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Uno scrittore da (ri)scoprire

venerdì 11 maggio, 2012.

A leggerne la trama, si resta sorpresi che un romanzo come Seconda origine non sia mai approdato nella gloriosa collana “Urania”, dal momento che in esso si ritrovano molti degli archetipi della fantascienza classica: l’invasione aliena, la distruzione della vita sul pianeta Terra e il seguente tentativo, da parte dei superstiti, di sopravvivere in un ambiente diventato deserto e ostile. Di fatto, benché la stessa copertina (graficamente discutibile, com’è tradizione della comunque lodevole casa editrice Atmosphere) lo descriva come “la più grande storia di fantascienza scritta in Spagna”, gli elementi testuali e paratestuali inducono inevitabilmente il lettore a privilegiare un’interpretazione in chiave allegorica del romanzo.

Un breve cenno ai secondi: Manuel de Pedrolo, autore prolifico, poliedrico e ancora pressoché sconosciuto in Italia, subì durante gran parte della sua vita l’ostracismo del regime franchista -in parte per il suo uso del catalano, in parte per i contenuti della sua opera, che spaziavano dalla crime-novel alla fantascienza, a dimostrazione di una passione per la letteratura americana confermata del resto dalla sua attività di traduttore (Dos Passos e Faulkner, ma anche Sartre e Robbe-Grillet): elementi sufficienti per renderlo sospetto, agli occhi dei censori, di immoralità e ostilità al franchismo (chi mastica un po’ di catalano potrà trovare informazioni più esaurienti sulla vita e le opere dello scrittore sul sito della Fundaciò Pedrolo).

In questo senso, che Seconda origine veda la luce nel 1973, durante gli ultimi spasmi del regime di Franco, non è elemento trascurabile. La storia di Alba e Dídac -lei ragazza quattordicenne equilibrata ed emancipata, lui bimbo di colore di appena nove anni-, unici sopravvissuti a un attacco alieno che ha sterminato pressoché interamente i mammiferi, è con ogni evidenza metafora della volontà di cancellare un passato di oscurità e ignoranza (il libro si apre con un’aggressione razzista ai danni di Dídac da parte di alcuni suoi coetanei) per costruire una nuova società/civiltà, conservando magari -come i due ragazzi cominceranno a fare dopo qualche tempo, ammassando libri e dipinti in garage e teatri- solamente le testimonianze più alte dell’opera umana, ossia le opere d’arte.

Non una genesi, dunque, ma una palingenesi, benché De Pedrolo faccia di tutto per sottolineare le ascendenze bibliche della vicenda, utilizzando lo stile quasi impersonale, descrittivo e paratattico dei racconti leggendari, e donando ad Alba e Dídac la consapevolezza, oltre che la speranza, di essere i nuovi progenitori del genere umano, identificandoli sin dalle prime pagine come novelli Adamo ed Eva (“Né l’uno né l’altra si vergognavano di essere nudi, lui perché era puro e la ragazza perché era sempre stata irreprensibile e in famiglia le avevano insegnato a non essere ipocrita”, p. 10) in un Eden alla rovescia, popolato di cadaveri e macerie.

Il fascino e il successo di Seconda origine derivano, con buona probabilità, dalla sua natura molteplice: un libro in cui sono protagonisti due adolescenti ma che è ben lontano dall’essere etichettabile come “narrativa per ragazzi”, opera di genere e allegoria socio-politica, romanzo di formazione e diario di viaggio, cronaca di un’esplorazione che si muove concentricamente, verso l’esterno -il progressivo allontanamento dei due personaggi dal piccolo villaggio di Benaura, in un viaggio che li condurrà dapprima a Barcellona, e poi lungo le coste italiane, dove incontreranno bellezza e orrore, amore e morte- e verso l’interno -la maturazione sentimentale, emotiva e fisiologica di Alba e Dídac, la presa di coscienza della realtà in cui loro e i loro figli si troveranno a vivere.

Il capitolo finale, in cui si rivela che il testo precedente è un dattiloscritto (da cui il titolo originale, Mecanoscrit del segon origen) risalente a più di settemila anni prima, funziona sia come elegante espediente metanarrativo, consentendo all’autore di prendere distanza -non senza ironia- dalla vicenda narrata e di chiarire alcuni aspetti narrativamente irrisolti (viene rivelata, ad esempio, l’identità degli aggressori alieni), e come nota di speranza: il mondo si è ripopolato, un nuovo tempo ha avuto inizio, l’umanità è riuscita a sopravvivere a una catastrofe e a costruire una nuova civiltà -migliore, si suppone, della precedente. Che De Pedrolo avesse o meno le facoltà di precognizione riconosciute ai più grandi scrittori di fantascienza, le sue conclusioni non erano errate: nel giro di un paio di anni dall’uscita del libro la morte di Francisco Franco avrebbe permesso alla Spagna di uscire da un lunghissimo periodo di isolamento e terrore, avviando il processo di (ri)costruzione di una società naturalmente ancora imperfetta, ma certamente più aperta, laica, tollerante, multiculturale.

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