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L’asimmetria della memoria: Francesco De Napoli

lunedì 22 ottobre, 2012.

Alcuni gentili lettori ci hanno scritto facendoci notare che su queste pagine si parla spesso di romanzi, racconti, giornalismo e saggistica, mentre decisamente inferiore è lo spazio dedicato alla poesia. Potremmo addurre più di una ragione per giustificare tale scelta; in primis la paradossale situazione per cui, a fronte di una produzione torrenziale, il mercato dei lettori di poesia continua ad avere dimensioni non paragonabili a quelle di altri paesi; tant’è che i saltuari exploits di vendite, come quello che ha coinvolto Wisława Szymborska (generato –è bene ricordarlo- dall’endorsement televisivo di un personaggio come Roberto Saviano), spiccano proprio in virtù della loro assoluta eccezionalità.

D’altra parte, non possiamo ignorare che, come dimostrano le lettere di cui parlavamo in apertura, esiste chiaramente un pubblico appassionato e competente che desidera confrontarsi con il linguaggio della poesia, non limitandosi ai classici, ma ricercando anche nuove voci in grado di interpretare e rappresentare gli aspetti più problematici e significativi della contemporaneità. Per questo, animati dal medesimo spirito di scoperta e condivisione, noi di EremoLetterario ci impegniamo per il futuro a sottoporvi –pur senza potervi promettere una periodicità fissa- alcuni autori, italiani e stranieri, che per una ragione o per l’altra hanno catturato la nostra attenzione.

Jean-Siméon Chardin, Il castello di carte, National Gallery of Art Washington (D.C.)

Oggi ci occupiamo di Francesco De Napoli, autore lucano che nel 2011 ha pubblicato per Osanna Edizioni una raccolta dal titolo Carte da gioco. Trilogia dell’infanziasuggellata da due brevi ma densi interventi del compianto Massimo Grillandi e del decano della critica letteraria italiana Giorgio Bàrberi Squarotti. Come da titolo, il volume ospita tre collezioni di versi: L’attesa (la cui prima pubblicazione risale al 1987), La casa del porto (raccolta di poesie composte tra il 1994 e il 2002) e Carte da gioco (2001). Si tratta, come si può vedere, di un arco temporale piuttosto ampio; e in effetti vi sono, tra un volume e l’altro, differenze stilistiche non esattamente marginali. La casa del porto si caratterizza per la maggiore articolazione delle composizioni e per il ricorso a versi mediamente più lunghi, laddove al contrario Carte da gioco manifesta una maggiore concisione, e la comparsa di tratti più ludici, se non proprio sperimentali -una certa cantabilità, ad esempio, oppure alcuni timidi giochi linguistici (Improbo spettacolo sarà / inseguire riti / mai iniziati / ci / sopravvivrà di bislacche speranze / lo zelo orgastico / e mirabile / l’inappagata insulsa / tradita solitudine).

Queste differenze non pregiudicano, in ogni caso, l’unitarietà concettuale della raccolta, nella quale De Napoli rievoca luoghi, persone, eventi e sensazioni legate agli anni dell’infanzia e della giovinezza. Tuttavia, il carattere autobiografico di questi componimenti non lascia mai trasparire intenti narcisistici, esprimendosi anzi prevalentemente in forma dialogica: anche laddove non vengono citati o interpellati altri personaggi, vi è quasi sempre un “noi” o un “anch’io”, a evidenziare la ricerca di un terreno comune con il lettore (Grillandi parla appropriatamente della “necessità di instaurare, con se stesso e con gli altri, un colloquio che abbia un significato inteso a trascendere il privato e a farsi discorso universale e universalmente accettabile”).

È, questo, un modo di riconoscere che il senso dell’Io si costruisce sempre a partire da e attraverso l’incontro con l’Altro, che può essere un congiunto (il padre, protagonista assoluto di L’attesa, ma anche la madre, la sorella Ketty, il nonno) oppure qualcuno che non si conosce di persona, ma che attraverso la mediazione dell’arte giunge a risvegliare nell’autore un senso di prossimità e di familiarità quasi impossibile da rinvenire nell’esistenza quotidiana. Così nelle pagine della raccolta troviamo, tra gli altri, i nomi di Visconti, Gorki, Dostoevskij, Garcia Lorca, Sinisgalli, Pasolini: figure nelle quali il giovane De Napoli scopre o riconosce una sensibilità comune, che non tiene conto delle distanze geografiche o temporali, tappe di un itinerario esistenziale il cui progressivo disvelamento coincide con la maturazione e la formazione di un’identità. Il processo è reso più esplicito nelle pagine di La casa del porto, le cui sette poesie si dispongono a formare un percorso che conduce dall’infanzia, all’adolescenza (l’incontro con la prima fidanzata), all’età adulta, culminando in una sorta di approdo esistenziale alla condizione di poeta. Di particolare interesse, da questo punto di vista, è la sesta poesia, in cui De Napoli racconta il suo incontro con Evgenij Evtušenko (Comparve un giorno nella vetrina / del libraio un volto pulito e sorridente, / sconosciuto cantore dei mali del mondo: / “Di dove siete voi? Uomo solo”. / Era Ženja, mio fratello dal cuore poeta), e nella quale il lemma “solo” compare, in varie forme, per ben quattro volte.

La poesia, al pari dell’atto di ricordare, permette di recuperare o creare collegamenti tra luoghi e istanti non contigui, corrispondenze inattese e segrete che tagliano trasversalmente lo spazio e il tempo: ed è così, ad esempio, che De Napoli mette in relazione la madre e un ignoto soldato americano, ferito e caduto prigioniero dei nazisti, a cui apparteneva il paracadute utilizzato come stoffa per il vestito della donna. In “Padre Mio” (significativamente, la prima poesia della raccolta, e una delle due a cui viene assegnato un titolo -le altre sono indicate da numeri romani), le terzine in cui la composizione è suddivisa si alternano a versi singoli, ulteriormente separati e segnalati graficamente tramite l’uso del corsivo, nei quali risuona di volta in volta la voce dell’autore o quella del padre stesso, a costituire una sorta di controcanto alla rievocazione della scomparsa del genitore. Se di dialogo si può parlare, si tratta però di un dialogo sfalsato, che ha sede nella memoria (e dunque in una contemporanea molteplicità di luoghi e tempi), e per questa ragione non può essere simmetrico o lineare.

La possibilità concessa dalla poesia di trascendere il qui e ora permette di accedere a zone (reali o meno) altrimenti inattingibili, ma presenta anche degli aspetti problematici, che creano quella particolare frizione dalla quale la poesia di De Napoli è, almeno nei suoi momenti più intensi, riscaldata e ravvivata: le coordinate della memoria e dell’immaginazione non sono abbastanza precise da permettere un’identificazione univoca e non ambigua degli eventi, la realtà dei luoghi non coincide mai perfettamente con la loro rappresentazione (tema sviscerato con maggior attenzione in “Carte da gioco”, che si apre con i seguenti versi: “È un posto che non riconosco / non cerco non so / né dentro né fuori di me / eppure c’è; / sogno vivo d’assopite visioni / che Sud non è”; altrove si afferma che “Appena un po’ più a sud / c’è sempre un altro sud”).

Ricordare significa intraprendere un viaggio con la certezza di non poter raggiungere mai il posto esatto che stiamo cercando; la condizione del poeta –così come quella di chi ricorda- è dunque un’eterna sospensione (“io esitavo sempre / sulla scaletta del vagone”, scrive De Napoli rievocando il viaggio in treno che conduceva la sua famiglia nella casa di villeggiatura), una tensione perpetua tra l’incertezza del presente e un passato i cui tratti idilliaci si rivelano, nella maggior parte dei casi, un’ulteriore illusione. Esemplari sono, in questo senso, le due poesie che aprono “La casa del porto”, nelle quali la figura del nonno, reduce di guerra, incarna una forma di pessimismo che rasenta il cinismo, operando una dolorosa ma indispensabile opera di demistificazione del passato –un passato fatto di povertà, battaglie, terremoti disastrosi: un carico di sofferenze ancora estraneo all’universo del bambino, ai cui occhi però già si manifesta nella giustapposizione simbolica del crocifisso e delle medaglie che adornano le pareti di casa.

Questa tensione raggiunge il suo culmine nella tredicesima poesia di “L’attesa”, della quale è ancora una volta protagonista il padre, che appare agli occhi del figlio (il sé rievocato) come una figura quasi mitologica, al di fuori del tempo (“Ma non riuscivo ad immaginarti col bastone”), depositario di una conoscenza segreta la cui vera natura si rivela solamente a uno sguardo adulto (il sé rievocante), modellato sulle sue stesse forme, e anch’esso plasmato dalla dolorosa consapevolezza che i nostri sforzi sono, per lo più, destinati al fallimento, oppure all’oblio:

Ti strappavo così pagine di storia

Moro, la Grecia, Lero, la Siberia-

ma ritraendoti ripetevi sdegnato:

“Ciò che doveva essere, non è stato”

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