità dei fatti narrati da Foster Wallace, quanto la componente di attendibilità presente nei romanzieri assunti per scrivere articoli in grado di reggere una scrupolosa indagine dei fatti. Le riviste ed i quotidiani che commissionano non-fiction a scrittori di fiction particolarmente estrosi sono alla ricerca di una maggiore visibilità e leggibilità. Quanti editori o direttori rischierebbero di farsi spezzare il cuore pur di pubblicare un articolo umoristico di David Foster Wallace?

La recente uscita di Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta, il materiale registrato dal giornalista David Lipsky durante la tournée di lancio di Infinite Jest, e quella del romanzo postumo e incompiuto Il re pallido ha risvegliato una certa curiosità per l’autore statunitense, se non proprio da parte dei lettori che sono sempre stati piuttosto attenti, certamente da parte di alcuni autori. Sul Venerdì di Repubblica del 28 ottobre la storia di copertina è dedicata ad Alessandro Baricco e al suo ultimo romanzo Mr Gwyn e finalmente si parla di arte. Lo scrittore torinese sostiene di non aver mai pensato che scrivendo libri facesse opere d’arte, «non lo penso neanche quando li leggo.» In realtà nemmeno io leggendoli. La Domenica del Sole 24 Ore del 6 novembre ha dedicato un graffiante trafiletto all’infelice battuta dell’autore di Castelli di rabbia:

«Non ho mai pensato che scrivendo libri facessi opere d’arte», ammette Alessandro Baricco. Ne avevate forse dubitato? A crederlo erano solo le professoresse democratiche innamorate del ricciolone piemontese e gli estimatori delle scuole di scrittura.

Cos’è l’arte dunque per Baricco: per esempio “l’idea di istallazione artistica. Che spesso è la somma di un discorso economico, letterario, teatrale, e perfino biografico. Fondare una scuola, aprire un teatro, inventare un certo modo di fare televisione sono operazioni più simili all’arte che all’artigianato. L’iPhone, che è la risultante di molte cose, vi è certamente più vicino che non Infinite Jest di Foster Wallace.” Quindi fondare una scuola di scrittura potrebbe essere considerata un’opera d’arte, in più scomodiamo anche l’iPhone (d’altronde parla di “discorso economico”) l’icona di Steve Jobs a sua volta già idolo, o forse il contrario.

Questo paragone, magari un po’ iperbolico è davvero difficile da digerire. Non ci sarà un Infinite Jest 3 o 4, gli iPhone saranno dimenticati e fra pochi anni visti come emblema di una tecnologia superata, anche se non escludo la loro presenza nei musei, per l’appunto.

Per la traduzione della conversazione fra Jonathan Franzen e David Remnick pubblicata su The Awl in A Supposedly True Thing Jonathan Franzen Said About David Foster Wallace mi sono avvalso della puntuale collaborazione di axolotl.

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