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Un sabato pomeriggio nuvoloso

giovedì 5 aprile, 2012.

Cominciava a piovere. Era un sabato pomeriggio come tanti altri. Con il mio amico C. ero andato a fare un giro in città, ma ormai visto il tempo, decidemmo di prendere il primo treno per tornare al paese. Affrettando il passo riuscimmo a salire sul solito malandato regionalino, un attimo prima che partisse.

Appena saliti C. mi disse di cercare un posto dove sederci mentre lui andava alla toilette.

Fuori continuava a piovere sempre più forte. Lo scorrere un po’ sconnesso del treno che prendeva velocità mi rendeva instabile sulle gambe e bisognoso di un appiglio.

La luce bassa ed incerta che proveniva dai neon sembrava perfetta per illuminare la scenografia giallognola che mi circondava. Entrato nello scompartimento incrociai subito il mio sguardo con quello di una ragazza con i capelli lunghi e piuttosto carina. Era seduta nella poltroncina in fondo con altre due ragazze, avevano i capelli ed i vestiti bagnati e stavano ridendo.

A parte loro lo scompartimento era vuoto.

Lei l’avevo già vista da qualche parte, ne fui subito certo. Forse ricordavo persino il suo nome… Marta… Marzia… Non saprei con esattezza. Aveva i capelli biondi, ma precedentemente dovevano essere stati di un altro colore, credo castano. Pensai che anche lei mi aveva riconosciuto, ma non sapeva chi fossi.

Ci guardammo in una impercettibile frazione di secondo, dapprima rimanendone sorpresi e successivamente cercando di far sembrare l’occhiata casuale e neanche registrata dalla nostra mente. Mostrammo entrambi una goffa indifferenza, lei continuò a ridere con le sue amiche ed io, non senza impaccio, mi sedetti vicino al finestrino nella prima poltroncina che trovai sulla sinistra.

Il treno aderiva lento e pesante alle rotaie della ferrovia, mi misi a guardare fuori, avevo sonno.

Mi accomodai scompostamente sul sedile, in cerca di una posizione in cui tentare di addormentarmi, ne provai senza successo due o tre. Mi venne in mente che la settimana prossima avevo un esame e che questo era il tempo ideale per stare a casa a studiare.

Le ragazze stavano ancora ridendo. Continuavo a non ricordare il nome di quella al centro, lo avrei chiesto a C. forse lui la conosceva. Erano già alcuni minuti che non si vedeva, forse mi stava cercando in un altro scompartimento,  ad ogni modo mi sentivo troppo appesantito dal sonno per andarlo a cercare.

Avevo il corpo e la mente intorpiditi. Chissà  forse l’incrociarsi dei nostri sguardi era stato solo frutto della mia immaginazione, pensai mentre guardavo fuori. La campagna aperta e disabitata, gli alberi, i prati, i colli e le vigne che fissavo si allontanavano fino a diventare invisibili, come qualcosa che termina inesorabilmente. Senza che me ne accorgessi, concentrai tutta la mia attenzione sulle forme create dalle gocce di pioggia sul vetro del finestrino. Mi abbandonai mollemente al sonno.

Mi ero assopito solo da pochi istanti – o almeno questa era la sensazione – quando si aprì con violenza la porta dello scompartimento.

Non era C. come avevo subito pensato, ma due controllori. I due uomini erano vestiti con una divisa decisamente vecchia e scolorita, mi parve che avessero un aspetto insolitamente trasandato.

Io e C. non avevamo fatto il biglietto, pensai sgomento risalendo dal mio torpore.

– Buonasera – fece quello più alto dei due, con un tono secco e perfettamente abituato a trattare con persone mezzo addormentate, come lo ero io in quel momento. Mi guardava come se avesse già visto molti altri occhi spalancarsi di scatto riprendendo coscienza del mondo circostante.

– Mi fa vedere il biglietto, per favore – mi disse. Doveva essere alto più di un metro e ottanta. Il controllore più basso sbuffò, si tolse il cappello. Era calvo. Fece battere il cappello sulla mano facendo uscire una nuvoletta di polvere, non faceva nulla per nascondere quanto fosse scocciato.

Trattenei il respiro e chiesi precario se era possibile fare il biglietto sul treno, fece di no con la testa guardandomi nervoso, mentre teneva serrata nella mano l’obliteratrice. Mi ricordai di una volta in cui non riuscivo a trovare il biglietto e il controllore assistendo alla mia scomposta e infruttuosa ricerca , si persuase che dovevo averlo perduto per davvero e fece finta di niente. Ma stavolta proprio non ce l’avevo. Come era stato possibile dimenticarsi di una cosa simile.

– Adesso scendi e lo fai in stazione – disse imperterrito. Capii il senso delle sue parole qualche secondo dopo che finirono di essere pronunciate. Sentii le ragazze ridere.

Il treno si fermò in quell’istante in una piccola stazione che sembrava in disuso da anni. Senza pensare alle mie azioni, mi alzai e mi diressi verso l’uscita, dove incrociai C. con il biglietto in mano, non so perché, ma ci guardammo in faccia rimanendo sorpresi. Non ci dicemmo nulla. Scesi.

Mi riparai sotto un tetto mentre il treno ripartiva. Pioveva a dirotto. Non sapevo assolutamente dove fossi, non avevo mai visto quella stazione prima e non c’era nessun cartello a darmi qualche indizio.

Mi sentivo ancora un po’ intontito dal sonno appena preso e subito bruscamente interrotto. Non riuscivo ancora a rendermi conto bene di quello che mi stava succedendo.

Un lampo.

Un tuono. Molto forte.

Il rintocco di una campana.

Stava squillando il telefono.

Mi svegliai con il corpo leggermente sudato, come mi capita a volte, quando mi addormento di pomeriggio e qualcosa mi sveglia di colpo.

Mi alzai rischiando di perdere l’equilibrio, nella mia testa c’era ancora il sogno appena fatto. Il telefono continuava a squillare. Avevo la  vista  un po’ annebbiata. Guardai l’orologio, erano le quattro meno un quarto, giunsi faticosamente all’apparecchio, presi la cornetta e risposi:

– Pronto – dissi schiarendomi la voce.

– Ciao, sono C. … Ma stavi dormendo? –

– … Si… No… Che c’è? – La mia voce era ancora impastata.

– Devo andare a fare delle cose in città mi accompagni? –

– … Adesso? –

– Si! Ce l’hai la macchina a disposizione? –

– No… Credo mmm… Che l’abbia presa mio fratello –

– Va bè allora andiamo in treno, ce n’è uno alle 5 e ci mette poco più di mezz’ora –

– Ok. Allora ci vediamo alla stazione alle 5 meno un quarto– Risposi meccanico e praticamente senza pensare se avessi veramente voglia di andare in città.

– A dopo. Ciao –

– Ciao –

Pensai subito di rimettermi un po’ sul letto, prima però mi affacciai alla finestra. Notai che era un sabato pomeriggio piuttosto nuvoloso.

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