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Fra le strade di Praga alla ricerca di un rapporto assoluto

sabato 18 febbraio, 2012.

Un titolo così Genitori e figli può senz’altro spaventare e portare a pensare al solito libro alla Willy Pasini tutto psicanalisi da supermercato. Il libro di Emil Hakl è invece molto lontano da intenti analitici o semplicemente moralisti/moralizzanti su questo rapporto familiare.

Un quarantenne si incontra con suo padre in una giornata come tante – “più o meno ogni tre settimane” – per passare semplicemente del tempo insieme, quando ormai l’età ha esaurito i rimorsi, il bisogno e l’obbligo insito nel vedersi. Un incontro fra due persone legate, ma assolutamente distanti, due amici di lungo corso. Passeggiando fra le strade dei quartieri meno turistici di Praga e nel parco Stromovka i due saltano da un discorso all’altro senza alcun filo particolare. A volte è il ricordo del passato a riemergere, altre le storie d’amore e d’infanzia, il presente e aneddoti di varia natura e consistenza su vecchi parenti e conoscenti, improbabili cocktail, aerei da combattimento, fantasmi… “Non che siano tutte rose e fiori eh”, riemergono con i ricordi gli errori passati e gli antichi rancori mai sopiti nei confronti di un genitore verso il quale siamo i primi critici e censori. E forse dall’altro lato vi è proprio la consapevolezza di essere di fronte a una delle poche persone capaci di incidere nel bilancio di un’esistenza. Il riferimento – forse non voluto – è Lettera al padre di Franz Kafka e la sua non compiutezza manifesta fin dalle prime pagine “E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d’ostacolo la paura che ho di te e le conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto.” Hakl, contrariamente al grande scrittore boemo, cerca di completare il rapporto interrotto fra padre e figlio attraverso l’interazione, il dialogo intessuto da infinite possibilità narrative.

Il fascino di Genitori e figli è proprio questo girovagare fisico e dialettico. “Il dialogo è solo un’illusione. Non c’è persona al mondo che non ambisca a parlare sempre e solo di sé, finché è possibile” sostiene il signor Benes  sottintendendo il dovere all’ascolto di un padre verso il proprio figlio (e viceversa). Padre e figlio pranzano e poi entrano in vari bar continuando a bere e a discorrere e presto anche noi siamo coinvolti nei loro ricordi, sembra quasi di smettere di leggere e di ascoltare solo i loro racconti ravvivati dalle birre praghesi e avvolti da altri liquori boemi. Alla fine ciò che rimane è la stessa pervasiva sensazione dei due personaggi: una voglia di vedersi e di passare del tempo che sia riposante e piacevole, proprio come leggere un libro o ascoltare una persona cara.

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