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Un’istantanea elegantemente spietata degli happy few

lunedì 3 dicembre, 2012.

L’ultimo Premio Pulitzer per la narrativa non è stato assegnato poiché a detta della giuria nessuna delle opere di fiction rispondeva pienamente al criterio previsto di ”autore preferibilmente impegnato nella descrizione della vita americana”. Nel 2011 invece il prestigioso riconoscimento per la narrativa americana è andato romanzo a più voci di Jennifer Egan Il tempo è un bastardo. Un’opera complessa che non disdegna l’utilizzo di forme di narrazione non convenzionali quali le slide di PowerPoint, software generalmente utilizzato per le presentazioni aziendali e inviso a Steve Jobs il quale sosteneva «People who know what they’re talking about don’t need PowerPoint». Nello stesso anno la giuria della Columbia University di New York ha decretato il secondo posto in classifica per l’opera di Jonathan Dee I privilegiati. Un romanzo senz’altro più lineare rispetto a quello della Egan, ma non per questo meno interessante e, soprattutto, non meno significativa istantanea della realtà a stelle e strisce. Jonathan Dee, cinquantenne newyorkese, è autore di 5 romanzi e solo la sua ultima opera del 2010 – I privilegiati appunto – ha raggiunto il pubblico italiano.

La banconota da 1 dollaro, considerato simbolo del capitalismo per antonomasia.

La banconota da 1 dollaro, considerato simbolo del capitalismo per antonomasia.

La cerimonia di matrimonio che apre il romanzo si svolge a Philadelphia in un’era imprecisata fra gli anni ’80 e ’90. Adam e Cynthia sono giovani, belli e si amano al punto da decidersi al grande passo molto prima dei loro coetanei. Sentono che la loro sarà un’esistenza piena, specie se lontana dalla mediocrità dei loro genitori. La narrazione procede con scarti temporali improvvisi e non della medesima durata, tant’è che nel secondo capitolo ci troviamo già con la coppia che ha avuto due bambini. Adam e Cynthia provvedono ai loro figli in maniera quasi maniacale, cercando per loro le migliori scuole di Manhattan a cui affidarli.

In un primo momento è facile individuare nel tema della coppia indissolubile e solida, complice e appassionata, l’essenza dell’opera, come tante altre fortunate saghe familiari statunitensi degli ultimi anni. Una premessa che apre le porte all’idea che il vero privilegio sia questa famiglia quasi granitica, un microcosmo coeso generato dall’intenso amore dei Morey. Il centro di gravità della narrazione è dunque una coppia, ma non solo. Un altro protagonista reclama la scena, o meglio il protagonista è la scena: il denaro, non nella sua forma deistica bensì senza moralismi, solo il lucido e freddo desiderare di più, il “sistema” denaro che libera il potenziale dei personaggi. L’apoteosi della crescita e dell’accumulo meglio noto come Capitalismo.

C’erano soldi sufficienti a poterli mantenere tutti per il resto dei loro giorni; ma cosa significava? Lo turbava dover pensare al denaro in termini diversi da quelli della crescita, del suo uso per accumularne dell’altro. C’era un vago sentore di morte, in tutto ciò, ma non sapeva perché. […]

Il denaro era un sistema a sé stante, aveva un suo linguaggio, un suo principio fondamentale. Lo introducevi in una situazione e liberava il potenziale di chiunque. Potevi arricchirti o poteva succedere ad altri e non a te, ma in ogni caso scoprire la verità sulla tua natura non poteva che essere meglio. […]

Quanti sono troppi? La risposta esatta era che non erano mai troppi, perché la questione non era il bisogno, era il desiderio di sentirsi al sicuro a questo mondo, e ci si sentiva mai sufficientemente al sicuro? No. No. Il successo era una fortezza che la paura erodeva di continuo. Quello che potevi aver fatto il giorno prima non significava nulla: l’istante in cui smettevi di valutare ciò che avevi costruito aveva inizio la rovina. Quello di cui avevi più bisogno, dal punto di vista strettamente evolutivo, era una memoria corta.

Insomma i meccanismi della crescita esponenziale e del Capitalismo applicati alla realtà e alla storia di una famiglia. Il tema è fin troppo caldo per non rimanerne scottati, ma Jonathan Dee riesce raccontare tutte le situazioni scaturite dalla ricchezza, senza presunzioni ed isolando cinicamente i suoi personaggi quasi in idealtipi: chi rincorre il successo, la sicurezza e il denaro per se e i suoi cari, chi vi nasce immerso e da ciò trae debolezze e punti di forza e chi del proprio universo dorato ne fa un vanto e consapevole della provenienza illecita di quel denaro, sente ad ogni modo la propria coscienza pulita. Il figlio minore dei Morey, Jonas cerca di essere indipendente dal quadro distorto creato intorno a lui dal potere e dalla fama, anche lui sospende il giudizio e la sua scelta creerà contraddizioni che strapperanno un ultimo amaro sorriso al lettore.

Il vero merito del romanzo di Dee  è quello di farci sentire vicine persone che per stile di vita e ambizioni sono molto distanti da noi, i “pochi fortunati” – o quelli che esternamente vengono ritenuti fortunati. Avvicinandoci e guardando meglio, con la pur minima mediazione acritica dell’autore, esperiamo un’assenza forse peggiore di quella delle persone comuni. Vuoti che possono essere colmati solo con un inganno, una finzione personale saziata con la crescita della propria ricchezza materiale.

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